La ragazza che vendicò Che Guevara
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Abbonati ora a S+Amburgo, 1° aprile 1971, ore 9.50. La città sull’Elba è in movimento, pioviggina. Una figura femminile entra nel Consolato boliviano in Harvestehude, non lontano dall’Alster e chiede del console Roberto Quintanilla Pereira. Viene fatta accomodare. Pochi istanti dopo si sentono in rapida successione tre spari. Pam, pam, pam. Il console viene colpito al petto. Anna, la moglie, si precipita fuori dalla stanza accanto, urlando. Nella colluttazione con l’omicida, la pistola cade. La persona che ha sparato si divincola e riesce a scappare. A terra restano anche una parrucca bionda e un biglietto con la scritta “Victoria o Muerte”. Fuori, ad Amburgo, è un giovedì mattina come tanti altri. Ma nessuno — e questa è la prima cosa strana— vede l’autrice dell’assassinio scappare. E' come se il giroscale l’avesse inghiottita. Quando il suo cuore smette di battere Roberto Quintanilla ha quarantaquattro anni.
Brillantina, baffo d’ordinanza, sguardo fiero, “Toto” sarebbe stato reclutato in un casting hollywoodiano per il ruolo che svolgeva nella realtà. Semplicemente perfetto. Ma la carriera diplomatica per Quintanilla non era un premio. Era stato spedito nella città anseatica dieci mesi prima. Una sorta di allontanamento. Fino a quel momento, un dittatore dopo l’altro, Quintanilla era stato il capo dell’intelligence del Ministero degli Interni boliviano, autore di mille misfatti e custode di mille segreti, in una delle fasi più calde della storia boliviana. L’archetipo del funzionario latinoamericano di quegli anni: spietato e affidabilissimo.
L’omicidio del console viene quasi istantaneamente rivendicato dall’Eln, l’esercito di liberazione nazionale boliviano. Ma, nonostante tutto, inizialmente i sospetti si incentrano su una persona che con la guerriglia boliviana non c’entra nulla. Lo vedremo.
Di lì a qualche settimana, invece, l’esecutrice materiale verrà identificata in Monika Ertl. La giovane guerrigliera, tedesca di origine ma ormai boliviana a tutti gli effetti, avrebbe sparato con una Colt Cobra calibro 38 registrata a nome di Giangiacomo Feltrinelli. “Sono loro i colpevoli”, dicono gli inquirenti.
Per entrambi, del resto, il movente della vendetta è grande come una casa..
Quintanilla è l’uomo che, nell’estate 1967, a La Paz fa mettere in una cella Giangiacomo Feltrinelli e minaccia pesantemente la moglie, Sibilla Melega (si veda la seconda puntata di Feltrinelli Story); il funzionario ministeriale che lavora con la CIA e Klaus Barbie per portare a termine la cattura di Ernesto Guevara nella Quebrada del Yuro; l’uomo a cui vengono attribuiti l’ordine finale di ammazzare il Che dopo una telefonata con il presidente Barrientos e di far amputare le mani del cadavere; l’uomo che, due anni più tardi, il 9 settembre 1969,dà l’ordine di uccidere Inti Peredo, il successore del Che alla guida dell’ELN, compagno di Monika Ertl.
In una poesia scritta nel luglio del 1970, piangendo la morte di Inti, Monika si scaglia duramente contro Quintanilla.
Cristo a settembre
La Bolivia ha già un Cristo
Un Cristo con il suo fucile.
Crocefisso di proiettili.
In un triste settembre.
Quintanilla, Quintanilla…
Non troverai più pace
Nelle tue notti…
Hai strappato la vita a Inti
E, speravi, al popolo intero
Ma Inti è morto
Per continuare a vivere nel cuore della gente.
Se Monika un giorno fosse finita a processo, questi versi d’amore e d’odio sarebbero stati quasi certamente declamati con enfasi durante la requisitoria del pubblico ministero come prova della premeditazione e dell’animosità dell’imputata. Invece, in perfetto stile latinoamericano anni Settanta il processo alla guerrigliera viene celebrato dagli squadroni paramilitari di Banzer addestrati da Klaus Barbie e dura lo spazio di una raffica di mitra.
Feltrinelli e Ertl. Sono dunque loro ad aver organizzato ed eseguito l’omicidio? Questo dicono tutti i libri sulla vicenda. L’unica a credere all’innocenza di Monika sembra essere la sorella più piccola, Trixi, che nel documentario “Gesucht: Monika Ertl” di Christian Baudissin guarda in camera e dice. “Io sono convinta che non sia stata Monica. Non ci sono prove”.
Per il resto nessuno ha dubbi ma prima, durante e dopo (e anche “dietro”) l’omicidio succedono alcune cose che, alla luce di quanto emerso finora in Feltrinelly story, vanno raccontate.
Prima, però, va raccontata la storia di Monika Ertl.
Nata a Monaco di Baviera il 7 agosto 1937, Monika è figlia di Hans Ertl, il cameraman della regista del Reich, Leni Riefenstahl, che aveva documentato le Olimpiadi di Berlino del 1936. La mamma, Augustine Friedl, neanche a farlo apposta, viene da una famiglia di albergatori del Renon, sopra Bolzano.
Il padre di Monika è un vero personaggio. Classe 1908 Hans Ertl è più un “direttore della fotografia” molto talentuoso che un cameraman, tanto che si mette dietro la macchina da presa pure per altri due mostri sacri dell’epoca, Luis Trenker e Arnold Fank. Ma è anche un importante alpinista. Wikipedia ci informa che “inventa” il sesto grado e conquista le più ambite pareti alpine, le nord del Cervino, dell’Eiger e dell’Ortles e perfino un settemila sul Karakorum. Ma Ertl è un avventuriero nel senso più letterale del termine: è un grande amante dei viaggi, va in canoa, sa cacciare e sa come sopravvivere nelle foresta ... .
