“Südtiroler: fate la rivoluzione”
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Abbonati ora a S+Tra il 1968 e il 1969 GG Feltrinelli, come abbiamo visto, è in una sorta di trance agonistica rivoluzionaria. A quel punto la casa editrice è seguita dalla moglie Inge e dai suoi collaboratori mentre lui è - realmente - attivo su mille fronti, dal sostegno ai Tupamaros al rapporto con Rudi Dutschke In Germania, dalla sinistra libertaria in Svizzera ai viaggi in Algeria e Libano per dare una mano ai palestinesi.
E‘ in questo periodo che Giangiacomo, dopo essersi confrontato con Langer e Canestrini, scrive il volantino in tedesco con l’invito alla rivolta dei sudtirolesi che ha dato il via a questa ricerca. A raccontare come e dove avvenne la stesura definitiva è Siegfried de Rachewiltz, figlio di Mary de Rachewiltz e nipote del poeta americano Ezra Pound.
L’intellettuale meranese, per molti anni direttore del museo di Castel Tirolo, da ragazzo frequentava il gruppo di Sibilla Melega a Merano. “All’epoca - racconta ”Sizzo“ nello studio di Brunnenburg - facevo la spola tra l’Alto Adige e Harvard. All’inizio del 1969 vengo invitato da Sibilla a raggiungere lei e Giangiacomo nella Jagdhaus di Oberhof, in Carinzia”. Tra le molte proprietà immobiliari della famiglia la villa di caccia dove Feltrinelli aveva trascorso periodi da bambino, con i suoi cento trofei di caccia lasciati dal nonno Carlo, con le balconate interne come nelle case spagnole, è il luogo prediletto dalla coppia. E’ un rifugio.
“Dovevano fare un viaggio in barca dal Portogallo verso l’Italia - continua - e mi avevano invitato per parlarmene. Avrei dovuto fare il marinaio. Una sera, Giangiacomo è alla macchina da scrivere. Stava mettendo insieme un foglio in cui voleva esprimere un invito alla rivolta, rivolto ai contadini tirolesi che dovevano rivoltarsi contro i ricchi possidenti alla Amonn, che appunto avevano il potere qui”. Feltrinelli chiede a Siegfried cosa ne pensa. De Rachewiltz — cresciuto in ambiente tirolese— esprime dubbi sul fatto che quel linguaggio possa cadere su terreno fertile. “Mi sembrava un pochino fuori luogo.. Lui in questo volantino parlava di lotta di classe, mentre qui per i tirolesi era una questione tutta di ‘Freiheit für Tirol’, di territorio, non di classe”, racconta, oggi a quasi 60 anni di distanza.
Il volantino si apre con una sola parola: “Südtiroler!” E poi, senza preamboli, attacca subito il cuore del problema: da alcuni anni la lotta di liberazione nazionale della popolazione sudtirolese si è affievolita; a Vienna, Roma e Bolzano si parla di una soluzione della questione sudtirolese che in pratica non è altro che un riconoscimento del diritto italiano al saccheggio, un riconoscimento del diritto dello Stato italiano — con i suoi funzionari e le sue truppe — di continuare a sottrarre alla popolazione sudtirolese il suo diritto a una patria libera e autonoma.
La questione sudtirolese, scrive Feltrinelli,“ è stata tradita nel 1946 al tavolo della pace, quando il confine del Brennero fu riassegnato all’Italia contro i principi delle Nazioni Unite. È stata tradita da Vienna ogni volta che un governo austriaco debole ha preferito il compromesso al sostegno incondizionato. È stata tradita dal governo italiano di De Gasperi quando la provincia di Bolzano fu unita a quella di Trento in una regione artificiale. Ed è stata tradita dagli americani in nome degli interessi NATO: un confine militarmente importante come quello del Brennero doveva rimanere nelle mani di un paese alleato della NATO, l’Italia”.
