Umwelt | L'operazione

Ceneri tossiche, vertici APPA nei guai

L'inchiesta choc sulla "carbonella tossica" scuote la Provincia: in carcere Giulio Angelucci, indagato Ruffini e i presidenti delle centrali di cogenerazione. I rifiuti sarebbero stati venduti invece di essere smaltiti. "Un guadagno di 4 milioni".
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Dodici persone in custodia cautelare in carcere — tra cui il dirigente dell’Agenzia Provinciale per l’Ambiente di Bolzano Giulio Angelucci — un impianto di cogenerazione a Lasa sequestrato e affidato ad amministrazione controllata, 19 indagati complessivi, più tre società coinvolte. È il bilancio choc dell’operazione “Carbone delle Alpi” eseguita oggi dai Carabinieri del Comando per la Tutela Ambientale e la Sicurezza Energetica, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Trento in raccordo con Eurojust ed Europol. Questo dovrà essere provato nel prosieguo dell’inchiesta, ma secondo il gip “senza quei funzionari pubblici il sistema non avrebbe potuto reggere ai controlli nazionali ed europei”. Dalle carte comunque emerge un interpello del 2024 in cui la Provincia chiedeva al ministero apertamente come avrebbe dovuto comportarsi.

Tutto comincia a Prato alla Drava, Alto Adige, nel 2022, con un controllo di routine su un autocarro con targa croata che trasporta ceneri. I Carabinieri notano anomalie nella documentazione di trasporto, sequestrano il mezzo e attivano il Nucleo Operativo Ecologico di Trento. Da quel primo accertamento si sviluppa un’indagine che dura quattro anni e attraversa sei paesi.

 

Lo slogan scelto da una delle ditte distributrici era “naturale, regionale, sostenibile”

 

Quello che i militari trovano, tirando il filo, è che le ceneri degli impianti di cogenerazione di Versciaco e Lasa partono verso stabilimenti croati e serbi dove vengono mescolate con plastica e leganti artificiali, pressate, confezionate in sacchetti “con certificazioni verdi” e rispedite in Italia, Austria, Germania e Svizzera come carbone da barbecue naturale e sostenibile. Lo slogan scelto da una delle ditte distributrici, la Alpenkohle GmbH austriaca — il cui nome significa letteralmente “carbone delle Alpi”, come l’operazione di oggi — era “naturale, regionale, sostenibile”. Nelle bricchette c’erano idrocarburi policiclici aromatici e diossine oltre i limiti di legge. Sostanze cancerogene, in sostanza, sul fuoco, sotto la carne della grigliata. Ma non solo bricchette: le stesse ceneri tossiche venivano usate per produrre fertilizzanti, mangimi, additivi per calcestruzzo e asfalto. Lo ha spiegato in conferenza stampa Enrico Risottino, comandante del Gruppo Carabinieri per la Tutela Ambientale di Venezia: “Anziché venire smaltite o trattate come rifiuto, le ceneri venivano rimesse nel circuito economico attraverso vari usi”. E dalle analisi fatte dai militari emergerebbe che i “bricchetti” durante la combustione rilasciavano sostanze tossiche al di sopra dei limiti. Negli stabilimenti croati dove le ceneri venivano trasformate in bricchette, i lavoratori operavano inoltre senza mascherine né protezioni.

Secondo gli inquirenti il sistema funzionava su due piani simultanei. Sul piano economico le ceneri tossiche diventavano merce. Sul piano istituzionale quelle stesse ceneri diventavano “sottoprodotto” attraverso la “produzione sistematica di documentazione amministrativa favorevole”. I due piani si reggevano a vicenda. Senza il secondo, il primo cadeva al primo controllo serio. Per questo, stando alle ricostruzioni della Procura, il profitto era doppio, e per l’impianto di cogenerazione di Lasa e di quello di Versciaco, complessivamente la cifra sarebbe intorno ai 4 milioni. Le due società altoatesine  coinvolte avrebbero risparmiato il costo del corretto smaltimento di migliaia di tonnellate di rifiuti — un risparmio che varrebbe centinaia di migliaia di euro — e incassato dalla vendita di quel materiale come prodotto di pregio. In più, classificando le ceneri come sottoprodotto rinnovabile invece che come rifiuto, sarebbero riuscite a ottenere quote di CO₂ da immettere sul mercato europeo. Un rifiuto potenzialmente “cancerogeno” che diventa credito ambientale.

