Zweisprachigkeitsprüfung patentino patentini
Foto: LPA/Greta Stuefer
Politik | Bilinguismo

Serve una visione politica

Deroghe e rinvii stanno diventando la regola per gestire problemi complessi in Sudtirolo. I patentini falsi sono un sintomo: serve una riforma vera, ad esempio con verifiche linguistiche legate al lavoro. Altrimenti il pragmatismo diventa controproducente.
  • Dalle indagini sul sistema organizzato di falsificazione dei patentini di bilinguismo emergono due aspetti, uno negativo e uno potenzialmente positivo.

    L’aspetto negativo è che la vicenda rappresenta un esempio tipico di come vengono affrontati i problemi in Sudtirolo: attraverso un pragmatismo che spesso si traduce nell’aggiramento delle regole. Si sa che esistono difficoltà nella disponibilità di personale bilingue, soprattutto in alcuni settori. Di fronte a problemi complessi, invece di affrontarli in modo strutturale, si procede per deroghe, si gestisce l’emergenza, si rinvia. È quanto accaduto nella sanità, dove il bisogno di personale ha portato a soluzioni temporanee.

    Questo modo di procedere riguarda tanti altri aspetti complessi (dalle sperimentazioni scolastiche, fino al Bettenstopp, passando per la riforma dello Statuto) e segnala l’assenza di una visione politica e di un approccio sistematico: quando il problema è complicato, lo si elude. Finché non emerge un caso eclatante che impone una reazione.

     

    La vicenda può rafforzare la volontà di muoversi in modo più sistematico.

     

    Accanto a questo, vi è però anche un possibile elemento positivo: la vicenda può diventare un’occasione per intervenire. Il presidente Kompatscher stava già lavorando a regole più flessibili sulle deroghe, con l’obiettivo di concedere più tempo per il conseguimento del bilinguismo e favorire un miglioramento reale delle competenze linguistiche. Sono certo che questo caso rafforzerà la volontà di muoversi in modo più sistematico.

    Il punto centrale, comunque, è che la verifica delle competenze linguistiche dovrebbe essere collegata alle esigenze concrete dei posti di lavoro. Un accertamento astratto ex ante non è sufficiente, perché la capacità di usare una lingua dipende anche dal contesto. È un passaggio complesso, perché richiede modalità di valutazione più mirate, ma è anche l’unico che consente di ottenere risultati effettivi e di garantire davvero il bilinguismo. Magari ammettendo deroghe per non perdere le persone, ma in un quadro di regole molto chiare.

     

    La verifica delle competenze linguistiche dovrebbe essere collegata alle esigenze concrete dei posti di lavoro.

     

    Il sistema del patentino, così come quello delle certificazioni linguistiche, non garantisce di per sé un bilinguismo reale. Al di là dei casi di falsificazione, è noto che vi sono persone in possesso di certificazioni valide che non sanno parlare, e quindi non utilizzano effettivamente, la seconda lingua.

    La norma di attuazione cosiddetta „anti-furbetti“, che obbliga a svolgere almeno una prova scritta e quelle orali nella lingua dichiarata, non ha risolto il problema. Perché è una norma sulla proporzionale, non sul bilinguismo. Non mancano casi di candidati formalmente appartenenti a un gruppo linguistico che non padroneggiano adeguatamente la lingua, e di altri che hanno sviluppato, nel loro percorso lavorativo, competenze giuridiche e tecniche in una lingua diversa da quella di appartenenza. Questo conferma la necessità di una valutazione più contestualizzata, legata ai singoli ambiti professionali.

     

    Occorre superare una logica puramente certificativa, a vantaggio di una conoscenza reale.

     

    Il punto di arrivo non potrà che essere questo: avviare un processo che porti a una modifica della norma di attuazione dello Statuto, senza ridurre i requisiti linguistici, ma superando una logica puramente certificativa, a vantaggio di una conoscenza reale – e con percorsi di accompagnamento per chi non c'è ancora arrivato.

    Esiste un’asimmetria tra i gruppi nelle competenze linguistiche, ma eviterei di leggere questa vicenda in chiave etnica, perché sarebbe una banalizzazione e potrebbe anche acuire le tensioni. È piuttosto il risultato di fattori strutturali: l’attrazione di forza lavoro è molto maggiore dall’Italia che dall’estero per tanti, noti fattori, e abbiamo un pesante brain drain di molti giovani qualificati e plurilingue (di tutti i gruppi linguistici). Si tratta quindi di un problema organizzativo, che riguarda il funzionamento complessivo del sistema.

     

    L’obiettivo deve essere migliorare la qualità linguistica, non ridurre i requisiti.

     

    La vicenda giudiziaria, che rappresenta solo la parte malata del fenomeno, può diventare un’opportunità. Occorre però definire con attenzione un modello che superi l’accertamento preventivo e che, al tempo stesso, rafforzi le garanzie sulla conoscenza delle lingue e le adegui ai contesti. L’obiettivo deve essere migliorare la qualità linguistica, non ridurre i requisiti.

    Resta da vedere quali saranno le proposte di Kompatscher. Anche la Commissione dei Sei può svolgere un ruolo, a condizione che vi sia un accordo politico. Ed è la Commissione il luogo in cui dovrà passare una eventuale modifica della normativa di attuazione. Il punto però è iniziare intervenire: altrimenti si continuerà a gestire il problema attraverso un pragmatismo che sta diventando controproducente.


    Commento raccolto da Simonetta Nardin