Politica | Catchword

Felicità e partecipazione

Immagine: Pema Gyamtsho
La partecipazione è una delle tecniche che ci può salvare dell’arretramento democratico. Proprio perché è perfettibile, è importante non abbandonarla al primo insuccesso, e non boicottarla per dimostrare che non serve. Una piccola lezione dal Buthan.

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Il Bhutan è conosciuto soprattutto per le montagne e per la felicità interna lorda, un indice di misurazione per calcolare il benessere della popolazione e il successo delle politiche pubbliche in luogo del Prodotto Interno Lordo – che si misura anche lì ma non è considerato il fine ultimo dello sviluppo. Dal 2008 la costituzione impegna lo Stato a promuovere le condizioni che consentano di perseguire la felicità interna lorda, attraverso la misurazione di parametri quali salute, istruzione, qualità dell’ambiente, uso del tempo, vitalità delle comunità, benessere psicologico, cultura. È certamente interessante anche che si tratta di uno dei pochissimi Paesi al mondo con impronta carbonica negativa.

Ora dal piccolo regno himalayano arriva una notizia apparentemente minore, che potrebbe contenere una grande idea. Il 7 agosto si è svolto a Thimphu il primo incontro strutturato tra Parlamento e organizzazioni della società civile. Non il solito convegno con saluti istituzionali, foto di gruppo e buffet conclusivo, ma il primo di una serie di passaggi volti a trasformare i contatti occasionali (e spesso cerimoniali) in una collaborazione regolare e istituzionalizzata.

Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.

I partecipanti hanno proposto un appuntamento annuale, ulteriori consultazioni su temi specifici, audizioni nelle commissioni, condivisione delle informazioni, raccolta congiunta di dati e una piattaforma digitale comune. L’idea (sponsorizzata dallo stesso Parlamento) è che le diverse organizzazioni della società civile portino nel procedimento legislativo conoscenze specialistiche ed esperienze maturate sul territorio. Le leggi continuerà ovviamente a farle il Parlamento, solo che le farà sulla scorta dei saperi diffusi e dell’ascolto della società, dovendo dare conto delle motivazioni alla base delle sue scelte, che siano di seguire le indicazioni della società civile o di non recepirle.

Non è una cosa da poco. In realtà rovescia il tavolo sul quale oggi si dispiega la crisi della democrazia. Quasi ovunque la tendenza è opposta: governi sempre più verticali, parlamenti compressi e schiacciati sulla maggioranza, partiti trasformati in comitati elettorali personali, decisioni negoziate tra pochi e poi vendute a molti attraverso slogan (e i più sottili algoritmi). Il tutto, beninteso, “in nome del popolo”, la cui volontà è interpretata dal leader che si erge a espressione della “nazione” (la quale, ca va sans dire, è un blocco omogeneo). Versione laica (non dappertutto) e aggiornata dell’unto del signore.

La polarizzazione completa l’opera. Ogni questione diventa una prova di appartenenza: se sei dei nostri devi pensare questo, se pensi quello sei dei loro. E sei “ideologico”. La decisione non è basata sulla discussione ma sull’obbedienza, e la comunicazione serve a mobilitare, non a informare. Dilagano (anche localmente) riforme calate dall’alto, elaborate da pochissimi in stanze chiuse, talvolta sottoposte a referendum (anche quando non giuridicamente necessario) spacciandolo per partecipazione. E poi magari arrivano bocciature.

La partecipazione è uno dei pochi strumenti che può spezzare questo meccanismo. Ovviamente però è rischiosa, perché se non è organizzata bene rischia di fare danni e di provocare, in reazione, l‘invocazione del suo contrario, la decisione del leader. Servono regole trasparenti, pluralismo, informazioni affidabili, tempi adeguati e soprattutto l’obbligo per le istituzioni di spiegare che cosa abbiano fatto delle proposte ricevute. 

Spesso la partecipazione diventa un soprammobile della democrazia: serve a decorare e fare un po’ di democraticwashing, senza una reale volontà di aprirsi alla partecipazione.

Ma per fortuna le tecniche partecipative si stanno affinando, si sta imparando dagli errori degli altri (più che dai propri, ma va bene così), e guardandosi intorno si trovano tantissime buone pratiche di partecipazione sempre migliore. Come per ogni tecnologia, lavorandoci si migliora. Le assemblee dei cittadini in Irlanda hanno contribuito a sbloccare questioni divisive che apparivano irrisolvibili come l’aborto. A Taiwan strumenti digitali come vTaiwan cercano punti di consenso invece di premiare soltanto le posizioni più polarizzate. L’OCSE ha una interessantissima banca dati dei processi deliberativi e dimostra che, in condizioni adeguate, questi possono contrastare polarizzazione e disinformazione e aiutare a superare stalli che il processo politico tradizionale non riesce a sciogliere, ed anzi fomenta.

Il Bhutan non è un paradiso democratico. Non è detto che l’esperimento funzionerà, e non esistono ricette democratiche universali, altrimenti basterebbe un manuale di istruzioni. Ma ben vengano gli esperimenti, l’apertura di qualche porticina quando in genere di innalzano muri. Quello del Bhutan è un seme minuscolo. Ma in un mondo che sta cementificando l’intero terreno democratico, bisogna aggrapparsi ai germogli, sperando che siano l’inizio di una foresta.

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