Valcanale, l’altra terra delle Opzioni
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Abbonati ora a S+SALTO: Ambrosino, oggi a Bolzano parlerà degli effetti dell'Accordo De Gasperi-Gruber fuori dal Sudtirolo. Quali conseguenze ebbe la firma di Parigi in Friuli?
Partiamo da una prospettiva necessariamente interpretativa. Se parliamo di costruzione dell’autonomia, quello che accade in Sudtirolo non ha conseguenze altrove: sarebbe inutile sostenere che grazie al patto si siano sviluppate altre autonomie nelle regioni a statuto speciale o, chessò, per gli sloveni in Carinzia. L’impatto concreto è l’autonomia del Sudtirolo (e del Trentino). Ci sono però due eccezioni importanti. La prima: la questione della “riopzione” valeva per tutti coloro che avevano optato, non solo per i sudtirolesi. La seconda è il cosiddetto “accordino”, cioè la messa in pratica delle agevolazioni sul traffico di frontiera e sullo scambio agevolato di merci e prodotti tipici. Anche se non era scritto esplicitamente, poteva essere interpretato come riferito a tutto il confine italo-austriaco, e di sicuro ha influenzato altre realtà economiche che vi si sono richiamate per provare a costruire qualcosa di simile.
Ecco, la seconda terra delle Opzioni: la Valcanale, in provincia di Udine. Per chi non la conoscesse, di cosa stiamo parlando?
Le Opzioni fuori dal Sudtirolo si tennero anche a Cortina, oggi in Provincia di Belluno. Ma il secondo “grande” centro delle Opzioni fu la Valcanale, il piccolo territorio al triplice confine tra Italia, Austria e allora Jugoslavia, tra Carinzia, Slovenia e Friuli, dove le due componenti maggioritarie erano quella slovena e quella tedesca. Ma con una differenza di fondo rispetto al Sudtirolo, che a livello interpretativo è decisiva. Per il Sudtirolo la percezione della frontiera del Brennero è stata costruita appositamente, per ragioni di sicurezza, e il territorio è diventato terra di frontiera nel corso del Novecento. Certo, la traiettoria economica Brennero-Bolzano-Trento ne faceva un territorio di scambio e ibridazione, ma tante valli erano semplicemente valli del mondo tirolese. La Valcanale invece questa percezione di essere punto di transito e ibridazione ce l’aveva da sempre. Era piccola e confinava davvero con tutti i mondi. Io me la immagino come una specie di Salorno a cui si aggiunge il confine politico: in Valcanale confine culturale e confine politico si sovrapponevano.
In cosa consisteva concretamente questa ibridazione?
Nei nomi, per esempio: molti i toponimi della Valcanale, tra cui i maggiori come Tarvisio e Malborghetto, esistevano già in friulano, sloveno, tedesco e italiano. Non li ha inventati tutti Tolomei. E poi in una pratica comune a tutta l’Europa centro-orientale fino a fine Ottocento, ovvero lo scambio delle famiglie. I bambini di un gruppo linguistico venivano mandati per qualche anno a imparare la lingua dell’altro – e magari i genitori erano ferventi nazionalisti che il giorno dopo boicottavano i negozi sloveni. Molti che viaggiavano o si trasferivano dal resto del Friuli (penso ai carnici ma soprattutto ai goriziani) sapevano il friulano e almeno il tedesco. Viceversa, capitava che chi sapesse lo sloveno imparasse anche il friulano, l’italiano e/o il tedesco. Era dunque una situazione che gli storici oggi chiamano di “indifferenza nazionale”. Sia chiaro, tutto ciò era fortemente avverso ai nazionalisti di ogni gruppo linguistico e difatti col tempo divenne sempre più difficile sostenere questi comportamenti ibridi. Dopo le devastazioni della Prima Guerra Mondiale e vent’anni di fascismo, poi, la società valcanalese che arrivò alle Opzioni del 1939 era fortemente politicizzata. E quel contesto, come altri nella storia, li obbligò a prendere posizione.
Arriviamo quindi alle Opzioni. Come si svolgono in Valcanale?