Ma il tradimento più grave, secondo l’editore, viene dall’interno, da Bolzano stessa: la questione nazionale sudtirolese “fu tradita dai ricchi borghesi sudtirolesi”. Le sette famiglie che oggi svolgono il ruolo economico e politicamente dominante in Sudtirolo — le cui proprietà terriere, industrie, magazzini, alberghi, impianti frigoriferi e birrifici si estendono per tutto il Sudtirolo — queste famiglie hanno sostenuto il movimento di liberazione sudtirolese soltanto finché ciò era funzionale a tutelare la loro posizione economica e i loro interessi, contro gli italiani ma soprattutto contro la popolazione sudtirolese stessa.
La sentenza è secca: “Der kapitalistische Grossbürger aus Bozen hat die Freiheit und Selbstaendigkeit seines Landes und seiner Landsleute gegen eine von den Italienern gestatteten und finanzierten kapitalistischen Ausblutung vertauscht!” La grande borghesia capitalista di Bolzano ha barattato la libertà e l’indipendenza della propria terra e dei propri compatrioti con uno sfruttamento capitalistico consentito e finanziato dagli italiani! Ha giocato con la vita dei suoi compatrioti, con la loro speranza per un Tirolo libero, per ingrandire le proprie proprietà, industrie e imprese commerciali. Questo è alto tradimento!
Feltrinelli non si ferma alla critica interna. Allarga la prospettiva verso il basso, verso i lavoratori italiani immigrati in Alto Adige: questi, scrive, sono sfruttati dai grandi borghesi esattamente come la popolazione sudtirolese, e devono quindi essere uniti nella stessa lotta. E chiude con la frase che riassume tutta la sua visione del momento: la lotta per un Sudtirolo libero e indipendente continuerà e allo stesso tempo abbatterà i traditori grandi borghesi di Bolzano e la colonizzazione italiana. La lotta per un’Italia libera e indipendente, la lotta contro lo sfruttamento capitalistico, la lotta contro uno Stato e una classe che da un lato opprime il Sudtirolo con la forza militare e dall’altro mantiene l’intero paese nella condizione di una colonia americana, continua. “Wir werden siegen!” Venceremos.
Il volantino non rimane nei cassetti di Oberhof. Feltrinelli lo vuole far girare. De Rachewiltz ricorda: “Un giorno arriva a Merano un tipo da film noir. Ha i baffetti e zoppica. L’avevo visto in giro, era uno della zona, evidentemente attivo in queste frange. Mi dà un pacco di fogli ciclostilati, dicendo che Giangiacomo chiedeva se potevo distribuirli in giro”. Siegfried li mette in una vecchia Volkswagen che gli aveva prestato un amico americano. Presta poi l’auto a Pierluigi Mattiuzzi, pittore meranese, amico di vecchia data — scomparso nel luglio 2024. Mattiuzzi invece di riportare la macchina la parcheggia vicino al Cine Italia e la lascia lì. I fogli erano rimasti dentro, sul sedile posteriore. “I vicini chiamano la polizia. Gli agenti si appostano e quando arriva Mattiuzzi lo fermano”. Il pittore dice che la macchina è di De Rachewiltz. “Il capo della polizia di Merano allora mi chiama e io racconto che la macchina è di questo amico americano, mi crede e tutto finisce lì, ma il giorno dopo la vicenda è sulla prima pagina dell’Alto Adige”.
L’operazione non sposta nulla di una virgola. Non convince nessun contadino tirolese, non accende nessuna rivolta, non apre nessun fronte rivoluzionario. Ma la Jagdhaus di Oberhof, la macchina da scrivere di Feltrinelli, il corriere con il baffetto, la Volkswagen di fronte al Cine Italia — tutto questo dice qualcosa di preciso su chi era Feltrinelli in quegli anni, su come pensava, su quanto fosse, come dirà De Rachewiltz con una parola sola, “naif”.
“A Oberhof abbiamo potuto cenare insieme e parlare — ”Era timido, per certi versi faceva quasi tenerezza. Sentivi che era uno che soffriva, che aveva questa sua cosa interiore. Era Sibilla che teneva in vita la conversazione, perché lui stava zitto — era proprio introverso.“ Sibilla, appunto. De Rachewiltz la conosceva da molto prima di Feltrinelli. La ricorda ragazza a Merano, nel gruppo mistilingue del Caffè Listz, più grande degli altri di un anno o due, che dipingeva, ”Era un po‘ così, beat si diceva, era più moderna, o comunque un pochino più liberal. La ammiravano tutti. Non ho mai avuto l’impressione che Sibilla fosse una persona fortemente motivata politicamente o ideologicamente— né in questa direzione né in un’altra".
