Pride
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Gesellschaft | kalašnikov&valeriana

Pride Month

Tra genocidio e pinkwashing: un movimento inclusivo può escludere qualcuno?
  • Inizia oggi il Pride Month, il mese dedicato all’orgoglio e la rivalsa LGBTQIA+. Il mese che vede come evento culmine in molte città la grande manifestazione pride. L’estate scorsa è stato per la prima volta il momento di Bolzano: una manifestazione partecipata come non mai, coloratissima e caldissima sotto tutti i punti di vista. Spero ce ne sia presto un altro, ma nel frattempo volgo lo sguardo alla manifestazione prevista il 20 giugno a Roma. 

     

    Eppure, si tratta di una questione complessa che meriterebbe approfondimento, riflessione e confronto. 

     

    È di questi giorni la notizia che il comitato organizzativo del Pride „nazionale“ ha deciso di escludere la comunità ebraica Keshet. La scelta di chi organizza un evento inclusivo, di escludere è sempre e comunque discussa. In questo caso la motivazione sta nel fatto che questa comunità l’anno scorso non ha rispettato il minuto di silenzio per le vittime del genocidio in Palestina, esprimendo così una precisa posizione politica. La decisione sta alimentando un dibattito che a volte pare più una tifoseria da stadio. Eppure, si tratta di una questione complessa che meriterebbe approfondimento, riflessione e confronto. 

    L’anno scorso, in precedenza al Pride di Bolzano, ci si era posta la questione: da un lato la Palestina con un genocidio in atto, dove Hamas e l’Autorità Palestinese criminalizzano e perseguitano attivamente le persone LGBTQIA+. Dall’altra il governo di Israele che calpesta qualsiasi diritto umano e internazionale, ma pratica un grande pinkwashing strumentalizzando i diritti LGBTQIA+. 
    Mi chiedo: un movimento inclusivo può escludere qualcuno? Ci ho ragionato molto e sono arrivata alla conclusione che le lotte di palestinesi, di donne, di persone nere, di persone LGBTQIA+ sono sfaccettature della stessa lotta, sempre contro sistemi di oppressione. Quindi un Pride, in quanto spazio solidale, deve anche riconoscere le persone di una comunità invisibile che vivono in una trappola e sono costrette a navigare tra identità multiple in conflitto.

    Le persone LGBTQIA+ palestinesi vivono una doppia persecuzione e il minimo che possiamo fare, è essere solidali con loro. Il gruppo LGBTQIA+ palestinese più noto, Al-Qaws (arcobaleno in arabo), afferma che „la nostra priorità ora è la sopravvivenza del nostro popolo“. E quindi noi, che siamo privilegiate e privilegiati, questa affermazione possiamo ascoltare e accogliere. E inoltre, vigilare affinché spazi solidali vedano come condizione minima di uno spazio condiviso il riconoscimento della sofferenza altrui. 

    Questo valore umano non è negoziabile. E chi non lo condivide è fuori luogo. Proprio come Keshet al Pride di Roma.