Quando i fenicotteri sfidano il potere
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Jetzt S+ abonnierenDa bambino ero affascinato dalle storie di spionaggio. I film di James Bond e le narrazioni della Guerra Fredda alimentavano l’idea che dietro ogni crisi internazionale si nascondesse una trama invisibile fatta di servizi segreti, doppi giochi e interessi inconfessabili. Anche il regime comunista contribuiva a questa immaginazione, raccontando un nemico esterno sempre in agguato.
Per questo, seguendo il dibattito sul caso Sazan, ho provato una curiosa sensazione di déjà-vu. Nel giro di poche settimane l’isola è diventata il centro di racconti che evocano Iran, Israele, gasdotti, intelligence e strategie militari.
È una narrazione affascinante, ma proprio per questo vale la pena cercare di capire quanto c’è di reale e quanto appartiene invece alla nostra naturale attrazione per il mistero.
L'Albania non è più una periferia
La realtà, quasi sempre, è più complessa della fantasia. La protesta contro il progetto immobiliare di Jared Kushner, nata appena un mese fa come mobilitazione ambientalista, è rapidamente diventata il punto di incontro di un malessere più profondo: corruzione, gestione del territorio, opacità delle decisioni pubbliche e sfiducia verso una classe politica percepita come incapace di rinnovarsi.
Il governo continua a presentare il resort come un investimento strategico per lo sviluppo del Paese. Ma è stato lo stesso Edi Rama ad allargare il dibattito, sostenendo che dietro parte della campagna contro il progetto avrebbero agito reti di hacker legate all’Iran.
Per capire il significato di queste dichiarazioni, però, bisogna guardare oltre Sazan. Negli ultimi anni l’Albania è diventata uno dei punti più sensibili del Mediterraneo: membro della NATO, partner privilegiato degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, destinataria di crescenti investimenti provenienti dai Paesi del Golfo e snodo dei nuovi corridoi energetici europei.
È in questo quadro che si inseriscono il progetto Kushner, il grande investimento emiratino nel porto di Durazzo e le dichiarazioni di Rama sugli hacker iraniani.
Ad oggi, tuttavia, non esistono prove pubbliche che colleghino direttamente le proteste contro Sazan a un’azione coordinata dall’estero. La mobilitazione continua a essere interpretata soprattutto come una reazione alla gestione del territorio, alla corruzione percepita e alla richiesta di maggiore trasparenza nelle decisioni pubbliche.
Perché Rama tira in ballo l'Iran?
L’Albania ospita Camp Ashraf 3, il centro che accoglie circa 3.000 membri del MEK, il principale movimento di opposizione al regime di Teheran. Dopo un grave cyberattacco attribuito all’Iran, nel 2022 Tirana ha interrotto le relazioni diplomatiche con la Repubblica islamica, rafforzando ulteriormente la propria collaborazione con Stati Uniti e NATO.
Le recenti dichiarazioni di Edi Rama, secondo cui reti di hacker iraniani avrebbero contribuito ad alimentare la campagna contro il progetto Kushner, si inseriscono in questo contesto.
Finora, però, non esistono prove pubbliche che colleghino direttamente le proteste della società civile a un’azione coordinata dall’Iran. Allo stesso modo, non risultano elementi che colleghino Israele al progetto di Sazan.
La geografia conta ancora
La posizione di Sazan aiuta a capire perché questa vicenda abbia assunto una dimensione che va ben oltre un progetto turistico.
L’isola sorge all’ingresso del Canale d’Otranto, uno dei principali punti di accesso all’Adriatico, e nelle sue vicinanze passa il Trans Adriatic Pipeline (TAP), infrastruttura strategica per la sicurezza energetica europea.
Naturalmente questo non significa che dietro il resort si nasconda un disegno geopolitico o che controllare Sazan significhi controllare il TAP. Sarebbe una conclusione priva di fondamento.
È forse questa la vera novità dei Balcani contemporanei: le grandi mobilitazioni non nascono più dai partiti, ma dalla società civile.
Significa però che il futuro dell’isola si colloca in uno spazio dove ambiente, energia, investimenti e sicurezza inevitabilmente si intrecciano. Ed è proprio qui che il dibattito rischia di prendere una strada sbagliata e cadere nella tentazione di cercare un unico grande complotto.
La verità è probabilmente molto più semplice da decifrare.
Il fermento dei Balcani
La protesta dei fenicotteri racconta qualcosa che va ben oltre il destino di Sazan o di una laguna.
Negli ultimi mesi anche la Serbia ha mostrato una dinamica simile. Le manifestazioni nate dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad hanno rapidamente superato la tragedia che le aveva generate, trasformandosi in una contestazione della corruzione, della concentrazione del potere e della crescente distanza tra cittadini e istituzioni. È in questo contesto che il presidente Aleksandar Vučić ha annunciato l’intenzione di lasciare la presidenza per ricandidarsi alla guida del governo.
In Albania il meccanismo appare sorprendentemente simile. Così come in Serbia nessuno protestava soltanto per una pensilina, oggi in Albania nessuno scende in piazza soltanto per difendere una colonia di fenicotteri.
In entrambi i casi un simbolo è diventato il catalizzatore di un malessere più profondo. È forse questa la vera novità dei Balcani contemporanei: le grandi mobilitazioni non nascono più dai partiti, ma dalla società civile.
Oggi una parte crescente della società civile non chiede meno sviluppo, ma più trasparenza.
Ed è questa la sfida che oggi si trova davanti Edi Rama. Sul piano internazionale il premier continua a godere di una posizione molto solida. Sul piano interno, però, qualcosa sta cambiando.
La Rivoluzione dei Fenicotteri non sembra, almeno per ora, in grado di mettere realmente in discussione la sua maggioranza parlamentare. Può però cambiare il modo in cui gli albanesi raccontano il proprio Paese.
Per oltre un decennio Rama ha incarnato l’immagine di un’Albania moderna, europea e aperta agli investimenti. Oggi una parte crescente della società civile non chiede meno sviluppo, ma più trasparenza; non meno investimenti, ma più partecipazione; non meno crescita, ma istituzioni più forti.
I governi possono sopravvivere alle proteste. Molto più difficile è sopravvivere quando cambia il racconto con cui un Paese immagina il proprio futuro.
Ed è forse questa, oggi, la vera sfida di Edi Rama.