Cgil, il riarmo non è difesa comune
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La Cgil ritiene che la scelta dell’Unione europea di sostenere e finanziare il riarmo nazionale, contenuta nel documento di raccomandazioni specifiche per paese rivolte all’Italia nell’ambito del semestre europeo 2026, non persegua l’obiettivo dichiarato di costruire una difesa comune europea. Si tratta, secondo il sindacato, di un’indicazione sbagliata e pericolosa: da un lato allontana la soluzione dei conflitti in corso, promuovendo un riarmo dei singoli paesi europei; dall’altro avrà profonde conseguenze sul quadro di finanza pubblica (deficit e debito pubblico) e su quello macroeconomico (produzione, prezzi e occupazione).
La proposta di Raccomandazione 2026, che reitera quanto già avanzato dalla Commissione nelle Raccomandazioni del 2025, aggrava ulteriormente questo indirizzo, chiedendo all’Italia non solo di aumentare la spesa per la difesa, ma anche di adattare gradualmente il bilancio pubblico a una spesa strutturalmente più alta.
Una scelta politica, non tecnica
Per la Cgil, la recente e repentina apertura della Commissione a un aumento della spesa - ed eventualmente anche del debito - per la difesa a qualsiasi costo dimostra come la precedente assenza di spazio per gli investimenti pubblici in salute, istruzione, ricerca, sviluppo e politiche industriali fosse in realtà una scelta squisitamente politica.
Perché la Cgil è contraria
Il sindacato è fermamente contrario all’aumento a livello nazionale delle spese per la difesa. Questo aumento, sostiene la Cgil, non ha nulla a che vedere con l’obiettivo, peraltro poco realistico senza una vera politica estera comune, di una difesa europea condivisa: si tratta piuttosto di una corsa al riarmo nazionale, frammentata e asimmetrica. Non è nemmeno necessario, visto che la spesa militare complessiva dell’Europa è già superiore del 58% rispetto a quella della Federazione Russa, pur essendo quest’ultima in pieno sforzo bellico (Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, dati 2024). Si rischia inoltre di compromettere la coesione europea, favorendo le forze nazionaliste, populiste e antieuropeiste, specialmente di estrema destra, il cui consenso cresce con l’aggravarsi della crisi sociale, e di innescare una pericolosa competizione militare tra i Paesi europei, con la riaffermazione della Germania come grande potenza militare. Si rischia infine di determinare un profondo cambiamento del modello di sviluppo per sostenere un’economia di guerra, che inizia con la riconversione dell’apparato produttivo per il materiale bellico e finisce con l’alimentare militarizzazione e conflitti.
Incompatibile con la conversione ecologica
Aumentare la spesa in armi è, per la Cgil, totalmente incompatibile - politicamente, finanziariamente e industrialmente - con un modello di sviluppo fondato sulla conversione ecologica, sull’innovazione tecnologica, sui beni comuni e sullo stato sociale. Il sindacato si dichiara profondamente contrario al taglio di capitoli della spesa sociale e al dirottamento di quote rilevanti dei fondi di coesione verso il riarmo.
Le risorse sottratte al welfare
La richiesta, contenuta nella proposta di Raccomandazione 2026, di adattare il bilancio a una spesa per la difesa strutturalmente più alta comporterebbe, secondo la Cgil, la sottrazione di un’ingente mole di risorse a settori già in difficoltà: sanità pubblica, istruzione, ricerca, università, previdenza, assistenza, non autosufficienza, contrasto alla povertà e alle disuguaglianze, anche di genere, oltre che alle politiche industriali verdi e ai servizi pubblici territoriali.
Le nuove regole di bilancio
La Cgil ricorda di aver criticato fin dall’inizio l’adozione delle nuove regole per la governance economica, sostenendo che avrebbero portato - come poi avvenuto - a nuove politiche di austerità scaricate su lavoratori dipendenti e pensionati. Il sindacato ribadisce la propria contrarietà e chiede una revisione delle attuali regole, giudicate inadatte a far fronte alle crisi economiche e sociali in corso.