L'impianto di cogenazione di Lasa. Leeg

L’inchiesta - si legge nella nota ufficiale - avrebbe “messo in luce non solo la capacità del gruppo di infiltrarsi nei circuiti economici e amministrativi, ma anche una sistematica pressione esercitata sui controllori e sugli inquirenti. L’attività di indagine ha fatto emergere: plurimi contatti con esponenti politici, a vari livelli, per ”accompagnare“ interpelli ministeriali e  favorire letture normative favorevoli agli impianti coinvolti; tentativi di utilizzare atti dell’Amministrazione Provinciale per interrompere o rallentare le attività  degli inquirenti, presentando interpretazioni rassicuranti circa la natura delle ceneri e la regolarità degli impianti;  pressioni interne sugli stessi tecnici incaricati dei controlli, per evitarne o svuotarne di fatto  l’efficacia e per non trasmettere alle Autorità Nazionali documentazione che avrebbe confermato la natura di rifiuto delle ceneri”.  Il provvedimento del gip “sottolinea come tali illecite condotte abbiano prodotto ritardi, blocchi parziali e tentativi di condizionamento, integrando un concreto e attuale pericolo di reiterazione e di inquinamento probatorio, fronteggiabile solo con misure custodiali incisive”. 

 

“L’attività di indagine ha fatto emergere: plurimi contatti con esponenti politici, a vari livelli”

Tra i dodici in carcere ci sono , tre austriaci, due tedeschi e due croati e cinque altoatesini. Fra questi ultimi figurano il direttore dell’Ufficio provinciale gestione rifiuti Giulio Angelucci, il tecnico dell’Appa Andreas Marri, l' ex sindaco di Lasa nonché presidente della LEEG (Laaser Eyrser Energiegenossenschaft) Andreas Tappeiner, Hugo Trenkwalder di Laces, e il consulente ambientale ed ex presidente di Seab Rupert Rosanelli. Il direttore dell’Appa, Flavio Ruffini risulta invece indagato. “Ho piena fiducia nella magistratura ma anche nel lavoro svolto dai colleghi dell’Agenzia”, dice Ruffini, raggiunto da SALTO. Gli altri sette arrestati appartengono alla rete transnazionale che gestiva la trasformazione e la distribuzione del materiale. Il GIP non li descrive come figure di contorno: evidenzia esplicitamente le loro “condotte illecite,” precisando che erano incaricati di eseguire i controlli sugli impianti e di verificare la corretta applicazione delle normative sui rifiuti e del Regolamento Europeo REACH. Secondo l’ipotesi accusatoria i vertici amministrativi avrebbero invece “predisposto note interpretative e interpelli di favore, ritardato sanzioni, suggerito percorsi amministrativi idonei ad aggirare i divieti e interferito con le attività ispettive”. E ancora: avrebbero esercitato pressioni interne sui tecnici incaricati dei controlli “per evitarne o svuotarne di fatto l’efficacia e per non trasmettere alle Autorità Nazionali documentazione che avrebbe confermato la natura di rifiuto delle ceneri.”

L’indagine ha visto il coinvolgimento di Europol, “per quanto riguarda la complessa attività di cooperazione  internazionale di polizia e di Eurojust per il coordinamento tra le autorità giudiziarie di diversi Stati Membri e dell’Agenzia Antifrode Europea – OLAF per lo scambio di informazioni e il tracciamento  dei flussi transfrontalieri delle ceneri e dei prodotti derivati. Sul versante interno, il Ministero  dell’Ambiente, il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità sono stati interessati in relazione alle problematiche ambientali ed ai rischi per la salute connessi all’uso delle bricchette per barbecue e dei fertilizzanti derivati dalle ceneri, mentre l’Agenzia delle Dogane ha supportato  campionamenti e analisi sui prodotti in transito, consentendo di documentare la reale natura del  materiale commercializzato come carbone di legna o biochar”. 

L'interpello della Provincia

Il 15 giugno 2024 la Provincia Autonoma di Bolzano presenta al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica un'istanza di interpello ai sensi dell’art. 3-septies del D.Lgs. 152/2006, protocollo MASE n. 89514. L’oggetto: chiarimenti sulla possibilità di utilizzare il biochar – così viene chiamato il residuo carbonioso degli impianti – in impianti di compostaggio o nella produzione di calcestruzzo. Nell’istanza vengono nominati esplicitamente i due impianti, l’Heizwerk Vierschach Srl di Versciaco e il Fernheizwerk Laas-Eyrs di Lasa. La Provincia chiede al Ministero se quel residuo possa essere classificato non come rifiuto speciale da smaltire, ma come sottoprodotto riutilizzabile. Chiede anche se possano applicarsi i limiti previsti dalla normativa austriaca, più permissivi di quella italiana. Il Ministero risponde il 1° agosto 2024, con parere n. 143192. A quel punto le indagini del NOE durano da due anni e due mesi.

