ICEHL, la scacchiera si allarga a Milano
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Le off-season raccontano le società più delle stagioni. Sul ghiaccio si vince e si perde, ma è in estate, lontano dai riflettori e dai tabellini, che si capisce dove vuole andare un club, quanto è lucida la sua dirigenza, quanto è solido il suo progetto. E in questa estate 2026 la ICE Hockey League ci consegna due immagini che è impossibile non mettere una accanto all’altra: da una parte Milano, che irrompe nella massima lega con capitali, un’arena nuova e l’ambizione di cavalcare l’onda olimpica; dall’altra Bolzano, che esce dai playoff e, tra una sfilza di addii e troppi punti interrogativi, deve ancora dire che squadra vuole essere.
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Milano e la lega a quattordici
Partiamo dalla notizia. Lunedì 1° giugno, nel corso dell’assemblea generale ordinaria della win2day ICE Hockey League riunitasi a Salisburgo, è arrivato il via libera ufficiale all’ingresso dell’Hockey Club Milano nel campionato. La lega sale così a quattordici squadre provenienti da quattro nazioni: alle italiane Bolzano e Val Pusteria si aggiunge ora il capoluogo lombardo, mentre il resto del lotto è composto dagli sloveni dell’Olimpija Lubiana, dagli ungheresi di Ferencvaros e Fehervar e dalle austriache Graz, Klagenfurt, Salisburgo, Vienna, Linz, Villach, Vorarlberg e Innsbruck. La stagione 2026/27 prenderà il via venerdì 18 settembre.
È il ritorno a tre italiane nella massima lega transfrontaliera dopo una sola stagione di pausa: l’ultimo terzetto, con l’Asiago, risale al 2024/25, prima che gli stellati venissero esclusi dalla lega e ripiegassero in Alps Hockey League. Ma il peso di Milano non sta nel conteggio.
Il club meneghino arriva con un profilo diverso da qualsiasi altra italiana. La società è una neonata sostenuta da capitali importanti — l’investitore principale è House of Doge, realtà legata al mondo delle criptovalute — con Christof Leitner presidente e l’appoggio istituzionale della Fondazione Fiera Milano; la futura casa sarà la Milan Ice Fiera Arena, in costruzione nell’area di Rho Fiera. Sul fronte tecnico-sportivo le indiscrezioni della vigilia indicavano in Viktor Szelig, ex dirigente del Fehervar, il principale candidato alla direzione sportiva, e davano una rosa già definita in buona parte; tra i nomi accostati, sempre in via ufficiosa, anche profili di ritorno in ICEHL come Randy Gazzola e Giordano Finoro. Lo stesso Leitner ha comunque tenuto a precisare di non aver pescato né a Bolzano né in Val Pusteria. Le prospettive sono quelle di un mercato che nessun’altra piazza della lega può vantare — pubblico, sponsor, media, l’onda lunga delle Olimpiadi di Milano-Cortina — ma anche di un progetto tutto da costruire: alla vigilia del voto più di un club aveva storto il naso proprio perché Milano, a differenza di quanto già successo in passato con Bratislava, Jesenice, Zagabria o con la stessa Asiago, entra senza una squadra già attiva e senza un impianto già pronto. Per la ICEHL, in ogni caso, è la scommessa più ambiziosa degli ultimi anni: se Milano decolla, la lega si prende un mercato di prima grandezza; se fallisce, sarà l’ennesima meteora del nostro hockey.
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Tre italiane a contendersi lo stesso, ristretto, vivaio
Il punto più delicato dell’allargamento è proprio questo: si passa da due a tre squadre italiane, ma il numero di giocatori domestic di livello ICEHL non cresce di pari passo. Il Rule Book della lega impone una quota minima di nazionali in lineup, e gli italiani capaci di reggere quel palcoscenico sono merce rara, lo sappiamo bene. Aggiungere un terzo acquirente a un mercato già asfittico significa una cosa sola: i prezzi salgono, e a sorridere sono soprattutto gli agenti. Bolzano e Val Pusteria, che fino a ieri si dividevano il vivaio tricolore, da settembre dovranno fare i conti con un concorrente che ha più mezzi e meno vincoli di bilancio sentimentale — senza dimenticare che sullo stesso, ristretto bacino di italiani pescano pure le sette formazioni tricolori dell’Alps Hockey League.