Riguardano i comuni di Pontebba, Malborghetto-Valbruna e Tarvisio con Camporosso e Fusine, che a rigore non è nemmeno Valcanale ma Carniola. In quell’area si toccano infatti le regioni storiche della Carinzia, Carniola, Friuli e Litorale. Parliamo in tutto di circa 10.000 persone. I risultati degli optanti per la Germania sono in linea con il Sudtirolo, anzi leggermente superiori: attorno all‘85-86% opta per la cittadinanza tedesca. Tra 1940 e 1943 circa 5.600 “tedeschi” e 100 “sloveni” partirono. Ma c’è qui una differenza sostanziale. Gli optanti vengono trasferiti per lo più a Klagenfurt, Villach o Arnoldstein, a una ventina di chilometri di distanza, in Carinzia. Uno spostamento minimale, che permetteva di mantenere i legami di prima.
In Sudtirolo la frattura tra Optanten e Dableiber ha segnato la società per decenni. E in Valcanale?
Quella distinzione, come categoria politica organizzata, in Valcanale non esiste. I gruppi erano troppo piccoli per strutturare una vera discussione politica sulla questione, né da parte maschile né da parte femminile. La propaganda invece c’è stata, eccome.
Lei ha pubblicato con Emanuele Dalle Mulle un articolo sulle Opzioni come emblema dell’ambiguità della politica fascista nelle regioni di confine. Qual è la tesi?
Finora si è sempre pensato che si optasse principalmente per la martellante propaganda degli emissari venuti da fuori – “vi sposteranno al Sud, le case verranno svendute” – e per ragioni economiche. A Villach o a Innsbruck ci si immaginava opportunità migliori, anche a causa di vent’anni di italianizzazione forzata. Ma c’è un ulteriore elemento: erano le stesse autorità fasciste a non fidarsi dei locali. Ed era una tensione irrisolvibile, che andava dal funzionario di prefettura fino a Mussolini. Da un lato non potevano ammettere che quelle persone non fossero italiane – nella costruzione mentale dello Stato fascista erano semplicemente italiani che avevano “dimenticato” di esserlo – dall’altro continuavano a diffidarne: non ci vogliono, fanno le scuole clandestine... Noi la chiamiamo consistent ambivalence, perché in fascisti divennero vittime della loro stessa retorica.
Cambiò qualcosa con le Opzioni?
Le Opzioni sono il momento in cui questo specchio si rompe. In teoria il regime non avrebbe nemmeno potuto dire “non restate”, perché erano già italiani. In pratica la cosa si trasformò in una débâcle politica. E il paradosso è che molti fascisti furono convinti fino all’ultimo che ce l’avrebbero fatta a “tirare fuori l’italianità” da queste persone, non solo con la retorica ma con vere politiche di sostegno, dal dopolavoro ferroviario alle associazioni per i locali. In fondo i valcanalesi come i sudtirolesi erano bravi contadini cattolici, leali alle istituzioni, e verso quel mondo c’era persino una forma di rispetto. Molto peggio andava in Carnia, dove le popolazioni friulane, considerate “italianissime” avevano cognomi tipo Matiz, Treu, Plozner, Puntel e avevano tendenze socialiste: quelli sì che potevano essere “austriacanti”!
C’è poi la questione della “conquista del suolo”.
Sì, la vendita dei terreni e delle case a famiglie esterne. E qui la differenza con il Sudtirolo è netta: in Valcanale l’operazione riesce molto bene, proprio – questa è di nuovo una mia interpretazione – perché la Valcanale aveva una storia di fuoriuscite, ibridazioni e mutamenti nella coscienza territoriale, quella che in inglese si chiama nationhood, distinta dalla nationality. I valcanalesi avevano più facilità ad andarsene, e questo ha causato una perdita delle proprietà molto più forte che in Sudtirolo. Con un dettaglio umano interessante: i primi a prendere le case non venivano da lontano, ma dalla Val Raccolana, dalla Val Dogna, dalla Val Resia – altra valle di “lingua slovena” – o dalla Carnia. E siccome gli optanti stavano appena oltre confine, capitava che vecchi e nuovi proprietari si conoscessero e diventassero amici. Nelle mie interviste ho raccolto la storia di un signore che aveva comprato casa a Fusine e il cui vecchio padrone, optante trasferitosi vicino a Villach, tornava spesso a trovarlo. È successo varie volte.
E i valcanalesi partiti, quale destino hanno avuto in Carinzia?
