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Balcani

La lezione bosniaca

Il genocidio di Srebrenica 50 anni dopo Auschwitz. Mai più Srebrenica?
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Da quando i Balcani esplosero nella primavera del 1991 e la comunità internazionale assistette inerte se non complice al massacro di 150.000 persone, di cui più della metà civili, vorremmo pensare che la lezione è servita a qualcosa. Non è così, e per diversi motivi.

I paesi che in fretta e furia riconobbero Slovenia e Croazia come stati indipendenti (Germania e lo Stato del Vaticano per primi, seguiti a ruota da tutti gli altri) senza esigere uno straccio di garanzia per le diverse etnie (che nel linguaggio politico jugoslavo venivano definite come nazionalità o popoli) presenti sui loro territori, innescarono una reazione a catena che nel giro di pochi mesi disintegrò la Jugoslavia. Lo si era messo in conto, e gli interessi commerciali nonché quelli ideologico-religiosi, ostili al modello socialista e favorevoli alla nascita di due paesi cattolici e capitalisti, prevalsero sulla prospettiva di accendere la miccia a una polveriera. I governi europei che si assunsero quella responsabilità non dovettero mai risponderne a nessuno, né ai tribunali internazionali sul piano giuridico né all’opinione pubblica sul piano etico e politico. La guerra venne rappresentata come scontro tribale tra popoli incompatibili per radici storiche e religiose, come fatto ineluttabile dopo la scomparsa di Tito e 45 anni di convivenza forzata.

E l’ONU? Durante i 44 mesi di assedio alla città di Sarajevo i caschi blu francesi presidiarono l’aeroporto senza colpo ferire, assistendo al massacro di 11.000 civili di cui circa 1.000 bambini pur avendo “le competenze e i mezzi per interpor[si] all’aggressione e per fermare i Serbi” (Gillaume Ancel, Vento glaciale su Sarajevo, l’autore era ufficiale di artiglieria del battaglione francese durante l’assedio di Sarajevo). Ci volle la seconda strage al mercato di Markale del 28 agosto 1995 per convincere i governi dei paesi NATO a bombardare le postazioni dei fascisti serbi (il loro manifesto politico si basava sulla riproposizione del concetto nazista di “Lebensraum”) e costringere le parti al tavolo della trattativa. Nel frattempo, l’11 luglio dello stesso anno le truppe di Ratko Mladić erano entrate a Srebrenica, Area protetta delle Nazioni Unite dall’aprile del ’93, senza incontrare la benché minima resistenza. Dal quartier generale dell’ONU a Zagabria il generale francese Bernard Janvier, comandante militare in capo, aveva negato la copertura aerea: come a Sarajevo, le strette relazioni diplomatiche di lungo corso tra Francia (che deteneva le principali posizioni di comando nell’UNPROFOR e aveva il veto permanente in Consiglio di Sicurezza dell’ONU) e Serbia avevano prevalso sulla prospettiva di assistere, da complici, a un bagno di sangue. Per non parlare dei caschi blu olandesi, che avevano consegnato ai militari serbi 5.000 civili musulmani rifugiati nella base di Potočari con tanto di liste di nominativi distinte per sesso ed età. Nell’arco di una decina di giorni, più di 8.000 persone (principalmente maschi dai 12 anni in su) vennero sterminate e gettate nelle fosse comuni.

Chi ha pagato per quei fatti? Il Tribunale Penale Internazionale per i Crimini di Guerra nella ex-Jugoslavia (ICTY) istituito nel 1993 ha cercato di perseguire le responsabilità penali delle figure politiche e militari di primo piano relative ai crimini di guerra commessi dal 1991 al 1995, non riuscendo però né a fungere da deterrente durante il conflitto né successivamente a evitare che la spartizione del territorio bosniaco messa in atto mediante la più brutale pulizia etnica venisse avvallata internazionalmente come fatto acquisito. A pagare penalmente furono il presidente dei serbi bosniaci Radovan Karadžić, il leader ultranazionalista serbo Vojislav Seselj, il generale Ratko Mladić, alcuni alti ufficiali del suo esercito e alcuni generali croati (il presidente serbo Slobodan Milošević è deceduto in carcere prima della conclusione del processo), mentre un larghissimo numero di ufficiali di medio e basso livello gerarchico di tutti gli eserciti coinvolti e migliaia di soldati semplici e paramilitari che collaborarono attivamente al compimento di crimini atroci non vennero mai processati e forse mai lo saranno. Vogliamo chiamarla giustizia internazionale? E da Srebrenica in poi quali passi sono stati compiuti per la creazione di una forza militare internazionale di interposizione capace di scongiurare il ripetersi di simili catastrofi? Mille veli pietosi.

Ci consolerebbe pensare che tutto ciò riguarda il livello più alto della diplomazia internazionale, inaccessibile ai comuni mortali, e che la società civile, quantomeno quella europea, è ormai immune alle pulsioni identitarie dei fascismi nazionalisti che negli anni ’90 incendiarono i Balcani. Ma non inganniamoci. Nei paesi nati dalla disgregazione della Jugoslavia il nazionalismo è più forte che mai, gli accordi di pace di Dayton del novembre 1995 non hanno prodotto né i presupposti politico-istituzionali per una pace stabile e duratura né quelli giuridici e culturali per una reale pacificazione. Le ferite sono tutte aperte, e a parte alcuni esempi luminosi di piccoli gruppi misti che tra mille difficoltà tentano di riannodare i fili della convivenza, la narrativa dominante è ancora in mano a chi sparge veleno a ogni respiro. Gli stessi paesi dell’Unione Europea sono attraversati da pulsioni fasciste come non accadeva dalla fine della Seconda guerra mondiale, con forze politiche dichiaratamente razziste che rivendicano le loro istanze impunemente e alla luce del sole.

Noi cosa abbiamo imparato? Che il nazionalismo è il male assoluto, questo sì. Che il nazionalismo è un’infezione pronta a tramutarsi in pandemia appena la coperta rassicurante del benessere economico inizia a strapparsi Andò così in Jugoslavia, quando nel 1980, pochi mesi dopo la morte di Tito, il Fondo Monetario Internazionale impose riforme lacrime e sangue e nel giro di poche settimane la valuta nazionale perse il 95 % del suo valore. A noi non accadrebbe mai? Davvero?

Le infezioni si combattono prevenendole. Con dosi massicce di anticorpi ed estirpando i focolai prima che sia troppo tardi.

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