We the people vs. I, Donald Trump
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Abbonati ora a S+Ci sono feste alle quali si viene invitati, e feste alle quali si appartiene dal primo momento. Il 4 luglio è della seconda categoria. Per me, come per chiunque abbia vissuto negli Stati Uniti, è stato quasi automatico ritrovarsi su una coperta in un parco, tra americani originari di ogni parte del mondo, ad aspettare fuochi d’artificio. Credo che nessun altro Paese celebri il suo compleanno con questo entusiasmo contagioso. D’altronde è la festa della Dichiarazione che ha consacrato “Tutti gli uomini sono stati creati uguali” come una ‘una verità evidente’ e santificato “vita, libertà e la ricerca della felicità” come ‘diritti inalienabili’.
Niente di più facile quindi che accomodarsi al grande picnic del 4 luglio - che sia al barbecue del vicino di casa o sulle scalinate del Lincoln Memorial a Washington D.C., per partecipare alla grande festa laica dell’Indipendenza. Che ha però bisogno di un credo quasi religioso in quell’arco della storia che, nella definizione di Martin Luther King, è lungo ma si piega verso la giustizia. King muore assassinato - ci vuole fede, appunto.
E mai come oggi questa fede, sempre messa a dura prova dalle enormi contraddizioni che accompagnano gli Usa fin dalla nascita (dagli stermini dei nativi americani alla schiavitù come base di un sistema politico ed economico), vacilla. I due secoli e mezzo dalla firma della Dichiarazione di Indipendenza rendono ancora più stridente il contrasto tra la grandezza del compleanno e il clima in cui cade. L’America di Trump è un’America respingente: dà il benvenuto ai sudafricani bianchi trasformandoli in vittime di razzismo, mette in dubbio la cittadinanza per nascita (che la Corte Suprema, anche in questa composizione super conservatrice, ha difeso, ma con troppi dissenzienti), e considera ogni conquista sui diritti civili come un errore da correggere.
Non sappiamo quale sarà la storia dell’America che prevarrà alla fine del lungo arco della storia. La velocità con la quale il movimento MAGA ha calpestato diritti che si pensava inalienabili e verità che sembravano evidenti - che un Presidente in carica non potesse arricchire sé stesso, la sua famiglia, e i suoi lacché, ad esempio, o che non si minaccia di annientare una intera civilizzazione - non lascia molto spazio all’ottimismo. L’America ha sempre tradito, ciclicamente e anche con molta ferocia, i propri ideali. Ma questa è un’America che ha smesso di averne.
Da quella dichiarazione di 250 anni fa nacque dieci anni dopo la costituzione della nuova Repubblica che iniziava con We the people. Quella pergamena resta un atto collettivo, plurale, che, in barba ai lacché di Trump, si rivolge ancora a chiunque sia disposto a riconoscersi in quel “Noi, il popolo” - compreso chi arriva in cerca di una coperta su cui sedersi al grande picnic d’America.
È l’esatto opposto del pronome prima persona singolare di I, Donald Trump, l’unico che il presidente conosce. Non serve essere degli irrimediabili idealisti per capire che, tra questi due soggetti, l’America e il resto del mondo hanno bisogno che torni a vincere il primo. Happy 4th.
P.S: “Tutti gli uomini sono stati creati uguali”: una declinazione chiaramente al maschile che nel sensazionale musical hip-hop sulla rivoluzione americana “Hamilton”, scritto nel 2015 da Lin-Manuel Miranda, fa dire a una figura storica femminile, Angelica Schuyler, che quando incontrerà Thomas Jefferson (l’autore principale della Dichiarazione di Indipendenza), lo costringerà a includere le donne nel sequel. In realtà ci vollero altri 144 anni, fino al diciannovesimo emendamento della Costituzione.