Politik | Catchword

Privatizzazioni e nazionalizzazioni

Mattes/Wikimedia
Per oltre trent’anni è valsa una narrazione che indicava il pubblico come problema e il privato come soluzione. Oggi il vento sta cambiando rapidamente. Sta finendo un’illusione acritica.

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Le catchword durano il tempo in cui vanno di moda. Alcune evaporano in fretta, altre durano a lungo, e si normalizzano. “Privatizzazione” ha resistito parecchio: per oltre un trentennio, sulla scia di reaganismo e thatcherismo, privatizzazione è stata sinonimo di progresso, modernità, sviluppo, meritocrazia. Al contrario del pubblico, classificato come inefficiente, corrotto, spendaccione, politicizzato. Una critica al dogma e si diventava nostalgici, statalisti, nemici del mercato. Le privatizzazioni erano un assioma incontrovertibile, bastava che lo Stato facesse un passo indietro e il mercato due in avanti e il successo sarebbe stato assicurato.

Oggi la catchword si sta annebbiando. Poste Italiane entra in TIM e diventa il principale azionista dell’ex monopolista delle telecomunicazioni, con l’aiuto di Cassa Depositi e Prestiti, il sancta sanctorum dell’economia pubblica. Nel Regno Unito il nuovo Primo Ministro Burnham annuncia il ritorno al controllo pubblico di servizi essenziali come acqua ed energia. Negli Stati Uniti MAGA e nella Russia putiniana, sia pure con un linguaggio molto diverso, si arricchiscono gli oligarchi, a patto che spalleggino la protezione degli asset strategici nazionali. Anche l'Unione europea, costruita anche sull’idea che il mercato fosse il principale strumento di integrazione e ontologicamente ostile alle nazionalizzazioni, si trova in una fase di profonda trasformazione, in cui si gioca la sua stessa sopravvivenza politica, economica e persino esistenziale.

Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.

Le nazionalizzazioni non vengono più chiamate così. Si preferiscono formule più eleganti: controllo pubblico, partecipazioni strategiche, sovranità economica, autonomia industriale, controllo strategico, sovranità con aggettivo variabile (energetica, alimentare, infrastrutturale, militare). Ma se non è zuppa è pan bagnato.

C’è molto populismo in questa nuova stagione, tanto a destra quanto a sinistra. 

C’è il ritorno di un nazionalismo economico che ricorda gli anni Trenta, quando la crisi spinse a sovranismo e nazionalizzazioni estreme, con ciò che ne è seguito. C’è uno Zeitgeist che assegna nuovamente allo Stato il ruolo di garante della sicurezza, dell’energia, delle infrastrutture, delle telecomunicazioni.

Il ritorno degli Stati non è automaticamente una buona notizia. Dipenderà da come verrà esercitato quel controllo, che in mani sbagliate sarebbe deleterio. Ed infatti è spesso propugnato proprio dalle mani sbagliate… 

Il nazionalismo rampante pesa molto in questa storia, ma un ruolo lo gioca anche (almeno si spera) la presa d’atto che il racconto degli ultimi decenni era, appunto, un racconto. In questi anni abbiamo visto privatizzazioni trasformarsi in monopoli privati, servizi peggiorare invece di migliorare, fondi finanziari interessarsi più ai dividendi che agli investimenti, imprenditori arricchirsi senza che il Paese diventasse più competitivo, alcuni super (o pseudo-) manager fare il disastro nelle società privatizzate e andarsene con buonuscite faraoniche.

Naturalmente sono fenomeni complessi e non banalizzabili. Sostenere che il pubblico sia sempre migliore del privato sarebbe altrettanto stupido che ritenere il contrario. Come però si è propagandato a lungo, come se fosse una legge di natura.

Il mercato resta uno straordinario motore di innovazione e di crescita. Il problema nasce quando diventa un dogma. Esattamente come lo Stato, quando pretende di sostituirsi a tutto e a tutti. 

Se questa inversione di rotta produrrà imprese migliori, servizi più efficienti o semplicemente nuovi carrozzoni pubblici nessuno è oggi in grado di dirlo. Gli economisti, si scherza da sempre, spiegano con grande precisione perché ieri è successo qualcosa, ma sul domani sono molto più prudenti.

Non ci sono risposte semplici. Ma almeno si sta iniziando a capire che puntare tutto e acriticamente sulle privatizzazioni era una risposta troppo semplice, la cui idolatria ha fatto danni. Come la politica, che a forza di parlar male di sé stessa, è diventata pessima davvero. Insomma, non è detto che siamo di fronte al ritorno delle nazionalizzazioni, ma di certo stiamo assistendo alla fine della religione delle privatizzazioni, e questo è complessivamente un bene. Anche se non sappiamo in che direzione andrà il profondo cambio di rotta che il mondo sta vivendo.

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