Le associazioni di aiuto agli optanti operavano a Villach e Klagenfurt, e nel 1940 i primi treni partono tra grandi festeggiamenti, celebrati dalla stampa carinziana come un successo della politica del Terzo Reich. Poi le cose rallentano, come per il Sudtirolo. Nel 1942 accade poi un fatto rivelatore: molte famiglie valcanalesi vengono mandate nella Carinzia meridionale, da cui erano stati espulsi gli sloveni carinziani. Ed è qui che si vede tutta la complessità di questo spazio: gli sloveni carinziani, come alcuni valcanalesi, parlavano dialetti sloveni ma non tutti avevano sviluppato una coscienza nazionale slovena come quelli della Carniola, la regione di Lubiana. Per i carinziani-tedeschi, che detennero sempre il potere in Carinzia, c’erano i carinziani di parlata slovena “leali” – cioè I windisch – e gli “sloveni” da tenere sotto controllo. La questione dei windisch è quindi molto politicizzata e, per quanto come categoria “etnica” sia considerata superata, continua a infiammare il dibattito in Carinzia.
Un’identità complessa...
Dal Sudtirolo, dove si è abituati a un gruppo linguistico tedesco compatto e riconosciuto come minoranza “austriaca” in Italia, questa stratificazione si fa fatica a capirla. Ed è il motivo per cui evito il termine “identità”, troppo carico e semplificante, perché non rende la complessità di persone che parlavano tre o quattro lingue, friulano compreso.
Arriviamo alla fine della seconda guerra mondiale. Lei sostiene che proprio lì, in quel fazzoletto di terra, si veda concentrata la fine del conflitto in Europa.
In una decina di giorni, tra il 27 aprile e l’8 maggio 1945, quel punto diventa l’incrocio di tutto: da ovest arrivano gli angloamericani, da est spingono l’armata jugoslava e i partigiani sloveni. Poi i nazisti in fuga verso nord, i collaborazionisti italiani che cercano di consegnarsi agli Alleati e non agli jugoslavi, i collaborazionisti sloveni e i cetnici in fuga verso ovest, i profughi italiani che premono su Trieste e Udine, e persino i cosacchi che Hitler aveva insediato in Carnia per farne una loro terra. A ciò si aggiungono gli scontri tra partigiani cattolici e comunisti. Chi viveva lì ha visto passare qualcosa come 200.000 persone. Tarvisio diventa un hub che oggi faremmo fatica a immaginare. A metà maggio l’armata jugoslava, che aveva occupato tutto il territorio “etnico” sloveno, Valcanale compresa, deve ritirarsi.
Con quali conseguenze per le minoranze della valle?
Decisive. La Valcanale resta saldamente dentro le strutture della provincia di Udine, cioè fuori dal territorio che anche gli alleati occidentali giudicano contestato e passa subito sotto l’amministrazione militare alleata. La popolazione della valle, perciò, è già in gran parte italiana. Paradossalmente, però, proprio perché la maggioranza di chi se n’era andato era “tedesco” sono gli sloveni I primi a tentare di politicizzarsi – avevano gli jugoslavi “in casa” – ma vengono subito fermati. Ci sono episodi di intimidazione da parte dei partigiani nazionalisti italiani, gli osovani, contro i garibaldini e contro ogni tentativo di collaborazione italo-slovena. Un esempio: l’Unione antifascista italo-slava, la UAIS, nata nell’orbita comunista tra Gorizia e Trieste, in Valcanale si declina addirittura in UAISA – con la A di “austriaca” – ma dura pochissimo. Al massimo si concedeva qualche lettera in tedesco negli uffici, in sloveno sicuramente no, benché gli sloveni in quel momento fossero i più numerosi.
Il 5 settembre 1946 De Gasperi e Gruber firmano a Parigi. Come reagisce la Valcanale?
La notizia arriva subito, in Valcanale come in Carinzia. I rappresentanti della componente slovena si ritrovano senza sponde. Gli jugoslavi non potevano nemmeno passare il confine legalmente. I tedeschi invece si erano organizzati già per tutto il 1946 in Carinzia, attraverso un’associazione degli optanti che si chiamava Kanaltaler Bund: petizioni, memorandum, lettere al Landeshauptmann del governo provvisorio carinziano e agli inglesi, che in quel momento – l’Austria non era pienamente sovrana – decidevano vita, morte e miracoli della Carinzia occupata. Oltretutto molti degli attivisti del Bund non avevano affatto cognomi tedeschi, ma cognomi carnici come Treu, Del Negro, persino un Furlan. Uno dei maggiori rappresentanti, Giuseppe Treu, figlio di un valcanalese che si era trasferito in Carinzia, scrisse diverse lettere alla Südtiroler Volkspartei perché anche alla Valcanale venisse riconosciuto uno status amministrativo particolare, o almeno una qualche protezione della minoranza linguistica. Una biografia incredibile, la sua: spedizioniere, era stato consulente dei nazisti a Udine, una SS e negli anni Cinquanta, residente ad Arnoldstein, verrà eletto a Tarvisio con il Movimento sociale italiano.
