Gesellschaft | Gastbeitrag

Una scuola non scuola

Niente voti, classi o registri: alla Penny Wirton le persone migranti imparano l’italiano a tu per tu con chi insegna. Un’esperienza gratuita che mette al centro la relazione e ripensa il modo di fare scuola.
Bild: zebra.

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Ad oggi sono settantadue le sezioni della scuola di italiano per migranti Penny Wirton in Italia e Svizzera. Sono distribuite in regioni diverse, da Sud a Nord, da Est a Ovest. Hanno tutte radici nella prima scuola fondata nel 2008, a Roma, da Eraldo Affinati, scrittore, e Anna Luce Lenzi, insegnante. Insieme l’hanno sognata e materializzata. 

La scuola prende il nome dal protagonista del romanzo di formazione Penny Wirton e sua madre di Silvio D’Arzo, di cui Lenzi è una studiosa raffinata. Penny è un adolescente che passa attraverso mille peripezie, infine si riscatta. La sua ricerca di libertà e giustizia, si ritrova nelle storie vere di chi approda alla Penny Wirton e che qui, forse per la prima volta, incrocia il futuro. La Penny nel tempo si è propagata, dando vita a una costellazione di piccole scuole vive, che camminano unite e che intervengono nei singoli territori a fianco delle persone migranti, per portare loro non solo la conoscenza della lingua italiana, bensì un modo di essere comunità e di farne parte.

Zusammenarbeit mit „Zebra“

SALTO veröffentlicht Artikel aus der Straßenzeitung „Zebra“.

zebra

La lingua come ponte

Per una pluralità di motivi, la scuola Penny Wirton è uno spazio dove la lingua è un ponte per arrivare al centro della persona, della relazione e della dignità umana, indipendentemente dal paese di provenienza e dalle ragioni che portano a migrare verso l’Europa, fermandosi o passando in Italia. Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi, in Atlante dal mondo nuovo. Voci e racconti delle scuole Penny Wirton, parlano di „grammatiche del cuore“ e presentano in questi termini le scuole sorte in diciotto anni di intenso volontariato culturale e sociale: „Tali scuole firmano con noi un patto d’intesa ed entrano a fare parte di una famiglia didattica abbastanza inusuale nel panorama nazionale, innanzitutto perché si tratta di nuclei anche piccoli ma resistenti, composti da persone disposte a impegnarsi in un’azione di puro volontariato, poi in quanto ognuna di queste realtà si muove a partire dal proprio territorio.“

La scuola Penny Wirton è gratuita. Si svolge per iniziativa di gruppi informali di volontari e volontarie, non necessariamente insegnanti o ex insegnanti di professione, tra loro anche ragazzi e ragazze impegnate nei tirocini formativi. La Penny Wirton non ha classi, non si danno voti, non c’è registro, né vengono richieste iscrizioni e formalità. A seconda delle possibilità e dei contesti, si svolge uno o più giorni a settimana. Sempre Affinati afferma che ogni scuola „si sente legata allo spirito comune che ci caratterizza, dichiaratamente antiburocratico con una forte propensione affettiva, tesa a evitare ogni giudizio di valutazione, senza rinunciare al rigore conoscitivo. Una scuola-non scuola“.

Costruire una nuova narrazione sulle migrazioni

Ogni anno, nel mese di giugno, Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi ospitano nella sede centrale di Casal Bertone a Roma le diverse sezioni regionali, in un incontro plenario coinvolgente, che vale come momento di aggiornamento essenziale per comprendere a fondo lo stile educativo della Penny Wirton, a contatto con chi la fa e la frequenta dal primo giorno, per ascoltare le esperienze degli altri e per intrecciare scambi tra i volontari e le volontarie. Quella del 2026 è stata la nona assemblea nazionale ed ha avuto un ospite speciale, il medico di Lampedusa ed ex parlamentare europeo Pietro Bartolo. Qui ha annunciato la nascita della Rete Lampedusa, uno strumento attraverso il quale costruire una nuova narrazione sulle migrazioni, fondata su diritti umani, canali regolari, corridoi lavorativi e responsabilità europea.

„Prima di tutto la persona“

Per conoscere da dentro il progetto della scuola Penny Wirton abbiamo chiesto alla fondatrice Anna Luce Lenzi di rispondere ad alcune domande, al termine di un pomeriggio di formazione tenuto lo scorso luglio presso il Museo delle Palafitte di Fiavè.

Come è nato il progetto di una scuola di italiano per migranti e come ha preso forma la Scuola Penny Wirton?

Anna Luce Lenzi: Una ventina di anni fa, quando Eraldo insegnava alla Città dei ragazzi e si trovava in classe più stranieri che italiani, pensammo che era necessario fare qualcosa di più specifico per i tanti afghani, marocchini, albanesi, bengalesi che usavano a stento la nostra lingua anche per capirsi tra loro. Ospitati dalla Chiesa di San Saba sull’Aventino cominciammo nel 2008 a fare lezione a loro, poi via via agli ospiti dei Centri per minori non accompagnati della Caritas, poi anche agli adulti e a chiunque venisse a chiederci l’insegnamento dell’italiano.

Cosa è diventata oggi la Scuola Penny Wirton e cosa può rappresentare?