Hans è stato un “propagandista” del regime, non un criminale. Nessuno lo cerca, non deve usare uno pseudonimo. Arriva in Bolivia con moglie e figlie nel 1952. Compra una grande fattoria, “La Dolorida”, in un luogo molto isolato. Alleva bestiame. Due anni dopo, nel 1954, gira un documentario sulla leggendaria città perduta di Paititi, trascinando con sé Monika - allora diciassettenne - lungo i fiumi e attraverso la selva boliviana. “Mia figlia imparò a sparare prima dell’algebra. Sparava come un uomo”, racconterà, fiero. E' Hans ad aiutare Klaus Altmann/Barbie ad introdursi nella comunità tedesca boliviana, a trovargli il primo lavoro in una segheria. I due diventano amici. “Zio Klaus” fa spesso visita alla fattoria.
Monika si sposa giovane con un ingegnere minerario boliviano-tedesco, si trasferisce in Cile. Conduce una vita agiata, gioca a golf, a tennis, a bridge, ma, dicono le sorelle nel documentario di Baudissin, quella è una vita “non sua”. Il matrimonio fallisce presto. Lei, però, si riesce ad allontanare solo dopo la morte di entrambi i genitori del marito. “Non voleva dar loro un dispiacere che sarebbe stato enorme”, spiega Hans davanti alla telecamera. Nel 1967 Monika torna a La Paz e fonda assieme ad un’amica una struttura per dare aiuto ai bambini boliviani. Già in quell’anno, stando a quanto scrive Karin Harrasser nel libro Surazo, Monika inizia a dare aiuto logistico all’Esercito di liberazione nazionale boliviano. E' il momento in cui Che Guevara approda nel Paese per cercare di lanciare una rivoluzione sul modello cubano. Il pensiero rivoluzionario fatica a penetrare tra i campesinos e la popolazione di origine indigena, ma il generale Barrientos e la CIA se la fanno sotto ugualmente. Che Guevara è Che Guevara e certe cose non sai mai come vanno a finire.
Con il passare del tempo Monika diventa una vera guerrigliera. Secondo il suo biografo, Schreiber, l’arruolamento vero e proprio comincia tra il 1968 e il 1969, dopo vari “stage” in Europa, a Cuba e in Medio oriente. Con il nome di battaglia di Imilla la giovane donna combatte fianco a fianco al successore di Ernesto Guevara, Inti Peredo. Lo ama. Quando pure Inti viene ucciso, per Monika è un colpo durissimo. Sparare a quel figlio di puttana di Quintanilla a quel punto è quasi un dovere.
Contemporaneamente alla morte di Inti, Giangiacomo pubblica nella collana “rivoluzionaria” della casa editrice Feltrinelli un libretto che sarà il testamento politico del rivoluzionario.
Quella che abbiamo sintetizzato nella prima parte è la versione sulla morte di Quintanilla che si è imposta, quella che Jürgen Schreiber ricostruisce con molti dettagli nel suo libro La ragazza che vendicò il Che. Ma pure Schreiber evidenzia problemi e incongruenze.
Il primo problema è la pistola. La Colt Cobra che cade nella colluttazione è registrata a nome Giangiacomo Feltrinelli. L’uso di un’arma con il numero di matricola è il primo degli “errori da non fare” indicati nel “manuale del bravo rivoluzionario”, per cui i biografi dei due protagonisti sono un po‘ in difficoltà nel trovare spiegazioni che non lascino spazio a dubbi.
Aldo Grandi, biografo di Feltrinelli, racconta ad esempio che nelle indagini successive, condotte a Milano nell’ambito delle inchieste sulla struttura dei GAP, viene ritrovata una pistola Browning parabellum. Gli accertamenti stabiliscono che quell’arma era stata acquistata il 22 marzo 1971 - 9 giorni prima dell’omicidio Quintanilla - a Vaduz, nel Liechtenstein, da un tale “Jacques Fischer”. Jacques Fischer è uno degli alias di Giangiacomo Feltrinelli. Monika Ertl, per uccidere Quintanilla, deve aver avuto due pistole: la Colt Cobra — consegnata da Feltrinelli come arma di riserva — e la Browning presa in Liechtenstein, con cui avrebbe dovuto compiere l’operazione. All’ultimo, per ragioni che non sono mai state del tutto chiarite, preferisce usare la Colt. Così, Grandi.
Il fatto che la Colt Cobra sia un’arma di riserva è una deduzione che serve a dare un minimo di razionalità alla scelta altrimenti inspiegabile di portare con sé un’arma dotata di matricola.
Il biografo di Ertl, Schreiber, che pure è convinto al 100 per cento della colpevolezza di Monika, osserva ciò che chiunque osserverebbe. “Se al momento della scelta avesse solo lontanamente sospettato che si trattava di una pistola acquistata legalmente, non se la sarebbe fatta mai e poi mai strappare di mano al consolato da Anna Quintanilla. Tanto valeva poggiare accanto alla vittima il biglietto da visita di Feltrinelli”.
Quindi, mettendo insieme il tutto, dovremmo supporre che Feltrinelli dia a Monika due pistole, una Browning da utilizzare per l’omicidio, e una Colt Cobra come arma di riserva, senza dirle, però, che la seconda arma è registrata a suo nome. Perché mai? Un po’ difficile da credere, in verità. Ma tant’è.
La spiegazione logicamente più sensata sarebbe che i due, già prima dell’omicidio, da veri guerriglieri, volessero gridare al mondo: “Siamo stati noi a vendicare il Che”. Ma i due non lo urlano affatto, o quanto meno non risulta che lo abbiano fatto. Feltrinelli nemmeno in forma privata. Per quanto da prendere con robuste molle, in alcuni resoconti si legge anzi che Giangiacomo avrebbe detto che la Colt gli era stata rubata. Secondo il controverso Herbert John gli era stata rubata in Bolivia, mentre in un giornale israeliano è riportato che l’editore avrebbe detto a un amico di averla “persa” proprio in Israele. Quindi con quell’amico l’editore non si era vantato di aver compiuto il suo atto fino a quel punto “più rivoluzionario”, ma, anzi, aveva addirittura negato un suo coinvolgimento. Insomma, l’unica cosa che si può dire sulla pistola è: boh.