Per il resto, in una lega che ha appena incoronato per la prima volta i Graz99ers, l’altro nodo dell’estate porta a Feldkirch: i Pioneers Vorarlberg sono regolarmente iscritti al 2026/27, ma con una situazione finanziaria che più di un osservatore continua a giudicare precaria. E qui si innesta un risvolto che vale la pena sottolineare: la ICEHL, per quanto transfrontaliera, resta il torneo gestito dalla federazione austriaca e quello che assegna di fatto il titolo nazionale. Gli austriaci controllano otto club su quattordici, ma è una maggioranza che ogni innesto straniero — Milano compresa — assottiglia, e che il crac del Vorarlberg avrebbe ridotto a un risicato sette a sei. Difficile, allora, non leggere il salvataggio di un club di casa come Feldkirch anche in questa chiave: tenerlo in vita vale, per la federazione, ben più dei suoi quaranta punti in classifica.
È in questo contesto — mercato dei nazionali in tensione, gerarchie in movimento, una matricola pesante in arrivo — che andrebbe letto ciò che fanno (o non fanno) le altre squadre.
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E Bolzano? Il vuoto
Veniamo ai biancorossi. E qui il tono cambia.
La stagione dei Foxes si è chiusa ai quarti di finale, con l’eliminazione per mano dell’Olimpija Ljubljana al termine di una serie persa semplicemente male. Un’uscita amara, arrivata da un quarto posto in regular season e contro un avversario partito più indietro in griglia: esattamente lo scenario che un club con le ambizioni dichiarate dell’HCB non può permettersi. La lettera dell’amministratore delegato Dieter Knoll ai tifosi, all’indomani dell’eliminazione, ha messo nero su bianco la delusione per il modo in cui la stagione si è spenta. Poi, il 27 marzo, il commiato di Enrico Miglioranzi, che ha appeso i pattini al chiodo dopo una carriera straordinaria.
E da lì in avanti? Per settimane, il nulla. Fino a oggi.
Poi, proprio nelle ore in cui scriviamo, il silenzio si è rotto — e via Galvani ha scelto di romperlo con una lista di addii. Un comunicato ufficiale annuncia che l’allenatore Doug Shedden, i difensori Philip Samuelsson e Matt Cairns e gli attaccanti Brett Pollock e Matteo Gennaro non faranno parte dei Foxes nel 2026/27, con la promessa che “da domani” inizieranno gli annunci sul nuovo organico. Il primo atto pubblico dell’estate biancorossa, insomma, non è un acquisto né una conferma: è l’elenco di chi se ne va.
E quell’elenco, a ben vedere, è già più lungo dei cinque nomi di oggi. Vi si somma il portiere Sam Harvey, che ha firmato un biennale con l’HC TIWAG Innsbruck – Die Haie: lo aveva annunciato il club tirolese, ben prima del consueto “thank you” sui social bolzanini. Ci sono i ritiri, ormai confermati, di Enrico Miglioranzi e Jason Seed. E c‘è, per quanto ci risulta, il passaggio di Gianluca Vallini al Renon, in Alps Hockey League: per il backup bolzanino — prodotto del territorio e portiere della Nazionale — è la scelta di chi a Bolzano ha sempre fatto il secondo e altrove può finalmente prendersi una porta da titolare, comprensibile sul piano personale quanto pesante per l’HCB. La colonna delle partenze, insomma, è già fitta; quella degli arrivi, a oggi, resta del tutto vuota.
A pesare più di ogni altra cosa è il doppio addio tra i pali. Con Harvey e Vallini fuori, il reparto portieri è da ricostruire da zero, titolare e riserva, straniero e italiano. Harvey, per anni tra i migliori portieri della lega, arrivava però dalla più opaca delle sue stagioni bolzanine, tanto che la società si era già tutelata inserendo a stagione in corso Christopher Gibson: non è la perdita di un intoccabile, ma lascia comunque una voragine che, a oggi, nessuno sembra pronto a colmare. Anzi: al netto degli addii, dell’intero reparto pare essere rimasto in piedi solo l’allenatore dei portieri, novità dello staff lo scorso anno. Speriamo sia una coincidenza, e non un segnale.
