Lo Stato “arcobaleno”

Catchword
Il Sudafrica e le proteste anti-immigrazione. Tutto il mondo è paese? La lotta tra poveri genera automaticamente razzismo? La fine del sogno della rainbow nation.

Con la fine dell'apartheid e l’approvazione – trent’anni fa – della nuova Costituzione, il Sudafrica ha iniziato a definirsi rainbow nation, la nazione arcobaleno. L’espressione fu coniata da uno dei grandi leader del movimento contro la segregazione, l’arcivescovo Desmond Tutu, per descrivere il passaggio dalla discriminazione istituzionalizzata alla democrazia multirazziale. Fu poi fatta propria da Nelson Mandela, che la trasformò nella catchword del nuovo Sudafrica. 

 

L’arcobaleno è bello, commovente, inclusivo. Arriva dopo il temporale e simboleggia la speranza. Ha però anche un’altra caratteristica: dura pochissimo.

 

In Sudafrica, l’arcobaleno è diventato presto anche l’emblema della caducità della speranza. Il divario socioeconomico resta elevatissimo e ancora oggi spesso coincide con il colore della pelle. Le comunità continuano in larga misura a vivere separate. Quella africana (anzi, le diverse comunità autoctone, che esprimono nove delle undici lingue ufficiali del Paese) ha conquistato il controllo del potere politico, ma non di quello economico e finanziario. Questa divisione delle sfere di influenza, mai dichiarata ma consolidatasi nei fatti, ha consentito alla transizione di reggere.

Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.

A trent’anni dall’approvazione di una delle costituzioni più interessanti e meglio costruite del mondo, l’arcobaleno si è ormai quasi dissolto. Negli ultimi mesi, ai problemi cronici del Paese si sono aggiunte vaste proteste contro l‘immigrazione irregolare, ritenuta responsabile della crescente disoccupazione, dell’aumento della criminalità e delle carenze infrastrutturali. L’obiettivo dei gruppi anti-immigrazione, sempre più organizzati e numerosi, era l’espulsione entro il 30 giugno di tutti gli immigrati irregolari.

Un obiettivo ovviamente irrealizzabile. Il Sudafrica ha oltre 4.000 chilometri di confini, molto porosi e di fatto incontrollabili, con i Paesi che lo circondano a nord: Namibia, Botswana, Zimbabwe e Mozambico. Da qui entrano con facilità molti immigrati irregolari, spesso sfruttati dall’economia sommersa, che approfitta della loro forza lavoro e della loro debolezza giuridica per impiegarli senza alcuna garanzia. L’immigrazione regolare è relativamente contenuta (meno del 4% degli oltre 65 milioni di abitanti) ma quella irregolare sfugge ai censimenti ed è stimabile solo per approssimazione. Tutti concordano però che sia significativamente maggiore. E basta vedere uno dei tanti insediamenti sorti nelle periferie delle maggiori città per capire che il fenomeno è significativo. E appunto poco controllabile.

La disoccupazione in Sudafrica supera il 30%, ma l’economia resta di gran lunga la più forte del continente e continua ad attirare migranti. Proteste analoghe si erano già verificate in passato, ma quest’anno hanno assunto una dimensione inedita, sia per partecipazione sia per attenzione politica e mediatica. Da gennaio la polizia ha arrestato oltre 50.000 immigrati irregolari e – questa sì è una novità – diversi Paesi, anche non confinanti, come Nigeria e Ghana, hanno iniziato a organizzare il rimpatrio volontario di alcuni loro cittadini. In numeri ridotti, ma indicativi di un clima molto teso sull’ormai “solito” e universale tema migratorio.

Il livello di violenza delle manifestazioni è rimasto nel complesso contenuto e gli organizzatori (che sono neri) respingono con decisione l’accusa di razzismo e di anti-africanismo, sostenendo che la questione sia esclusivamente economica. Ma il razzismo si annida proprio nella disuguaglianza economica: il ricco non è mai nero, indipendentemente dal colore della pelle.

 

La gestione dei flussi migratori è un problema reale e, fuori dall’Europa, assume contorni diversi, che spesso trascuriamo pensando che riguardino soltanto noi. 

 

I discorsi che si fanno sono gli stessi ovunque: perché devono essere curati “loro” se per “noi” non ci sono letti di ospedale? Prima i Sudafricani. Ed è, come ovunque, una lotta tra poveri, per quanto non tutti colgano che i circuiti economici (sommersi) sono diversi. Ma come scriveva anni fa Luciano De Crescenzo, “siamo sempre i meridionali di qualcuno”. 

Fuori dall’Europa il fenomeno è anzi più drammatico, e i toni sono meno mitigati da una cultura dei diritti umani di cui in Europa qualche traccia esiste ancora. Attaccando gli immigrati, il Sudafrica si sta salvando o si sta distruggendo? Ognuno avrà la sua risposta. Ma di certo, l’arcobaleno è sparito. E non per i conflitti previsti, bensì per quelli allora non previsti.

Catchword | Puntata 20: Lo Stato “arcobaleno”

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