Il Sudtirolo ottiene subito una forma di autonomia, benché contestata nel quadro regionale. La Valcanale e il Friuli?
Lo statuto speciale del Friuli Venezia Giulia nasce in un contesto che esula completamente da queste dinamiche. Tra 1945 e 1948 non c’è la sicurezza che Trieste rientri nell’orbita statale italiana, e il dibattito regionalista si gioca a livello di Friuli: non c’era nemmeno l’idea di distinguere tra regione ordinaria e speciale, si trattava di dimostrare una specificità rispetto al Veneto. Vi partecipa tutta l’intellettualità friulana – Pasolini sarà da subito attivo tra gli esponenti di quel filone, insieme a rappresentanti della DC a Roma. Alla fine la quinta regione a statuto speciale viene approvata nel 1947 con il nome di Friuli-Venezia Giulia, ma viene immediatamente congelata in attesa che si risolva la questione di Trieste: se ne riparlerà solo nel 1963, in un clima ormai di riforma amministrativa e decentramento. Quando nel 1946 si firma il patto De Gasperi-Gruber, quindi, sull’autonomia del Friuli l’impatto pratico è nullo.
E la parte dell’accordo sulle “riopzioni”?
Sono state pochissime, nell’ordine di una ventina di famiglie. La maggior parte degli optanti si era infatti trasferita venti chilometri più a nord, con legami facilissimi da mantenere. Ed è di nuovo un’interpretazione mia, ma credo che per i valcanalesi lo “sradicamento” sia stato diciamo più sostenibile che per i sudtirolesi. L’attaccamento alla terra, l’elemento del maso chiuso, lì non avevano lo stesso peso. La conseguenza è che gli unici veri discendenti di chi oggi parla tedesco o sloveno in Valcanale sono quelli che decisero di restare – pochi.
Il terzo lascito è il cosiddetto “accordino”, il regime agevolato per gli scambi di frontiera tra Trentino-Alto Adige e Tirolo-Vorarlberg.
Si tratta della parte dell’Accordo di Parigi dove c’è stata una vera influenza anche altrove, o quantomeno tentativi di imitazione. L’accordino viene firmato nel 1949 e le camere di commercio di Udine e Lubiana si muovono immediatamente, facendo pressione sui rispettivi governi per replicare lo schema con la camera di commercio di Klagenfurt. Dal 1947 la situazione si normalizza, riprendono le reti di sempre – sindaci che si scambiano visite, cori, feste di paese – e Tarvisio si sta trasformando in un centro commerciale che connette Jugoslavia, Austria e Italia al punto dei tre confini. Gli udinesi chiedono aiuto al prefetto Innocenti, capo dell’Ufficio per le zone di confine, e arrivano molto in profondità: avevano pronte le liste delle merci, la bozza dell’accordo, volevano perfino agevolazioni per permessi di lavoro e visti tra Italia e Austria.
Andò a buon fine?
Nel 1953-54 frenano i carinziani, o meglio Vienna. Per il governo centrale austriaco l’accordino era svantaggioso: importare merci dal Trentino-Alto Adige senza dazi andava bene finché il caso sudtirolese restava unico e inimitabile, ma non si potevano tracciare linee doganali dentro la Carinzia, creare un’area economica privilegiata dentro il Land – e poi ci sarebbero state la Stiria, il Burgenland con l’Ungheria... Eppure i tentativi proseguono per tutti gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta – i più determinati erano gli sloveni di Lubiana, i primi a inserirsi nell’economia occidentale con accordi fieristici e rappresentanze in Carinzia e Friuli, fuori dall’autorità di Belgrado – fino al 1984, l’ultima volta che chiedono un accordino Carinzia-Slovenia. Negli anni Settanta è addirittura Bruno Kreisky a dire che l’accordino discende direttamente dal patto De Gasperi-Gruber e rappresenta un unicum irripetibile a livello carinziano.
