Film | Recensione

Robin Hood non tira più

Con The Death of Robin Hood Sarnoski smonta il mito del fuorilegge di Sherwood colpo su colpo: meno “ruba ai ricchi”, più “odia se stesso”, in un film che è tutta una crisi esistenziale in costume. Uno slow burn che sa quello che fa.
The Death of Robin Hood

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Prendete il mito dell’eroe che ruba ai ricchi per dare ai poveri e guardatelo sgretolarsi sotto il peso del rimorso post-datato. The Death of Robin Hood (Robin Hood - Il prezzo del sangue) di Michael Sarnoski, targato A24, non è la rilettura romantica a cui il pubblico è abituato, né l’ennesima variazione sul tema dell’arciere generoso: è il racconto di un uomo che ha smesso di credere alla propria leggenda, un’operazione di demistificazione cruda e senza sconti, che rifiuta ogni idealizzazione.

Cos’è

Ambientato nell’Inghilterra del Duecento, il film segue un Robin Hood (Hugh Jackman) ormai solo, separato da tempo dai suoi compagni, che si trascina per campagne perennemente immerse nella foschia. Non è più un ribelle in cerca di imprese: è convinto che dietro l’immagine eroica costruita nel tempo si nasconda in realtà una vita fatta di sangue e violenza gratuita.

Quel fragile equilibrio si rompe quando il vecchio compagno d’armi Little John, interpretato da Bill Skarsgård, torna a cercarlo per coinvolgerlo in un ultimo, pericoloso scontro. Ferito quasi a morte nella battaglia che ne segue, Robin viene raccolto e curato da una donna enigmatica, Sister Brigid (Jodie Comer), il cui passato resta per gran parte del film un mistero irrisolto: è lei a offrirgli, più che un rifugio, l’occasione per capire chi vuole essere prima di morire.

La vera svolta per Robin arriva attraverso due giovani segnati anche loro dalla violenza. Da un lato Little Margaret (Faith Delaney), una bambina che ha perso il padre in combattimento; dall’altro Arthur (Noah Jupe), un ragazzo accecato da un occhio e divorato dal desiderio di vendetta. È restando al loro fianco, più che imbracciando di nuovo l’arco, che il nostro protagonista trova una forma di riscatto.

A24

Com’è

La scelta di campo è chiara fin dai primi minuti: raccontare il fuorilegge di Sherwood non nel momento in cui diventa leggenda, ma in quello in cui la leggenda comincia a schiacciarlo. The Death of Robin Hood non è un action medievale con qualche venatura drammatica in più: è un film sulla stanchezza di essere diventati un simbolo, e sul prezzo che si paga quando la propria vita smette di appartenerci per diventare narrazione altrui.

Hugh Jackman, qui più simile a un naufrago del tempo che a un bandito romantico, incarna un Robin Hood consumato, quasi ferale nell’aspetto e nello sguardo. È una prova d’attore che lavora per sottrazione: niente eroismo da rivendicare, nessun compiacimento nella violenza che pure il personaggio porta addosso come una cicatrice permanente. Jackman lascia che sia il corpo, curvo e pesante, a testimoniare quanto Robin sia ormai distante dall’idea che gli altri si sono fatti di lui.

The Death of Robin Hood è il racconto di un uomo che ha smesso di credere alla propria leggenda, un’operazione di demistificazione cruda e senza sconti, che rifiuta ogni idealizzazione

Sarnoski, che con Pig aveva già dimostrato una vocazione per il genere piegato verso l’interiorità, qui compie un’operazione simile ma più ambiziosa: prende l’armamentario del film di cappa e spada – battaglie, tradimenti, vendette – e lo svuota progressivamente del suo spettacolo, per farlo diventare il guscio di una tragedia dal respiro shakespeariano. Colpa, espiazione, la ricerca di una morte che abbia un senso: sono questi, non le frecce, i veri motori del film. E quando Robin trova finalmente chi potrebbe concedergli la fine che cerca, il destino gli nega anche quella, costringendolo a proseguire un cammino che il film non nasconde mai – è già scritto nel titolo – verso un epilogo ineluttabile.

Ad accompagnarlo in questo percorso c’è Jodie Comer, che nei panni della misteriosa guaritrice porta sullo schermo una presenza quasi liturgica, un contrappunto di grazia rispetto alla ruvidezza sporca e terrosa del resto del film. Il loro non è un rapporto sentimentale: la vicinanza tra i due personaggi funziona meglio come specchio morale che come promessa romantica, lasciando che la vera redenzione di Robin si giochi altrove, nel legame con due giovani feriti dalla stessa violenza che lui ha alimentato.

Dal punto di vista formale il film è di rara compattezza visiva: la fotografia di Pat Scola restituisce un’Inghilterra medievale fangosa, materica, quasi tattile, mentre le musiche folk di Jim Ghedi contribuiscono a creare un clima raccolto e meditativo. È cinema che rallenta apposta, che dopo un primo atto ancora legato ai codici del genere imbocca deliberatamente la via della contemplazione: molto dialogo su fede, dolore, pentimento, poco spazio per la spettacolarità fine a sé stessa. Chi arriva in sala aspettandosi il classico blockbuster d’avventura rischia di uscirne spiazzato, chi accetta il patto che il film propone fin da subito trova invece un’opera capace di un’intensità emotiva non comune, che culmina in una sequenza finale di potenza inattesa. The Death of Robin Hood è un requiem in costume che affronta la leggenda per smontarla e trova, non a caso, nel suo passo lento la propria ragion d’essere.