Mi piace il dolce canto degli uccelli
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Jetzt S+ abonnierenE Francesco cammina canta danza è l’ultimo libro della scrittrice, fotografa e illustratrice Wolftraud „Traudi“ Schreiber de Concini. Un ritratto intimo, leggero, ironico e profondo di San Francesco d’Assisi, strutturato come un „rosario di emozioni“ e arricchito da schizzi personali dell’autrice.
Un estratto del testo
Lanquan li jorn son lonc en mai
m’es belhs dous chan d’auzelhs de lonh,
e quan me sui partitz de lai
remembra m d’un amor de lonh:
vau de talan embroncx e clis,
si que chans ni flors d’albespis
no m platz plus que l’iverns gelatz.
Quando I giorni sono lunghi a maggio
Mi piace il dolce canto degli uccelli da lontano
E quando me ne parto da lì
Mi ricordo di un amore lontano
Vado triste e chino per il desiderio
Che canto né fiori di biancospino
Non mi piacciono più che l’inverno gelido.
E' l’incipit di una poesia, riportato qui e inserito nelle pagine di questo libro, di Jaufré Rudel, troubadour provenzale, che visse una cinquantina di anni prima di Francesco. Oltre che per i suoi versi è noto anche per una fatale storia d’amore che lo vuole protagonista e che è stata tramandata attraverso i secoli e ripresa fino all’Ottocento, quando vi si appassionarono autori come Heinrich Heine, Ludwig Uhland, Giosué Carducci, Edmond Rostand.
Vuole la tradizione che il poeta Jaufré Rudel s’innamorò, senza averla vista mai di persona, della contessa Melisenda di Tripoli di Siria. Che dicono fosse bellissima: capelli corvini, occhi scuri picchiettati di oro e verde, labbra rosse e carnose, una figura fine e raffinata. Per incontrare lei, Jaufré Rudel partecipò, pur conoscendone i pericoli, alla seconda crociata, quella capeggiata dai re Luigi VII di Francia e Corrado III di Svevia. Però si ammalò durante il viaggio e giunse morente a Tripoli. Secondo alcuni perì sulla spiaggia della città nordafricana, secondo altri in un palazzo cittadino. In ogni caso spirò, si dice, tra le braccia dell’amata Melisenda, il suo amor de lonh che egli aveva magnificato in tanti versi.
Così narra la leggenda.
Sono i mostaccioli. Conosciuti in tutta l’Italia centrale.
Un ultimo abbraccio ci porta anche, inaspettatamente, ad Assisi, per l’esattezza nella piana sotto la città umbra dove oggi si estende l’abitato di Santa Maria degli Angeli, cresciuto attorno all’immensa basilica cinquecentesca.
Siamo nel 1226, una settantina di anni dopo la morte del troubadour Jaufré Rudel. Anche qui in Umbria, ai primi di ottobre di quell’anno (e l’abbiamo già detto), sta morendo un poeta, un trovatore e rapsodo. Un „giullare di Dio“, come lui stesso amava definirsi, che di musica e canto aveva fatto una delle ragioni della sua vita.
È Francesco di Bernardone
Per la verità non è questo il suo vero nome. Quando nacque – ed era stato un parto difficile, tanto da richiedere, come raccontano le cronache leggendarie, l’intervento di un angelo – la madre volle chiamarlo Giovanni. Ma il padre Pietro di Bernardone, al ritorno da uno dei suoi frequenti e redditizi viaggi d’affari in terra francese, preferì „Francesco“, „il Francese“. Così fu. E a queste regioni e alla loro cultura rimase per sempre legato.
Ora, in punto di morte, Francesco (ormai è vissuto con questo nome) chiede un dolce.
Per metà della sua vita, dalla conversione da ricco viziato a frate povero, si è nutrito di avanzi di vivande, vecchie. Cibo mendicato. Come zuppe di fagioli, purè di miglio, olive, trippe, croste di formaggio, cotiche, teste di pesce, pane di segale.
Adesso, nelle ultime ore della sua esistenza terrena, questo desiderio di un prelibato dolce.
Sono i mostaccioli. Conosciuti in tutta l’Italia centrale.
Li aveva assaggiati sedici anni prima, durante il suo viaggio a Roma per perorare la sua causa davanti al Papa.
A Roma, nel 1209, aveva conosciuto Giacoma „Jacopa“ dei Settesoli. Quella amica nobildonna romana a cui Francesco, in punta di morte, vuole inviare una lettera. La detta a uno dei suoi fratelli. E‚ troppo stanco per scrivere. E‘ cieco. Per un’affezione agli occhi contratta durante un suo eroico viaggio in Vicino Oriente. Per cure sbagliate e assurde in varie città italiane che hanno peggiorato la malattia.
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