Quando la „Bassa“ cacciò il Re
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Tra qualche giorno sulle pagine di Salto inizierà un viaggio abbastanza particolare. Scriverò, settimana dopo settimana, la cronaca degli avvenimenti che ottanta anni or sono portarono alla stipula dell'accordo De Gasperi-Gruber. Racconterò, ogni sette giorni, delle manovre diplomatiche in una rete che si estendeva tra Roma, Vienna, Parigi, Londra, Mosca e Bruxelles, ma anche delle vicende di cronaca minuta che movimentavano la realtà di una Bolzano ancora stordita, semidistrutta e affamata a poco più di un anno dalla fine del conflitto. L’idea è quella di rivivere quegli avvenimenti e di recuperare il volto dei personaggi che li ispirarono. Proprio all’inizio della prima puntata non poteva mancare un riferimento alle elezioni del 2 giugno 1946 che sancirono la nascita della Repubblica e l’elezione della Costituente. Elezioni che, si è sempre detto, a Bolzano non ebbero luogo. Raccontando questa storia abbiamo scoperto che, almeno in parte, così non fu. Vale la pena allora di anticipare una parte di quelle cronache che potrete seguire su Salto a partire da sabato prossimo. Buona lettura.
Ottanta anni fa l’Italia tornava a votare dopo il ventennio fascista e la tragedia della guerra. Si votò, quel 2 giugno 1946, per il referendum tra repubblica e monarchia e per l’elezione dei deputati dell’Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto scrivere la nuova Carta Costituzionale. Votarono, per la prima volta, anche le donne, sempre escluse, prima di allora, dal diritto a deporre la scheda nell’urna.
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Si votò ovunque meno che in alcuni territori il cui destino era ancora affidato alle decisioni che le potenze vincitrici della guerra sarebbero andate a prendere, mesi più tardi, nella conferenza di Parigi convocata per scrivere i trattati di pace con chi, come l’Italia, la guerra l’aveva persa. Non si votò dunque sul confine orientale, Venezia Giulia, Istria, Dalmazia, che peraltro avrebbero dovuto attendere assai per conoscere il loro destino. Non si votò in Alto Adige, sul cui territorio pendeva l’ipotesi di un ritorno all’Austria con la cancellazione di quanto si era deciso, nel 1919, a Versailles.
Non si votò in Alto Adige, sul cui territorio pendeva l’ipotesi di un ritorno all’Austria
Anche dopo la Prima guerra mondiale, sempre in attesa dei trattati di pace, si era verificata la stessa situazione con le popolazioni delle zone in attesa di annessione ufficiale private del diritto di voto sino al 1921.
Ci furono però diversi comuni che oggi fanno parte dell’Alto Adige e nei quali gli elettori furono invece chiamati al voto. È un aspetto particolare della vicenda un po' dimenticato anche perché, incredibilmente, ad ignorarlo sono proprio le statistiche ufficiali.
Andiamo con ordine.
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Per capire cosa avvenne occorre ripercorrere sia pur per sommi capi la storia dell’ordinamento amministrativo di queste terre. Dopo l’annessione la minoranza sudtirolese chiedeva che la parte tedescofona con in più i comuni ladini formasse una provincia a sé stante. Fiera opposizione a questa ipotesi da parte delle destre nazionaliste e dei fascisti. Avvenne così che all’indomani della Marcia su Roma uno dei primi atti del nuovo governo fu quello di creare la provincia della Venezia Tridentina con capoluogo Trento.
Mussolini però non ci mise molto a cambiare idea. Non gli piaceva, e lo disse apertamente, il modo con cui da Trento veniva gestita la politica di italianizzazione dell’Alto Adige. Nel 1927 il Duce creò quindi una nuova provincia, quella di Bolzano. Decise però di lasciare a Trento tutta la zona che allora era compresa nel cosiddetto Mandamento di Egna e che corrisponde grosso modo a quella che noi chiamiamo Bassa Atesina. Da Salorno sino a Bronzolo.
Le cose andarono avanti così sino al dopoguerra e avvenne quindi che, nel 1946, tutti i comuni della Bassa si trovarono a votare assieme quelli del Trentino propriamente detto.
La SVP infatti proprio per il divieto di voto in Alto Adige non aveva presentato propri candidati nel Trentino.