Ma l’arma con il numero di matricola non è il problema più rilevante di questa spy story. Ancora più inspiegabile la faccenda dell’ufficio messo a soqquadro prima dell’arrivo della polizia tedesca. Nessuna dietrologia, è tutto nei rapporti letti e riletti da Schreiber. Secondo la ricostruzione ufficiale Monika è entrata, ha sparato, c’è stata una colluttazione, è fuggita. Non c’era tempo per rovistare. Eppure qualcuno l’ha fatto prima dell’arrivo degli “sbirri”.
Prima di scoprire chi c’era nell’ufficio, va fatto un passo indietro, spiegando cosa stava accadendo in quei giorni fra La Paz e Amburgo.
Nell’aprile 1971 in Bolivia ci troviamo nel breve 'interregno di sinistra“ del generale Torres. Nel mese di marzo non si parla d’altro che della morte in elicottero di Barrientos di due anni prima, del traffico d’armi con Israele, della raffica di omicidi e dei lavori della commissione di inchiesta che deve fare luce su queste cose. Quintanilla è un teste chiave e in quei giorni sta per rientrare a La Paz. Ha già le valigie pronte, la partenza e l’avvicendamento con il nuovo console sono fissati per il giorno successivo, il 2 aprile, una settimana in anticipo rispetto alle previsioni. Un’informazione, questa, che avevano in pochi.
Cosa c’era in quell’ufficio? Probabilmente chi lo ha messo a soqquadro pensava di trovare documenti che Quintanilla era in procinto di portare con sé: carte che avrebbero potuto implicare Barbie, Schwend, i militari boliviani, forse l’intera rete che aveva gestito l’affare con Israele attraverso MEREX, la società di armi di proprietà del BND tedesco. Gente pericolosa. Molto pericolosa.
Il terzo problema, talmente grande che si fagocita gli altri visti finora, è la presenza accertata di Klaus Barbie e del figlio Klaus-Jürgen Altmann jr ad Amburgo. Una presenza attestata peraltro - e non si capisce bene il perché - anche da documenti CIA sbianchettati ”male“.
Su Barbie sono diventato poco obiettivo, lo ammetto. Nel dormiveglia ogni tanto lo vedo perfino ”traslato“ in un fumetto vestire i panni di Klausdevil, un essere spregevole che si trasforma in una sostanza nera vischiosa che avvolge tutto, che si infiltra, che non si stacca. Il Venom di Spiderman, in pratica.
Ma a parte le mie derive paranoiche davvero si può pensare che la sua presenza ad Amburgo sia una coincidenza da non valutare con attenzione? Schreiber la annota, ma non la spiega affatto, o quanto meno non la lega all’imminente deposizione che avrebbe inguaiato un sacco di persone. Il giornalista riferisce che nelle carte è accertato che nei giorni precedenti Barbie ha avuto diversi incontri riservati con Quintanilla. L’autore germanico racconta che il nazista e suo figlio Klaus-Jürgen avevano da tempo un accesso anomalo all’edificio del consolato. Entravano e uscivano come fossero ”padroni di casa". Non solo.
La madre di tutti i problemi è, in realtà, chi ha messo a soqquadro l’ufficio del console, e cioè Klaus jr, che gestiva ad Amburgo la filiale anseatica di Transmaritima Boliviana. Quella mattina la polizia lo trova al consolato mentre rovista ancora nei cassetti di Quintanilla. Ed è lui, infatti, il primo sospetto dell’omicidio, anche dopo che l’ELN lo ha rivendicato.
“Dopo l’omicidio di Quintanilla — scrive Schreiber — i primi sospetti degli inquirenti si addensano sul figlio di Barbie per la sua deposizione confusa: il boliviano non aveva notificato all’anagrafe il suo indirizzo, non aveva permesso di soggiorno, viaggiava con il passaporto ufficiale e, anche se non lavorava al consolato, firmava dichiarandosi impiegato del consolato generale boliviano e aveva accesso dappertutto. Prima dell’arrivo della polizia aveva ficcato il naso nei cassetti di Quintanilla, come fu costretto ad ammettere quando fu messo alle corde. Non meglio precisate ‘circostanze particolari’ indussero la squadra omicidi a considerare probabile che l’uomo svolgesse una funzione di spionaggio. Ancora non avevano fiutato la pista vera e propria, cioè il collegamento con il padre, ex ufficiale delle SS ricercato in tutto il mondo”. L’ultima precisazione di Schreiber fa un po' sorridere, no?
Il biografo di Monika Ertl fa un lavoro di ricostruzione mirabile ma passa sopra alla questione Barbie con nonchalance e, pur avendo l’informazione, non dà neppure peso ai motivi del rientro in patria del console. “Sul divano dell’ufficio di Quintanilla - scrive - c’era una lettera di due pagine in cui suo fratello parlava di possibili complicazioni in relazione al suo rientro, rivolgendosi a lui con ”Caro fratellino“ per cercare di rabbonirlo: da mesi il nome di Toto era sui giornali a causa del suo operato equivoco. Gli era stata mossa l’accusa di corruzione, di commercio di armi e di coinvolgimento nella mortale caduta dall’elicottero del presidente Barrientos. Non mancava la carne al fuoco. Troppo clamore per una figura ambigua, che preferiva muoversi nell’ombra ed era sospettata dall’Eln di essere alle dipendenze degli Usa”. Schreiber dispone di informazioni molto importanti, ma la sua attenzione è rivolta ad altro: vuole dimostrare la partecipazione della sinistra amburghese alla preparazione dell’omicidio.
La versione Weller
Per tutti i “problemi” che abbiamo visto la versione ufficiale sull’omicidio di Amburgo che potremmo definire “liscia” fa un po‘ acqua da tutte le parti. A questo punto, a costo di guadagnarmi l’iscrizione ad honorem nel club dei complottisti della domenica, e, soprattutto, a costo di soffocare un po’ la vena romantica di questa storia, vanno analizzate due ipotesi antitetiche, una che definiremmo “versione Weller” e l’altra “versione ufficiale addizionata”.