In pochi anni la Penny Wirton si è allargata e, proposta da Eraldo anche fuori Roma, ha trovato risposta in molte località, ormai più di 70 sparse in tutta Italia, dal Nord al Sud e alle Isole maggiori. Sono tutte indipendenti, ma si legano tra loro per lo stile di insegnamento indicato nella Carta d’Intesa delle scuole Penny Wirton: prima di tutto la persona e, senza giudizi o pregiudizi di alcun tipo, la relazione che si crea tra chi insegna e chi impara; uso questi termini perché in realtà anche i volontari che insegnano imparano sempre qualcosa dagli allievi. Gli allievi a loro volta, che siano adolescenti lontani dalla famiglia, che siano adulti e adulte con famiglia, trovano un ambiente di serena accoglienza, una scuola che non dà giudizi, ma aiuta; per molti immigrati è già singolare incontrare qualcuno che si interessi direttamente di loro, che li consideri con attenzione e rispetto. La serenità e anche l’allegria trovano spazio in una scuola non scuola come la nostra, dove l’errore solitamente produce non il rimprovero, ma la risata.

Alla Penny Wirton le lezioni si svolgono uno a uno e cambiare spesso insegnante o studente è considerato un fattore positivo. Potreste spiegare meglio questi due aspetti?

Può capitare che, per l’assenza di un allievo o di un volontario, cambi l’abbinamento che altrimenti si crea spontaneamente. Ma questo è persino una ricchezza, così come quando l’insegnamento uno-a-uno deve adattarsi a un piccolo gruppo: tutti sono più attenti, più disponibili ad affrontare la novità, l’allievo più bravo aiuta quello più incerto, l’uno e l’altro rafforzano autostima e fiducia. Ma la scuola provvede a mantenere una scheda didattica personale in cui ogni volta il volontario annota brevemente l’attività svolta, in modo che, anche cambiando insegnante, l’allievo sia condotto in avanti secondo una linea rigorosa e non casuale: infatti l’eventuale nuovo insegnante legge le ultime note e ripassa o continua il discorso già avviato.

La rete delle scuole Penny Wirton è sempre più ampia a livello nazionale. Come si mantiene vivo il legame tra la sede centrale e le sezioni territoriali? Qual è il percorso per diventare a tutti gli effetti una delle sezioni della Scuola Penny Wirton?

Sì, ormai, dicevo, sono più di 70 le scuole Penny Wirton e ne stanno nascendo di nuove anche in questi giorni. Per lo più appoggiate ad associazioni del Terzo Settore, sono tutte indipendenti da un punto di vista giuridico ed economico, ma tutte condividono la Carta d’intesacui ho già accennato; basta chiedere di aderirvi responsabilmente per ottenere il consenso all’uso del nome e del marchio registrati (la casina). Fatto questo, si ufficializza l’appartenenza attraverso il sito ufficiale www.scuolapennywirton.it, 

che dedica ad ognuna la pagina con informazioni, immagini e notizie. Poi una volta all’anno, in giugno, facciamo a Roma un incontro nazionale, al quale possono partecipare tutti: è un po' una festa, ma soprattutto è l’occasione di scambi di esperienze, discussioni e riflessioni. La cosa più bella è vedere come ogni territorio abbia sue specifiche esigenze e possibilità e come, pur nella differenza, tutte le Penny Wirton siano indiscutibilmente simili e riproducano lo spirito di disponibilità e accoglienza da cui, ormai diciotto anni fa, nacque a Roma la prima. 

zebra.

Insegnare senza spiegare

Nei discorsi dei due fondatori e insegnanti torna spesso la frase „insegnare senza spiegare“: è un’indicazione su come porgere la lingua italiana, vuole dire affrontare il lessico e le strutture della frase, la scrittura e la comunicazione verbale, non in modo astratto, ma attivo e cooperativo, con giochi linguistici, materiali flessibili, immagini illustrate e fotografie. Siamo talmente abituati a un modello di scuola diverso, che pare impossibile riuscire a fare una lezione senza ricorrere all’atto di spiegare. Invece, funziona proprio in altro modo. Per ogni persona che desidera imparare c’è un insegnante volontario. Le lezioni si tengono uno a uno, c’è dunque uno sguardo individuale sulla persona. Tuttavia, l’idea di fondo non è costruire un rapporto esclusivo tra quell'insegnante e quello studente, perché la continuità didattica è una presa in carico e una cura collettiva di tutto il gruppo.

„La scuola è aperta a tutti.“

L’aula, per modo di dire, è un ambiente fisico, vivace, colorato, sonoro, reca l’impronta della convivenza pacifica e del desiderio di essere cittadini e cittadine del mondo. La presenza di grandi carte geografiche, di libri concepiti e scritti appositamente per questo modello di scuola e di strumenti didattici artigianali, preparati su misura dei bisogni – in questo Anna Luce Lenzi è straordinaria e fa venire in mente lo sguardo che Maria Montessori posava sui bambini perché imparassero a fare da soli – sono i segni di una scuola ricca di semplicità, che fa bene. E poi, come sottolinea Affinati, c’è bisogno di una sorta di orecchio assoluto per „imparare a decifrare, coi nostri schemi mentali, le suggestioni nascoste nelle frasi che i nostri allievi ci hanno consegnato, a volte compiute, spesso smozzicate, oppure declamate per la prima volta come camminando in equilibrio sul filo sospeso nel vuoto.“ 

Anche il Trentino-Alto Adige è una regione che ospita più di una sezione della scuola Penny Wirton. La prima nata è quella di Trento, inaugurata nel 2018. Trento ha fatto da apripista per le sezioni di Fiavè, Arco, Riva del Garda e Rovereto. Fondare nuove sezioni è anche un modo per rispondere attivamente e genuinamente alla necessità di integrazione ed è una forma di apertura concreta verso quelle marginalità che il servizio pubblico non riesce a includere o respinge. Di fatto, si tratta di applicare quanto è scritto nell’articolo 34 della Costituzione: „La scuola è aperta a tutti“.

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