Chronik | Cortina

Svolta nell’inchiesta sulla cabinovia

La Procura di Belluno ha disposto perquisizioni nella sede di SIMICO e nella sede della Graffer di Sergio Lima. “Possibili azioni fraudolente per favorire un’impresa, sapendo che i lavori non sarebbero finiti in tempo per le Olimpiadi”.
Bild: Voci di Cortina

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(articolo in aggiornamento)

Perquisizioni nelle sedi di SIMICO S.p.A. e Graffer S.r.l., acquisizione di documenti e dispositivi informatici, ipotesi di “accordi collusivi” e di una gara che sarebbe stata orientata “con la consapevolezza” che la cabinovia olimpica non sarebbe comunque entrata in funzione in tempo per i Giochi.

La Procura della Repubblica di Belluno ha acceso ufficialmente i riflettori sulla cabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina d’Ampezzo, una delle opere simbolo di Milano-Cortina 2026. Le operazioni, eseguite dalla Squadra Mobile di Belluno e dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, hanno interessato Roma, Milano, Brescia, Napoli e Cortina. Il procedimento riguarda l’ipotesi di turbata libertà della gara d’appalto. 

Ma è soprattutto il contenuto del comunicato diffuso dalla Procura a segnare un salto di qualità nell’intera vicenda. Secondo gli inquirenti, infatti, vi sarebbe stata la “possibile sussistenza di condotte” che, “grazie ad accordi collusivi o comunque tramite modalità fraudolente”, avrebbero “deliberatamente favorito” Graffer nell’assegnazione dei lavori della cabinovia.

Poi il passaggio più delicato: tutto ciò sarebbe avvenuto “con la consapevolezza che i tempi a disposizione non sarebbero stati compatibili con la messa in funzione dell’impianto entro l’inizio dei Giochi Olimpici”.

Tradotto: l’ipotesi investigativa non riguarda soltanto eventuali anomalie nella procedura di assegnazione, ma anche il sospetto che qualcuno sapesse già che il cronoprogramma olimpico fosse sostanzialmente irrealizzabile.

Sergio Lima: Il patron della Graffer. Corriere di Bergamo (RCS)

Due mesi fa la Procura aveva annunciato di aver aperto una prima “fase conoscitiva” sulle carte relative all’appalto della cabinovia. In quel momento il fascicolo relativo agli aspetti economici e contabili dell’opera era stato iscritto a modello 45, cioè nel registro degli atti che non costituiscono notizia di reato. Parallelamente era emerso anche un secondo filone relativo ai timori per il rischio frana nella zona di Lacedel dopo gli esposti presentati da alcuni residenti. 

Già allora il nodo centrale, di cui abbiamo riferito su SALTO a partire dal luglio 2025, riguardava le modalità con cui l’opera era stata affidata. Nella tarda primavera 2025 il primo appalto era andato deserto: pesavano i tempi strettissimi, il sistema di penali e le incertezze geologiche dell’area. I due grandi operatori del settore, Leitner e Doppelmayr, non avevano partecipato. Leitner aveva detto apertamente a SALTO che la rinuncia era dovuta all’impossibilità di realizzare un’opera così complessa in una zona di frana, in tempo per le Olimpiadi.

A quel punto SIMICO, guidata dal commissario Fabio Saldini, aveva scelto la strada della procedura negoziata, affidando poi i lavori all’Ati guidata da Graffer.  Proprio questo passaggio — dalla gara pubblica andata deserta alla trattativa privata — è oggi uno dei punti che sembrano essere finiti al centro dell’attenzione investigativa.

Nel marzo scorso era inoltre riemerso il tema delle capacità tecniche del gruppo bresciano. Come ricostruito da SALTO, Graffer non aveva mai realizzato una cabinovia di quel tipo e in altre gare aveva fatto ricorso all’avvalimento dei requisiti tecnici ed economici tramite la società turca Anadolu Teleferik. (

Nel frattempo il cantiere olimpico aveva continuato a muoversi tra ritardi, polemiche e corse contro il tempo. Lo stesso patron della Graffer, Sergio Lima, parlava ancora a marzo di almeno “due o tre settimane” necessarie per i collaudi tecnici dell’impianto. 

Ora però il quadro cambia radicalmente. Perché con le perquisizioni nelle sedi di SIMICO e Graffer e con l’ipotesi di una procedura volutamente orientata non si parla più soltanto di ritardi, difficoltà tecniche o cronoprogrammi saltati. La Procura ipotizza invece che qualcuno possa avere favorito l’assegnazione di un’opera olimpica pur sapendo che i tempi per completarla prima dei Giochi erano incompatibili con la realtà del cantiere.