Va detto chiaramente: l’ipotesi complottista è davvero “molto” complottista, perché parte dal presupposto che non sia stata Monika a sparare e che la scena del crimine sia stata “firmata” in modo plateale perché la colpa ricadesse sull’ELN, il quale aveva tutto l’interesse a che gli venisse attribuito il risultato militare più importante della propria storia, e cioè l’aver vendicato la morte di Che Guevara. La riporto, questa ipotesi, semplicemente perché alla luce delle ultime quattro puntate di Feltrinelli story è importante spiegare meglio il senso di alcune frasi lette negli articoli di stampa esaminati finora.
Abbiamo visto che il quadro indiziario che porterebbe a sospettare la premiata ditta Klaus Barbie & Son sarebbe piuttosto pesante. Al punto che ad un anno dall’omicidio di Quintanilla, nonostante l’immediata rivendicazione dell’ELN e il fatto che la polizia da 12 mesi stia cercando Monika Ertl, negli articoli della stampa internazionale la morte di Quintanilla viene ancora definita “sorprendentemente conveniente per chi cercava di coprire le proprie tracce in merito alle armi per Israele”.
Possiamo quindi dedurre che a qualche livello delle varie catene investigative - non sappiamo quale, forse più d’una - ci sia qualcuno di influente che è convinto che Barbie sia coinvolto e sia tutto-tutto collegato alla questione dei traffici d’armi. Qualcuno che riesce a far filtrare l’ipotesi investigativa sui più importanti giornali del mondo.
Negli articoli che abbiamo visto viene ancora ipotizzato che la parrucca bionda possa essere servita a Klaus jr per travestirsi da donna. E il fatto che nessuno abbia visto uscire l’omicida dal consolato e che il ragazzo si trovasse nell’ufficio all’arrivo della polizia, accresce i sospetti sul giovane.
Imbeccati da questa fonte, Weller & friends fra le righe fanno capire cioè che l’ELN stava in effetti progettando di eliminare Quintanilla. Lo stesso Carlo Feltrinelli registra che il giornalista danese Jan Stage (che conosciamo già da La Paz 1967) in un parco dell’Università di Santiago del Cile passi a Chato Peredo, su incarico di Feltrinelli, una scatola di Kleenex “piena di dollari”, per il viaggio ad Amburgo di Monika. Ma secondo l’ipotesi investigativa fatta filtrare sui giornali internazionali l’improvviso ritorno in patria del console, anticipato addirittura di una settimana, avrebbe imposto alla “Spectre tricontinentale” di agire in fretta muovendosi direttamente. E una volta che alle redazioni del pianeta fosse arrivata una rivendicazione farlocca dell’ELN, mai i ribelli avrebbero a quel punto potuto togliersi dal petto la medaglia.
Va detto che, per quanto debole, questa è l’unica versione che spiega una scena del crimine “telefonata” in modo così infantile, non solo con un biglietto targato ELN ma pure con una pistola registrata a nome del presunto mandante.
Il fatto, però, che questa versione presente sulla stampa internazionale del 1972 sia stata ignorata da tutti coloro che si sono occupati delle storie di Monika e di Giangiacomo non può che far supporre che sia stata scartata a ragion veduta.
La versione addizionata
Si riconoscerà però che — obiettivamente — le spiegazioni addotte a sostegno della versione ufficiale “liscia” sono ancora più contorte della versione Weller: la doppia pistola, la Comune sopra il Consolato in cui Monika si sarebbe rifugiata ... . Così come va osservato che non vengono spiegate la presenza dei “Barbies” e l’ufficio a soqquadro.
Neppure il biografo di Monika nasconde i dubbi che ha avuto nel corso della sua inchiesta. Arriva però alla conclusione che sia stata lei a sparare, e non possiamo che fidarci di lui: non ha interessi in gioco e, soprattutto, ha letto le carte della polizia di Amburgo.
Non si tratta quindi di attribuire responsabilità diverse da quelle ufficiali, ma — semmai — di capire se anche in questo caso non ci sia stata una regia che abbia messo sul classico piatto d’argento la testa di uno degli uomini più odiati dalla sinistra mondiale. Tornando all’avvertenza metodologica che ha aperto l’ottava puntata di Feltrinelli Story, possiamo aggiungere qualche supposizione.
Abbiamo una certezza: per la “Spectre” bolivian-israelian-american-germanica Quintanilla deve morire prima di deporre in commissione. In Bolivia c’è un esercito, l’ELN, ormai decimato e senza speranza, ridotto a poche unità. La Spectre sa anche che ci sono due rivoluzionari europei particolarmente interessati a porre fine all’esistenza di quell’uomo. C’è tutto ciò che serve, in sostanza, per far andare tutto nella “giusta” direzione.
Suona cinematografico, lo so. Ma dando per buona la versione che sia davvero Monika a sparare, non è impossibile pensare che la Spectre incarichi Barbie di recarsi sul posto e assicurarsi che tutto avvenga senza intoppi — e che, in caso contrario, se questi stolti rivoluzionari comunisti da soli non ce la fanno, se ne occupi lui, che sa così bene come si fa. Una persona di collegamento con l’ELN (ad esempio, il giornalista-spia danese Jan Stage, che in quel periodo era collocato “a casa” in Danimarca, a “due passi” da Amburgo) riceve la soffiata sulla necessità di accelerare i tempi, vista l’imminente partenza di Quintanilla; garantisce sull’assenza di misure di sicurezza e suggerisce perfino una via di fuga. Zac. Subito dopo l’omicidio il figlio di Klaus Barbie entra nell’ufficio e lo mette a soqquadro cercando documenti che non troverà.
In questa versione l’esecutrice materiale e il “regista vero” non sono in contatto tra loro — questo è da escludere — ma lavorano allo stesso obiettivo: Monika vendica il Che e Inti, Barbie mette a tacere l’ex amico pronto a far esplodere uno scandalo.
Devo confessare un po' di imbarazzo. La versione ufficiale da sola fatica a stare in piedi; ma quella “addizionata” non è una stampella così robusta. Troppe variabili. E quindi?