La cosa sconcertante è che sui risultati ufficiali, riportati oggi in una statistica sulla pagina Internet Eligendo, dei comuni in questione non vi è traccia.
Un indizio abbastanza robusto sul fatto che invece allora si votò arriva da un appello lanciato nei giorni precedenti il voto dalla Südtiroler Volkspartei che invitava i suoi elettori a disertare le urne o a deporre scheda bianca. La SVP infatti proprio per il divieto di voto in Alto Adige non aveva presentato propri candidati nel Trentino.
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Per capire come andarono realmente le cose non resta che affidarsi quindi alle cronache giornalistiche. Non a quelle del giornale bolzanino Alto Adige che del voto nei comuni della Bassa si disinteressò totalmente. Qualche elemento in più arriva da Liberazione Nazionale, quotidiano del CLN di Trento. Ed ecco quindi una sintesi parziale ma abbastanza significativa del voto „altoatesino“ il 2 giugno 1946.
Per il referendum il voto della Bassa ricalca quello di tutto il Trentino. Netta prevalenza della scelta repubblicana a Termeno con 87 voti contro i 26 monarchici. Così anche a Bronzolo con 484 voti per la repubblica e 57 per la monarchia, A Egna 542 per la repubblica e 164 per la monarchia. A Magrè 221 voti repubblicani e 77 monarchici.
Anche tra Bronzolo e Salorno si celebrò il definitivo tramonto della monarchia e l’avvento della repubblica.
Per quel che riguarda invece il voto per la Costituente a Egna la DC, con 412 voti, „doppia“ i socialisti con 212. Staccati i comunisti con 22 voti e i laici con 18. Meno pesante il distacco a Salorno dove la DC prende 435 voti ma i socialisti la seguono dappresso con 352. La proporzione si inverte addirittura a Bronzolo con i 328 voti dei socialisti e i 202 dei democristiani.
I dati vanno presi con beneficio di inventario. La SVP aveva chiesto, come detto, ai suoi seguaci di astenersi e molti lo fanno. A Egna votano in 721; due anni dopo, alle politiche del 1948 i votanti saranno 1.595, il doppio e 866 di questi voti andranno alla SVP. Stessa cosa, più o meno a Salorno con 1.650 votanti nel 1948 contro i 1.001 del 1946 e oltre seicento voti alla SVP.
I risultati, anche se „nascosti“ dalle statistiche ufficiali ci sono e dicono che anche tra Bronzolo e Salorno si celebrò il definitivo tramonto della monarchia e l’avvento della repubblica.
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„Votarono, per la prima…
„Votarono, per la prima volta, anche le donne, sempre escluse, prima di allora, dal diritto a deporre la scheda nell’urna.“ - Diese Feststellung von Maurizio Ferrandi stimmt für Südtirol nicht ganz. Tatsächlich haben die meisten Südtirolerinnen nicht 1946, sondern erst 1948 zum ersten Mal wählen dürfen. Es stimmt aber nicht, dass sie davor immer ohne Wahlrecht waren. Tatsächlich ist das Frauenwahlrecht in Österreich am 12. November 1918 eingeführt worden. Damit waren auch alle Südtiroler Frauen wahlberechtigt. Da die Südtiroler bis zur Unterzeichnung des Vertrages von St. Germain am 10. September 1919 österreichische Staatsbürger waren, waren die Südtiroler Frauen bei der Wahl zur Konstituierenden Nationalversammlung im Februar 1919 wahlberechtigt. Da Italien die Durchführung von Wahlen in dem noch zu Österreich gehörenden und nur militärisch von Italien besetzten Südtirol nicht zuließ, gelang es nur wenigen Südtiroler Frauen, von ihrem Recht Gebrauch zu machen, weil sie sich gerade in Österreich aufhielten oder weil sie es schafften, die gesperrte Grenze zu überwinden. Aus diesem Grund wurden die Vertreter Südtirols in der Nationalversammlung im Verhältnis zu den Wahlergebnissen in Nordtirol und in Osttirol bestimmt und in die Nationalversammlung kooptiert. Damit hatten die Südtirolerinnen ihr Wahlrecht mindestens indirekt durch ihre tirolerischen Landsfrauen ausüben können.