Tutto il resto, invece, vive ancora sul mercato delle voci. In attacco, le voci più insistenti raccontano di un nucleo già blindato: si dice che Knoll abbia assicurato il ritorno di Schneider, Bradley e McClure, che sarebbe lo scheletro del reparto offensivo, una base di tutto rispetto. Attorno, però, qualcosa si muove. Si parla da tempo di un rapporto non idilliaco tra Daniel Mantenuto e Luca Frigo: un attrito che, più che la causa di un eventuale addio, ne sarebbe semmai una concausa. Il punto è che l’ammissione di Milano apre a Frigo un’opzione concreta e per più versi allettante — la vicinanza a casa e la prospettiva di nuovi stimoli in un progetto tutto da costruire — che fino a ieri semplicemente non esisteva. Quanto al capitano Daniel Frank, reduce da due annate non all’altezza in campo e nella leadership, si dice che Knoll lo voglia comunque confermare con tanto di “C” sul petto: una scelta di continuità che, di questi tempi, non tutti capirebbero — e che alimenta il sospetto che al dirigente faccia comodo, più che altro, qualche orecchio fidato nello spogliatoio.
In difesa, invece, le voci parlano soprattutto di partenze. Si dà per scontata l’uscita di Mark Barberio, raffinato ministro della retroguardia ma con un ingaggio diventato troppo oneroso, e i rumors danno in uscita anche Scott Valentine, congedato — si dice — dallo stesso Knoll: sarebbe una fine amara per il pilastro che nelle ultime stagioni ha retto, a volte quasi da solo, la difesa biancorossa.
Il confronto con dodici mesi fa resta comunque impietoso. La scorsa estate, a questo punto, l’allenatore era già stato annunciato da settimane — Kleinendorst aveva firmato il 1° maggio — e la rosa prendeva forma un tassello alla volta, tra rinnovi e nuovi ingaggi, al punto che a inizio luglio la si poteva già definire “quasi completa”. Oggi, di annunciato, ci sono soprattutto partenze: un organico che si svuota prima ancora di iniziare a riempirsi. E c’è soprattutto il convitato di pietra di ogni ragionamento: la panchina.
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La domanda che pesa più di tutte: chi siede in panchina?
Perché il vero buco nero dell’estate biancorossa è proprio lì, dietro le balaustre. In poco più di un anno e mezzo l’HCB ha consumato Glen Hanlon, ha ingaggiato e poi esonerato in corso di stagione Kurt Kleinendorst, e ha affidato il finale di annata a Doug Shedden, il cui addio è stato ufficializzato proprio oggi, in cima alla lista dei saluti. Il canadese, arrivato a dicembre per rilevare Kleinendorst, paga il modo in cui si è spenta la stagione e anche quella mancata stretta di mano agli avversari dopo l’eliminazione, un gesto che lo stesso Knoll aveva pubblicamente sconfessato nella lettera ai tifosi. Tre tecnici bruciati in diciotto mesi, un quarto ancora da trovare, e una panchina di nuovo vuota.
Anche dopo il comunicato di oggi, non c‘è il minimo segnale su chi guiderà la squadra a settembre. Ed è questo il dato più preoccupante di tutta l’off-season, perché senza un allenatore definito non c’è progetto tecnico, e senza progetto tecnico non si costruisce un roster — si fanno solo ingaggi.
Ed è qui che torna il discorso di fondo, lo stesso che facevamo a bilancio di stagione. All’HCB non manca la storia, non mancano i mezzi, non manca il pubblico. Manca, da troppe estati, un’idea che duri più di una stagione: un’identità riconoscibile attorno a cui sommare conferme e innesti, una direzione tecnica stabile che permetta di lavorare per anni e non per mesi. Mentre Milano accende i motori e il mercato dei nazionali si surriscalda, i Foxes hanno il dovere di decidere chi vogliono essere — e di farlo in fretta.
L’estate è lunga, certo, e via Galvani ci ha abituati a chiudere i roster con tempismo. Ma quest’anno c‘è una matricola ambiziosa che spinge sui prezzi, c’è una porta da riempire da capo e c'è una panchina ancora vuota. Ogni giorno di attesa, adesso, è un giorno regalato agli altri.
A Bolzano il silenzio si è rotto, ma con un elenco di addii. Le risposte vere — chi arriva, chi siede in panchina, che squadra si vuole essere — sono rimandate a “domani”. E domani, in un’estate così, è già tardi.
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