Non è un dettaglio tecnico. È il cuore della vicenda. L’art. 3-septies prevede che le risposte agli interpelli “costituiscano criteri interpretativi per l’esercizio delle attività di competenza delle pubbliche amministrazioni”. Secondo chi ha svolto le indagini una risposta favorevole avrebbe creato carta istituzionale capace di ridisegnare retroattivamente la natura giuridica di quello che i Carabinieri stavano descrivendo come rifiuto tossico. Anche senza una risposta pienamente favorevole, il solo fatto che la Provincia avesse sollevato il dubbio in quella forma, nominando quegli impianti, costruiva un “argomento difensivo”: la questione era interpretabile, non c’era certezza del diritto, i gestori agivano in buona fede nell’attesa di un chiarimento ministeriale. 

Ma il ministero cosa risponde? In sintesi ai quattro quesiti della Provincia replica senza aprire nessuna porta in modo netto. Il biochar può in teoria essere classificato come sottoprodotto, ma solo se chi lo produce dimostra il rispetto di una serie di condizioni stringenti — e l’onere della prova sta sul produttore, non sui controllori. Su un punto è invece categorico: le ceneri di caldaia non possono essere usate per produrre fertilizzanti. Su tutto il resto, la risposta è: dipende, dimostralo tu. L’ultima pagina contiene una clausola che vale più del resto del documento. Il parere, scrive il Ministero, vale “con esclusione di qualsiasi riferimento a specifiche procedure o procedimenti, anche a carattere giurisdizionale, eventualmente in corso.” Roma sapeva che c’era qualcosa in corso. Non lo nomina, ma si disimpegna esplicitamente.

Il blitz del 2024

La storia di questi impianti era già balzata agli onori delle cronache. Il teleriscaldamento di Lasa – quello sequestrato oggi – è gestito dalla LEEG, la Laaser Eyrser Energiegenossenschaft, una cooperativa con 569 soci fondata nel 2002. Il suo presidente, Andreas Tappeiner, era stato anche sindaco di Lasa. Già nell’agosto 2024, quando il GIP di Trento aveva disposto il sequestro delle bricchette in cinquanta punti vendita nazionali, Tappeiner risultava tra i nove indagati, insieme a Rupert Rosanelli, ex presidente di SEAB, la società che gestisce i rifiuti urbani di Bolzano. In quell’occasione Tappeiner aveva dichiarato pubblicamente, già nel maggio 2023, di non capire perché la legge italiana classificasse come rifiuto speciale quello che lui considerava “un prodotto di valore.” Aveva anche confermato che i Carabinieri del NOE erano già stati nell’impianto di Lasa circa un anno prima e che la LEEG si era rivolta all’Ufficio provinciale per la gestione dei rifiuti, che aveva trasmesso un rapporto alla Procura. Quindici mesi dopo quella dichiarazione, la Provincia presentava l’interpello al Ministero.

L’impianto di Lasa è oggi in mano a un amministratore giudiziario. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e gli indagati sono allo stato indiziati di reato: la loro posizione sarà definitivamente vagliata solo dopo una sentenza passata in giudicato.

Come funziona un impianto di biomassa

Prendi un pezzo di legno — cippato, pellet, scarti di segheria. Lo metti in un reattore ad alta temperatura con pochissimo ossigeno: il legno non brucia, si “cuoce” e produce un gas combustibile. Quel gas alimenta un motore che produce elettricità e calore. Il calore va nella rete di teleriscaldamento del paese, l’elettricità viene venduta in rete. È un sistema efficiente, incentivato dallo Stato, considerato rinnovabile perché usa legno. Fin qui tutto lecito.

Il problema nasce da quello che rimane. Quando il legno viene gassificato, rimane un residuo solido: cenere e carbone di legna. Non è solo polvere. Quel residuo contiene idrocarburi policiclici aromatici e diossine, sostanze cancerogene che si formano durante la combustione ad alta temperatura. La legge italiana lo classifica come rifiuto speciale: va smaltito in impianti autorizzati, e smaltirlo costa. Ogni anno, migliaia di tonnellate.

Invece di pagare, gli impianti di Versciaco e Lasa avrebbero venduto quelle ceneri come se fossero carbone di legna di qualità — biochar, termine che suona green e scientifico. Le cedevano a una rete di società che le portavano in Croazia e Serbia, dove entrava la plastica. Per fare una bricchetta che tenga la forma e bruci a lungo serve un legante: il legante corretto è l’amido, ma è molto costoso. Quello usato era plastica, mescolata alle ceneri, invisibile dall’esterno. Bruciando, la bricchetta rilasciava gli IPA delle ceneri più i fumi della plastica. Sulla griglia, sotto la carne.