Hate Speech
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Gesellschaft | kalašnikov&valeriana

Hate speech

La rete non è un luogo neutro, ma un terreno di potere dove algoritmi e piattaforme monetizzano l’odio sessista, gli stereotipi, il sessismo e la violenza di genere.
  • In questi giorni si è saputo che l’assessora provinciale alla Coesione sociale Rosmarie Pamer è stata vittima di un violento shitstorm sui social media. La sua esperienza, così come quella di molte altre donne che si espongono, non è un semplice „odio online“. L’hate speech online colpisce sì trasversalmente, ma le donne sono le principali vittime: il 70% delle attiviste e giornaliste ha vissuto violenza digitale, per il 41% questa violenza si estende offline. Secondo UNESCO, il 73% delle giornaliste nel mondo ha subito violenza online nel corso della propria carriera (The Chilling, 2021). 

     

    Algoritmi e piattaforme monetizzano l’odio sessista, gli stereotipi, il sessismo e la violenza di genere.

     

    Le donne in politica subiscono aggressioni online tre volte più dei colleghi maschi. Dagli insulti con minacce di stupro ai deepfake pornografici - assenti o rari negli attacchi agli uomini – la violenza online è normalizzata e sottovalutata come altre forme di violenza di genere. E come altre forme di violenza ha un forte impatto sulla salute psicofisica di chi la vive.

    La rete non è un luogo neutro, ma un terreno di potere dove algoritmi e piattaforme monetizzano l’odio sessista, gli stereotipi, il sessismo e la violenza di genere. Queste dinamiche diventano un fenomeno sistemico che funge da meccanismo di controllo. Rafforzano il patriarcato intersezionale, umiliando e silenziando voci femminili. Il fenomeno è un deterrente sistemico, visto che porta al ritiro dagli spazi pubblici digitali, limita carriere e attivismo e causa il ritiro elettorale riducendo la presenza femminile in politica. Un esempio concreto: durante la campagna presidenziale negli Stati Uniti, la candidata Kamala Harris è stata bersaglio di attacchi sessisti e razzisti online, amplificati da reti di account riconducibili ad ambienti della destra radicale digitale, con contenuti che andavano dalla delegittimazione politica alla sessualizzazione. La destra eccelle in questo.

    Cosa possiamo fare? Possiamo innanzitutto interrogarci su come noi stessə contribuiamo alla violenza di genere digitale e agire di conseguenza. Possiamo essere solidali con le donne che vivono questa esperienza. Possiamo impegnarci per uno spazio digitale sicuro e liberato dal sessismo.

    Vi segnalo qui i „Principi Femministi di Internet 2.0“ per un web centrato su accesso eguale, resistenza al patriarcato, consenso, privacy e contrasto alla violenza online come responsabilità collettiva.