E quindi bisogna vedere le altre cose che “tornano” e danno corpo alla versione ufficiale.
Nel libro di Schreiber si capisce che l’autore è elettrizzato all’idea di trovare “la verità” sull’omicidio compiuto per “vendicare Che Guevara”. Il giornalista si convince che Monika si sia nascosta nella Comune di sinistra al piano sopra il consolato, che la polizia avrebbe controllato solo due giorni dopo l’omicidio. “Non si capisce — scrive — perché la polizia non abbia ritenuto necessario esaminare con attenzione particolare la comune al piano sopra il consolato. Per prassi un domicilio di contestatori era generalmente il primo a essere sospettato”.
Schreiber racconta di aver incontrato l’uomo a cui deve la decisione di raccontare la storia di Monika Ertl in una libreria. Non ne fa il nome. Sarebbe stato lui, un rivoluzionario-commerciante, a vendere a una sua conoscente della sinistra amburghese la borsetta ritrovata sul luogo del delitto — borsetta che sarebbe poi stata fatta avere a Monika. Una questione così centrale occupa però solo tre righe nel libro, e non viene ripresa in nessun altro capitolo. Dal primo all’ultimo, Schreiber accusa il suo interlocutore e l’intera sinistra extraparlamentare di reticenza: “Fino a oggi il capolavoro architettonico dei membri dell’estrema sinistra, un muro di impenetrabile omertà, continua a restare in piedi: anche se politicamente divisi ormai da molto, sono ancora uniti dalla paura della verità”.
Eppure, al di là delle lacune di Schreiber e del silenzio della sinistra amburghese, altri fatti concreti convergono a sostenere la versione ufficiale — e vengono confermati da tutti gli autori che si sono occupati della vicenda.
Da indagini incrociate emerge che Feltrinelli è a Zurigo il 19 marzo 1971, all’Hotel Simplon, con il nome di Jacques Matras. Il 22 marzo si reca a Vaduz per acquistare la Browning. Il giorno dopo — il 23 marzo — si trovava a Lugano, all’Hotel Excelsior, stesso pseudonimo. Un dispaccio Interpol da Wiesbaden a Roma, citato negli atti della Commissione parlamentare sul terrorismo, certifica che nei giorni di marzo 1971 una giovane donna si è registrata all’albergo Rothus di Zurigo come Monika Ertl, cittadina tedesca, nata il 7 agosto 1937 (anche qui: perché mai, pur avendo varie identità false, registrarsi con il vero nome prima di commettere un omicidio?). Secondo testimonianze raccolte dall’Interpol, la donna viene prelevata dall’albergo da un uomo sconosciuto a bordo di un’auto sportiva rossa. La figlia di Guevara ha ipotizzato, in un libro, che quell’uomo fosse Jan Stage, il giornalista-spia danese che aveva accompagnato Feltrinelli in Bolivia nel 1967 e che era “a libro paga dell’editore” — probabilmente un agente cubano.
Aldo Grandi sintetizza: Monika era in Svizzera “per incontrarsi con Feltrinelli, anche se è presumibile che sin dal suo arrivo in Europa la Ertl avesse preso contatti con l’editore. Non può essere considerata solo una coincidenza la presenza dell’editore a Zurigo quattro giorni prima, il 19 marzo 1971, all’Hotel Simplon, o il soggiorno a Lugano proprio il 23 marzo 1971, all’albergo Excelsior, con lo pseudonimo di Jacques Matras”.
A corroborare la ricostruzione di Schreiber concorrono però altri elementi — tra cui un documento CIA declassificato, con tutto il peso e i limiti che questo comporta: i documenti dell’Agenzia, come le dichiarazioni rese in interrogatori sudamericani negli anni Settanta, non sono garanzia di verità, ma non vanno comunque ignorati.
Il dispatch “segreto” del novembre 1972 di 14 pagine — codice HOPW-6303 — analizzando i documenti sequestrati a Ruben Sanchez Valdivia, comandante militare del Frente Revolucionario Antiimperialista boliviano, arrestato dai peruviani mentre tentava di rientrare clandestinamente in Bolivia. Nel suo taccuino compare, tra i tanti nomi, un incontro con Régis Debray — l’intellettuale francese che aveva combattuto con il Che ed era stato liberato dalla prigione boliviana nel 1970 — segnalato a Santiago il 3 novembre 1972 come raccoglitore di fondi per il FRA in Europa. La voce successiva riguarda due soprannomi: “El Zurdo” e “El Viejo”. La CIA li identifica come Emilio Ale Maldonado, boliviano, membro dell’ELN, e Jose Osvaldo Ukaski, argentino. Entrambi erano stati arrestati all’inizio del 1972 e, sotto interrogatorio dalla polizia boliviana, avevano dichiarato che l’omicidio di Roberto Quintanilla Pereyra era stato pianificato in Cile da Giangiacomo Feltrinelli, da un certo “Carlos” — entrambi già morti — e da Osvaldo “Chato” Peredo. L’esecuzione materiale, aggiungono, era stata compiuta da Monica Ertl, della quale a novembre 1972 non si conosce ancora la posizione. Immaginiamo che negli interrogatori fatti all’epoca i rivoluzionari erano pronti a confessare qualunque cosa, ma il documento va messo agli atti.
A proposito degli elementi a sostegno della versione ufficiale quello forse più robusto di tutti è in realtà l’intervista resa da Chato Peredo per il documentario di Baudissin. Il fratello minore di Inti, praticamente l’unico guerrigliero dell’ELN rimasto in vita al momento delle riprese, prima afferma e ripete - poco signorilmente, data l’irrilevanza dell’informazione - di avere avuto una storia d’amore con Monika e poi dice apertamente che è stata lei a commettere l’omicidio.
Dopo l'omicidio
Ma dopo la morte di Quintanilla cosa succede? Di Giangiacomo abbiamo raccontato. Quello che sappiamo con certezza è che dopo Amburgo, Monika sparisce. La Germania non è più sicura, l’Interpol ha avviato le indagini, il suo nome circola nei commissariati.