Ma il confine austriaco restava più “poroso” rispetto a quello con la Jugoslavia?
La domanda è complessa. Il confine italo-austriaco restò più aperto perché i sistemi economici e politici tra i due paesi erano simili. Inoltre non c’era lo stigma del comunismo come verso la Jugoslava. Però tra Carinzia, Friuli-Venezia Giulia e Slovenia gli sforzi per costruire l’immagine di quel triplice confine come “il confine più aperto d’Europa” furono ingenti e diedero risultati molto concreti negli anni Sessanta e Settanta. Anzi, ci furono dei momenti in cui quel confine sembrò – e forse fu – più aperto del Brennero. Nel 1961, per esempio, mentre la politica nazionale e regionale apre verso la Jugoslavia, la recrudescenza del problema sudtirolese – ovvero gli attentati – spinge le autorità italiane a chiudere il confine austriaco. Per qualche mese a Udine, a Tarvisio e a Villach erano furiosi.
Per quale ragione?
Non solo abbiamo articoli del giornale udinese Messaggero Veneto che lamentano le perdite economiche ma un carinziano che ho intervistato, che all’epoca aveva tredici anni, mi raccontò che rimase scioccato perché era andato per anni con suo padre a comprare i maglioni al mercato di Tarvisio e quell’anno sembrava che lo avessero chiuso fuori. È probabile che a Tarvisio qualcuno abbia detto: “Se il mio cliente ha bisogno del visto per venire a comprarsi un maglione, distruggete quello che ho costruito in vent’anni solo perché qualcuno da voi ha messo le bombe”. Ci sono inchieste della stampa carinziana e della stessa Dolomiten che dicono esplicitamente: il problema sudtirolese sta frenando la crescita economica della Valcanale e della Carinzia. E i carinziani aggiungevano: abbiamo già i nostri problemi con gli sloveni, se anche voi fate casino non abbiamo più sbocchi.
Chiudiamo con l’oggi. Chi vive nella Valcanale del 2026?
Un paio d’anni fa Ernst Steinicke, geografo dell’Università di Innsbruck, ha scritto un articolo dal titolo eloquente: la “piccola Europa” delle Alpi orientali sta per scomparire?. È vero, questi settant’anni non hanno fatto bene al quadrilinguismo storico, le ultime stime parlano di un centinaio di parlanti tedesco e due-trecento sloveni. Ma accanto a questo c’è una consapevolezza diffusa di vivere in un territorio plurilingue, all’incrocio delle grandi famiglie linguistiche europee: famiglie friulane, italiane, tedesche e slovene che si scambiano le lingue come vogliono e come possono – non sono gli “originali”, le hanno apprese dopo, ma ci sono tanti progetti che vanno in questa direzione. Le due principali associazioni, il Kanaltaler Kulturverein e la Associazione / Združenje “Don Mario Cernet” si occupano ancora e con successo di conservare le tradizioni carinziane con cori, libri e così via. Un cauto ottimismo me la sento di darlo, perché l’idea di essere una regione multilingue con un passato burrascoso, ma che con quel passato ha fatto i conti, ormai c’è. E aiuta molto.
Il convegno
Le celebrazioni per l‘80° anniversario dell’Accordo di Parigi si apriranno oggi (3 settembre) con un convegno scientifico del Centro di Storia Regionale a Palazzo Widmann di Bolzano dal titolo “80 anni dal Trattato di Parigi - Contesto, attuazione e conseguenze: una panoramica storica”. Al centro dell’attenzione vi saranno la genesi, l’attuazione e le ripercussioni dell’Accordo De Gasperi-Gruber, nonché un confronto con la situazione della minoranza tedesca nella Val Canale (area del Friuli-Venezia Giulia situata al confine con Austria e Slovenia).
Il convegno si terrà oggi, giovedì 3 settembre, a partire dalle ore 9 nel cortile interno di Palazzo Widmann, in piazza Silvius Magnago 1, a Bolzano. Interverranno lo storico Alessandro Ambrosino, la storica della pedagogia e della scuola Annemarie Augschöll, l’economista Andrea Bonoldi, la storica Siglinde Clementi, lo storico austriaco Michael Gehler, e lo storico Stefan Lechner. Il presidente della Provincia, Arno Kompatscher, aprirà con un saluto introduttivo. Qui il programma completo.
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