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Feltrinelli non fa molti proseliti in Alto Adige.
Pochi mesi dopo quella lettera, nel 1969, Feltrinelli organizza un seminario nella casa di Canestrini a Mazzon.
Di quell’incontro abbiamo diverse testimonianze, ma la data presunta la si può ricostruire in via documentale. Tra le carte dell’avvocato Sandro Canestrini c’è una lettera di Feltrinelli che lascia supporre la riunione si possa essessere svolta l’8 giugno del 1969.
La testimonianza più precisa di quella giornata è arrivata da Josef Perkmann, a lungo sindacalista della CGIL, scomparso qualche settimana fa (lo abbiamo ricordato qui). In quegli anni Perkmann faceva parte della redazione di “Die Brücke” una delle riviste di riferimento della sinistra alternativa sudtirolese. Nella stessa redazione lavorava anche Alexander Langer, con cui Perkmann condivideva non solo lo spazio della rivista ma anche la ricerca di una strada politica che tenesse insieme la questione delle minoranze e la lotta di classe, il Sudtirolo e l’Italia, senza sacrificare l’una all’altra.
Nell’estate del 1969 nella redazione di “Die Brücke” arrivò l’invito ad un seminario organizzato da Feltrinelli a Mazzon, a casa di Canestrini. Perkmann inizialmente non voleva saperne. Non si fidava e il nome di Feltrinelli gli ispirava più diffidenza che entusiasmo. Lo disse chiaramente a chi cercava di convincerlo: quell’uomo era un borghese che voleva giocare alla rivoluzione. Alla fine si lasciò persuadere e andò.
Il seminario si tenne nella casa di Canestrini, e Perkmann ricorda l’atmosfera come quella di una riunione in cui convergevano mondi politici molto diversi tra loro, difficili da tenere insieme. C’erano Alex Langer, maoisti, studenti della facoltà di Sociologia di Trento, militanti della sinistra extraparlamentare e persone legate agli ambienti della sinistra sudtirolese. Una confusione ideologica che Perkmann giudica con una certa severità: era impossibile, ricorda, distinguere chi avesse una prospettiva politica seria da chi si muoveva per pura radicalità. Il suo giudizio su Feltrinelli rimase quello di partenza —“ un uomo che non aveva capito la realtà di quei territori, che proiettava su di essi schemi rivoluzionari importati dall’America Latina”.
Di lì a poco Alex Langer avrebbe annunciato la sua adesione a Lotta Continua. Perkmann non ne fu entusiasta. I due si conoscevano bene, lavoravano nella stessa redazione, condividevano molto del quadro politico di fondo. Ma su Lotta Continua e sulla traiettoria che stava prendendo quella parte della sinistra le strade cominciavano a divergere. Perkmann era un sindacalista della CGIL, credeva nel lavoro dentro le istituzioni e i movimenti reali, e guardava con scetticismo a chi pensava che piccoli gruppi o organizzazioni extraparlamentari potessero cambiare il paese. La sua bussola politica era quella della sinistra europea riformista: Willy Brandt, la socialdemocrazia tedesca, la democrazia come argine. Il seminario di Mazzon gli confermò i dubbi che aveva già all’inizio. Se ne andò deluso.
C’è un’altra testimonianza su quel periodo che vale la pena mettere accanto a quella di Perkmann. È quella di Gianni Lanzinger, ex deputato e politico dei Verdi. L’avvocato ricorda che Feltrinelli sosteneva che dietro al terrorismo sudtirolese ci fosse un’impostazione reazionaria, ma che quella stessa spinta nazionalistica poteva essere valorizzata e reindirizzata verso una prospettiva di classe più ampia. Era la stessa logica del volantino: prendere una rivendicazione etnica e trasformarla in lotta anticapitalista. Pura utopia.
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