A Milano, intanto, nelle indagini sui GAP, spunta un’altra traccia. Augusto Viel, interrogato da Viola dopo la morte di Feltrinelli, parla di una donna che frequentava il covo di via Subiaco 7 — prima GAP, poi BR — dove l’editore si era nascosto al ritorno dalla Cecoslovacchia. Il sospetto che Monika Ertl, nei mesi successivi all’omicidio Quintanilla, abbia gravitato su Milano sotto la protezione di Feltrinelli e almeno fino a poco dopo la sua morte è, secondo Aldo Grandi, fondato.
Ad un certo punto Monika si dirige sicuramente verso il Cile, dove Salvador Allende governa dalla fine del 1970 e dove l’ELN mantiene contatti con i movimenti della sinistra latinoamericana. È lì, quasi certamente, che si ferma per un periodo: Santiago è in quegli anni un porto naturale per i militanti in fuga.
Ma Monika non è una donna che sa stare ferma. La selva boliviana non le è estranea. È lì che è cresciuta, inseguendo animali, girando film, dormendo tra le radici degli alberi. Sa muoversi nel verde amazzonico forse meglio che in una città europea. Dopo la parentesi cilena, da vera eroina guevariana Monika decide di tornare “a casa” e di impugnare di nuovo il fucile. Una scelta romantica presa con la consapevolezza che potrà finire solo in un modo.
Ertl riesce per un periodo a mimetizzarsi, a riorganizzarsi, a contribuire a tenere in piedi uno straccio di guerriglia. Ma la Bolivia del 1971-73 è la Bolivia del dittatore Hugo Banzer, che ha preso il potere con un colpo di Stato nell’agosto del 1971. Il generale di origini tedesche mette ogni energia possibile per eliminare la guerriglia anche se questa, tutto sommato, è innocua.
Abbiamo visto che dall’inizio del 1972 si viene a sapere che “zio Klaus” è in realtà il boia di Lione, Barbie. Realizzarlo, per Monika, deve essere stato l’ennesimo choc. Così come deve esserlo stata la morte di Giangiacomo poche settimane dopo. Nel dicembre di quell’anno, assieme ai coniugi Klarsfeld e a Régis Debray, la guerrigliera progetta di rapire il criminale nazista. Il successo dell’operazione dipende dalla collaborazione del presidente del Cile, Salvador Allende. All’inizio del 1973 il suo governo entra in una grave crisi a causa della campagna di destabilizzazione della CIA. L’impresa avviata dai Klarsfeld viene interrotta.
Su Monika il governo boliviano mette una taglia di 20.000 dollari. Gigantesca. Per dare l’idea di cosa significasse in Bolivia nel 1971: il reddito medio boliviano era allora di poco più di duecento dollari l’anno. Ventimila dollari erano quanto un boliviano avrebbe guadagnato in settant’anni di lavoro. Una fortuna inimmaginabile. La testa di Che Guevara, quattro anni prima, ne valeva 4.200. Una taglia che odora di zolfo e di vendetta, che odora di Klaus Barbie in quel momento potentissimo a La Paz.
Monika è braccata. Il 12 maggio 1973, a El Alto — la città che si stende sull’altipiano sopra La Paz — cade in un’imboscata delle forze di sicurezza paramilitari boliviane. Viene uccisa a colpi di arma da fuoco. Con lei muore Osvaldo Ucasqui, l’uomo che l’anno prima, interrogato, l’aveva accusata dell’omicidio Quintanilla. Il corpo di Monika non viene mai riconsegnato alla famiglia. La tomba non è nota. Aveva trentacinque anni.
Questo il servizio uscito su Stern, recuperato su microfilm in una biblioteca di Amburgo. “E' morta come Che Guevara”, è il titolo.
Su chi l’abbia identificata per le strade di La Paz e segnalata alle forze boliviane, le ricostruzioni convergono su un nome: Klaus Barbie. Klausdevil, il male che si infiltra ovunque. Nel 1979, parlando con il giornalista Gerd Heidemann, il nazista dice anche che la ragazza ha fatto la fine che meritava. Carino, zio Klaus.
Ma non è finita.
Negli infiniti incroci di Feltrinelli story dobbiamo segnalare l’ultima “storia nella storia”, che ha per protagonista Silvano Girotto, ex legionario decorato, ex rapinatore, che dal 1969 fa il frate nella zona di Cochabamba.
Scrive Schreiber: “Il francescano Silvano Girotto, che aveva aderito al Movimiento de Izquierda Revolucionaria durante il sanguinoso colpo di stato di Banzer nel 1971 potrebbe essere stato uno degli ultimi a vedere Monika ancora viva. Poco prima della sua morte, Girotto incontrò Imilla in casa del canadese padre Oblati, anche lui un prete comunista. Girotto si fregiava del nome di battaglia ‘Fratello Mitra’ e postulava la violenza come necessaria risposta cristiana alla violenza imperante. Lui, che presto avrebbe fatto la sua parte anche in Italia assieme alle Brigate Rosse (poi però tradendo i suoi compagni e andando a vivere in Africa in una località sconosciuta), mi fece sapere per intricate vie traverse che Imilla era consapevole di trovarsi in grande pericolo, per cui aveva cercato la salvezza pregando i compagni ritiratisi in Cile di aiutarla, ma quelli non erano più in grado di operare in Bolivia”.
Nelle prime pagine del libro di Maurizio Chierici, Fratello Mitra, “padre Leone”, questo il suo nome da francescano, riceve al telefono la notizia della morte di Monika e si dispera. Il legame fra Monika e il frate sembra solido.
La testimonianza di Frate Mitra alla Commissione stragi del 10 febbraio 2000 è di tutt’altro segno. In pratica l’ex “frate” sostiene di aver conosciuto appena Monika Ertl.
“Facevo il missionario (...) Il generale Banzer fa un colpo di Stato, escono gli operai per le strade a manifestare e l’esercito spara. Io mi trovavo a La Paz in quel momento, ho visto la gente cadere, bambini, donne, e non me la sono sentita di stare a guardare: ho raccolto un mitra, ho tolto il saio e mi sono unito alla gente che cercava di reagire. Poi sono stato ferito, mi hanno portato via, dopo di che sono fuggito in Cile, assieme a quelli che erano sopravvissuti e di qui nasce il mio vivere nella resistenza. E di qui nasce la mia espulsione dall’ordine francescano, dolorosissima”.
Sempre davanti alla Commissione, Girotto tiene a precisare la natura della sua militanza boliviana. Dice, come scrive Schreiber, di aver combattuto nel MIR — Movimiento de Izquierda Revolucionaria — non nell’ELN guevarista, e traccia fra le due organizzazioni una linea netta: “Avevamo come nemici mortali i terroristi perché allora in Bolivia c’era l’ELN, Esercito di Liberazione Nazionale, di radice guevarista, i sopravvissuti del fuoco del Che, che seguivano la via terrorista, cioè l’uso delle armi come metodo di insegnamento: le masse imparano dai fucili. Quindi usavano l’attentato e l’assalto armato come modi di fare politica. Per noi erano un pericolo costante, erano antagonisti a noi”.
Addirittura “nemici mortali”, li definisce.
Poi arriva la domanda su Monika Ertl. Il commissario Mantica gliela pone direttamente: si ricordava chi fosse? “Altro che! L’ho anche incontrata”, risponde Girotto. “L’ho anche incontrata”.
Il dialogo negli atti parlamentari è il seguente.
Mantica: “Era una guerrigliera tedesca, tra l’altro mi dicono che fosse molto bella, che viveva in Bolivia. Monica Ertl uccide ad Amburgo con la Colt di Feltrinelli il console boliviano Roberto Quintanilla, l’uomo che aveva fatto uccidere Che Guevara.”
Girotto: “Quintanilla aveva come trofeo l’M1 del Che.”
Mantica: “Da un libro di Maurizio Chierici non è difficile capire che Monica Ertl è stata assassinata dagli squadroni della morte”.
Girotto: “Questo è vero. Io ero a La Paz quando è successo!”
Stop. Tre battute secche, nessun dettaglio aggiunto spontaneamente.
Nel libro di Chierici — Fratello Mitra (Fratelli Fabbri, ottobre 1973) — citato negli atti della Commissione, racconta qualcosa di più: appena arrivato a La Paz Girotto entra in contatto proprio con la Ertl, che gli trova un nascondiglio nei covi della sua organizzazione. La Commissione annota che “la pasionaria tedesca Monica Ertl diventò una sua collaboratrice”.
Insomma, i racconti cambiano a seconda dell’interlocutore. A 27 anni dai fatti Girotto sostiene di aver conosciuto appena Monika, dice di aver considerato nemici mortali quelli che come lei erano nell’ELN, omette di dire di averla vista lo stesso giorno in cui è stata ammazzata. Nemici mortali che peraltro avevano usato il mitra come lui sosteneva di aver fatto nei due anni precedenti.
Ma il triplo salto mortale e mezzo raggruppato (coefficiente di difficoltà 4.1) di Silvano Girotto va raccontato bene. A novembre 1973 l’ex “frate” rientra in Italia in concomitanza con l’uscita del libro di Chierici. L’ordine francescano lo ha già espulso con decreto della curia provinciale di Torino, “citando espressamente la sua partecipazione alla lotta armata”. Una fotografia lo ritrae in saio mentre imbraccia un mitra: nasce il soprannome. La sinistra rivoluzionaria si sdilinquisce.
Nella primavera del 1974, durante il sequestro del giudice Mario Sossi, rapito il 18 aprile, il settimanale di ultra destra Candido pubblica in prima pagina una fotografia di Girotto mentre celebra messa. La didascalia recita: “Ecco l’uomo che può salvare Sossi.” L’articolo è firmato da Giorgio Pisanò, senatore MSI e direttore del giornale (e come abbiamo visto nella puntata precedente “agente” del “noto servizio”) e presenta Girotto come un religioso comunista a conoscenza dei segreti delle Brigate Rosse.
L’articolo sembra centrare due obiettivi. Pur uscito su un giornale notoriamente di destra, aumenta “i punti” di Girotto nell’ottica delle Br che poco dopo dovranno decidere se reclutarlo, ed inoltre fornisce una “pezza d’appoggio” sulla tempistica della sua “collaborazione” con i Carabinieri. Nella ricostruzione ufficiale sarebbe infatti questo articolo a spingere gli uomini del nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa a cercare Girotto. Secondo la versione ufficiale, il capitano Gustavo Pignero si presenta a casa sua proprio con il Candido in mano.
Gli atti della Commissione parlamentare introducono, però, un elemento ulteriore. Nella seduta n. 62, il 10 febbraio 2000, il presidente Pellegrino ricorda a Girotto quello che lui stesso aveva dichiarato anni prima al pubblico ministero Gian Carlo Caselli: e cioè che l’ex gappista feltrinelliano Giambattista Lazagna gli avrebbe detto che l’articolo di Pisanò non era nato spontaneamente — che “la valutazione dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno era nota a lui ed era quello che aveva spinto Pisanò a scrivere l’articolo sul Candido”. Davanti alla Commissione, Girotto risponde: “Non ricordo”.
La catena sarebbe quindi stata questa: gli Affari Riservati del mitico Federico Umberto D’Amato identificano Girotto come utilizzabile, passano l’informazione a Pisanò, Pisanò pubblica l’articolo, i carabinieri di Dalla Chiesa leggono l’articolo e contattano Girotto. Un’operazione coordinata a più livelli, con un giornalista di destra come tramite (in)consapevole.
Girotto spiegherà anni dopo di aver deciso di sfruttare il fantasioso racconto fatto di lui da Maurizio Chierici (ma se è fantasioso, deve esserlo stato per le balle che gli ha raccontato lui, ndr) e tramite amici piemontesi di essersi riuscito a mettere in contatto con loro. I vertici delle Br, solitamente iper diffidenti, si bevono tutto, ignorando anche il fatto che sia uscito l’articolo su Candido e cadono nel tranello.
Come sia, come non sia, l‘8 settembre 1974 a Pinerolo i carabinieri bloccano una Fiat 128. A bordo ci sono Renato Curcio e Alberto Franceschini. A dare la dritta era stato lo stesso ex legionario Silvano Girotto, che aveva convinto i vertici BR di essere pronto per l’arruolamento anche grazie a quell’articolo suggerito da D’Amato.
Quattro anni dopo, nel 1978, frate Mitra viene sentito come teste nel processo alle Br. La sua deposizione inizia così: “Sono rientrato dal Cile il 18 novembre 1973, dopo una lunga serie di esperienze in America Latina”. L’11 settembre, due mesi prima, al potere era salito Augusto Pinochet.
Nella sua lucida e tagliente deposizione Frate Mitra dice di aver deciso di collaborare con i Carabinieri dopo aver terminato di scrivere le sue memorie, tra maggio e giugno 1974. “Accettai - racconta davanti ai giudici. di instaurare un rapporto di collaborazione con i carabinieri, precisando che non intendevo fare il confidente ma che volevo svolgere un ruolo di inimicizia militante sfruttando la curiosità e l’interesse che nei miei confronti le Br potevano forse avere. Vista la leggenda che intorno a me si era creata, l’inimicizia militante poteva anche dar valutazione all’attività delle Br come sopra riassunto, io stesso chiesi ai carabinieri di essere nei miei tentativi di contatto con le Br, costantemente tenuto sotto controllo passo passo”.
Silvano Girotto muore il 31 marzo 2022.
Il giorno dopo sulla pagina Facebook dei Carabinieri - vale la pena di ricordarlo - l’Arma gli rende omaggio con questo post: E‘ scomparso a 82 anni Silvano Girotto, frate francescano missionario in Bolivia. La sua coraggiosa collaborazione con il Nucleo Speciale Antiterrorismo dei Carabinieri, comandato dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, consentì, l’8 settembre 1974, a Pinerolo, di arrestare i fondatori delle Brigate Rosse, Renato Curcio e Alberto Franceschini.
Possibile, a questo punto, che l'“inimicizia militante” verso le forze rivoluzionarie Girotto l’abbia provata ininterrottamente dai tempi in cui, giovanissimo, andò ad ammazzare i militanti del Fronte di liberazione nazionale algerino indossando la divisa della legione straniera.
Il guerrigliero bolzanino
C’è un’ultima vicenda che questo racconto partito da Bolzano non può non ricordare, la storia di Michael Nothdurfter.
Nato il 10 aprile 1961, penultimo figlio del giornalista Luis Nothdurfter, Michael cresce in una famiglia cattolica della borghesia sudtirolese, studia teologia a Londra e nei Paesi Bassi, poi nel 1982 arriva in Bolivia e entra nel seminario gesuita di Cochabamba. Quello che vede lo cambia. La miseria estrema, le disuguaglianze senza fondo, la terra dove dieci anni prima era morto il Che, dove Barbie aveva addestrato i torturatori al servizio dei dittatori — tutto questo lo porta, attraverso la teologia della liberazione, fino alla scelta della lotta armata. Diventa il “Comandante Miguel” nelle file della Comisión Néstor Paz Zamora, legata all’ELN. L'11 giugno 1990 il suo gruppo rapisce il presidente della sede boliviana della Coca-Cola, Jorge Lonsdale, chiedendo un riscatto. All’alba del 5 dicembre 1990 un reparto speciale della polizia sfonda la porta dell’appartamento di calle Saavedra a La Paz. Muoiono tre guerriglieri e l’ostaggio. Tra i caduti c’è Michael Nothdurfter. Il regista altoatesino Andreas Pichler gli ha dedicato un documentario molto bello, Il cammino del guerriero (Der Pfad des Kriegers, 2008). Da vedere.
Il saluto di Sibilla
In questa serie manca una puntata “altoatesina”. Quella che avrei dovuto e voluto dedicare a Sibilla Feltrinelli (Melega è il nome da nubile, e lei si firma con il nome del marito), la donna meranese che è stata accanto a Giangiacomo negli ultimi sei anni e mezzo. Sarebbe stata la settima puntata. In questi anni ho reperito una gran quantità di materiale su di lei. Negli anni Settanta fu spesso sui “rotocalchi” che raccontavano la sua seconda vita, accanto al pittore francese Jean-Paul Chambas. L’ho cercata a lungo ma sono riuscito a rintracciarla solo qualche mese fa, tramite il figlio Maurice Chambas. Ho mandato alcune delle domande che avrei voluto farle sul Sudtirolo dell’epoca e sulla Bolivia, ma il figlio mi ha mandato questa bella risposta con un cortese rifiuto e un ricordo di Giangiacomo.
Sehr geehrter Hr. Gobbato,
Meine Mutter möchte zu den Fragen die sie an sie richten keine Stellungnahme abgeben.
Sibilla lässt ihnen folgendes ausrichten:
Giangiacomo war mir ein liebevoller Ehemann und die Liebe meines Lebens.
Dafür werde ich ihm ewig dankbar sein und behalte ihn als solchen in Erinnerung.
Ich habe mit ihm eine schöne, prägende und aufregende Zeit erlebt, denn er war für mich wie ein Vater, Freund, Kamerad und Geliebter.
Ich wünsche nicht, dass sie über meine Person berichten, denn es ist Giangiacomos 100ster Geburtstag und es soll in ihren Artikeln um seine Person gehen. Er hat so vieles Geschaffen, er war ein wundervoller Verleger und Mensch.
Ja, ich war seine letzte Ehefrau und stand an seiner Seite. In seinen letzten Jahren hat er mir immer weniger erzählt, denn er war auch mein Beschützer.
Herzliche Grüße
Sibilla FELTRINELLI
Bibliografia
Nel file word la bibliografia con le principali fonti consultate.
Tutta la serie su Feltrinelli
Leggete tutta la storia di Feltrinelly su SALTO. La Feltrinelli Story.