Politica | USA 250

Dall'egemone al potere della forza

Come gli Stati Uniti stanno trasformando il loro ruolo di leadership globale attraverso l'interdipendenza, la crisi e l'ascesa del trumpismo.
Unsplash/Nils Huenerfuerst

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Da almeno la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti sono la principale potenza e l’attore egemone del sistema internazionale. Lo sono per banali ragioni di potenza, qualsiasi sia il parametro utilizzato per misurarla. Da ottant’anni godono di una superiorità militare incontestabile, sublimata prima dal possesso monopolistico dell’arma nucleare, poi dall’incontestato primato tecnologico e infine in un gap monumentale tra sé stessi e tutti gli altri soggetti statuali, evidenziato sia dalla spesa militare (che a inizio XXI secolo si avvicinava al 50% di quella mondiale complessiva, oggi è al 33% ) sia dalla impareggiabile rete globale di basi (tra le 700 e le 800 oggi). 

Una superiorità militare, questa, permessa e alimentata da quella economica. Eccessiva e artificiale nell’immediato secondo dopoguerra, quando il PIL americano era metà di quello mondiale e gli Usa possedevano circa i 2/3 delle riserve aurifere totali, ma preservata e rilanciata negli anni, smentendo le ricorrenti profezie sull’inevitabile declino degli Stati Uniti. Un declino fronteggiato anche grazie al “privilegio esorbitante” (la definizione è dell’allora Ministro francese delle Finanze Valery Giscard d’Estaing) rappresentato dal possesso della moneta dominante, il dollaro, utilizzata nelle transazioni commerciali, per denominare i prezzi delle materie prime e come principale riserva in valuta delle banche centrali.

L'autore

Mario Del Pero (1970), originario di Cavalese, è professore ordinario di Storia Internazionale e Storia degli Stati Uniti all'Institut d’études politiques - Sciences Po di Parigi, dove insegna storia globale e storia della politica estera statunitense. È l’autore, fra gli altri libri, di Buio Americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump (Il Mulino, 2025).  Da settembre 2026 sarà titolare della Kissinger Chair della Biblioteca del Congresso, una cattedra annuale dedicata allo svolgimento di attività di ricerca in materia di politica estera e affari internazionali.

SALTO / Mauro Podini

Consenso e coercizione

La potenza non è però sufficiente per rendere egemonico il soggetto superiore. Indispensabili sono anche la sua capacità e disponibilità a fornire fondamentali “beni pubblici” e a esercitare il proprio primato in forma negoziata e il più possibile consensuale e dialogica. 

Gli Stati Uniti hanno a lungo eccelso in entrambi gli ambiti. 

Anche grazie al loro primato militare hanno garantito l’accesso ai commons, le aree – quelle marittime, fondamentali al commercio, su tutte – che non ricadono sotto la specifica giurisdizione di un qualche attore statuale e che debbono rimanere aperte per garantire scambi e integrazione. Sono stati per gran parte del mondo i fornitori primari di sicurezza. Hanno offerto – con il dollaro e i vari servizi d’intermediazione finanziaria – gli strumenti necessari alle transazioni economiche. 

 

Gli Usa hanno contribuito in modo decisivo alla costruzione ed espansione di una governance fondata sul dialogo multilaterale.

 

Col tempo, e non senza resistenze, hanno aperto il loro mercato alle merci di gran parte del mondo, facendo dei loro consumi il principale volano della crescita globale. Hanno contribuito in modo decisivo alla costruzione ed espansione di un’architettura di governance fondata sul dialogo multilaterale, le istituzioni e il diritto, permettendo quella che a lungo è apparsa come un’inarrestabile normazione delle relazioni internazionali.

Valentina Stecchi

E hanno fatto tutto ciò attraverso un mix di consenso e coercizione, imponendo le posizioni talora con la forza ovvero accettando dialogo e compromessi con soggetti minori e dipendenti, ma non privi di leve negoziali e margini di manovra. Costruendo una rete globale di alleanze fondate spesso su espliciti scambi, pur in un rapporto strutturalmente sbilanciato e asimmetrico. 

Qualcosa di molto visibile, ad esempio, nelle relazioni transatlantiche e nella NATO e in una controversia - quella del burden-sharing, della distribuzione degli oneri della difesa comune – che ne ha segnato e scandito la storia. Dentro l’Alleanza, gli Usa si assumevano gran parte dei costi della difesa: erano fornitori quasi unilaterali di sicurezza, permettendo così ai propri alleati di mantenere bassa una spesa militare impopolare presso i loro elettori e che sottraeva risorse alla loro spesa pubblica e ai loro generosi sistemi di welfare. In cambio, però, gli alleati europei accettavano una significativa limitazione della loro sovranità e riconoscevano agli Usa numerosi privilegi, a partire da quelli extraterritoriali del loro personale militare, codificati in vari accordi bilaterali. 

I cortocircuiti

Era, quella statunitense, una forma di egemonia e non di semplice e crudo dominio. Che generava però una serie di cortocircuiti fattisi più visibili al crescere delle dinamiche di integrazione globale degli ultimi decenni. L’egemonia americana contribuiva all’estendersi e approfondirsi di forme d’interdipendenza destinate a definite la nostra contemporaneità, e per molti aspetti al contempo ne beneficiava, in una sorta di spirale all’apparenza virtuosa per gli interessi di Washington. 

 

Una “interdipendenza per la sopravvivenza, secondo Kissinger.

 

Queste interdipendenze erano visibili in tutti gli ambiti in cui si espletava l’egemonia statunitense. In quello della sicurezza, ad esempio, dove le armi nucleari creavano un paradosso tanto radicale quanto ineludibile: la costruzione di un sistema in virtù del quale l’assenza di guerra dipendeva dalla disponibilità di tutti, Usa inclusi, ad accettare una piena vulnerabilità a un devastante attacco atomico. 

Era, avrebbe dichiarato nel 1972 l’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger, una ”interdipendenza per la sopravvivenza" quella venutasi a determinare. Una condizione che comportava anche per la potenza superiore dell’ordine globale, anche per l’egemone, una significativa limitazione di sovranità.

Il crollo della manifattura Usa

Mutua dipendenza e limitazione conseguente di sovranità, queste, visibili sia pure in forma meno drammatica anche in altri ambiti. Nella costruzione di complesse catene di valore, supply chains, transnazionali di cui beneficiavano sia importanti gruppi imprenditoriali americani che, delocalizzando la produzione, riducevano costi, accrescevano la produttività e massimizzavano i profitti, sia consumatori che vedevano aumentato il loro potere di acquisto. 

I consumi privati come percentuale del Pil sarebbero cresciuti di quasi dieci punti percentuali, dal 60 al 70%, tra gli anni Settanta e i primi anni Duemila, grazie al combinato disposto di credito facile e importazioni. Beni finiti o intermedi, in un processo produttivo che si completava negli Usa, avrebbero letteralmente invaso il mercato statunitense. Alimentando però deficit crescenti e concorrendo all’aumento dell’indebitamento pubblico e privato.

 

Consumando sempre di più, gli Usa trainavano la crescita globale; il resto del mondo sussidiava gli Stati Uniti.

 

Questo generava una terza interdipendenza, anch’essa accentuatasi dopo gli anni Settanta, quando l’integrazione globale, la “globalizzazione”, conobbe una drastica accelerata. La crescita del debito americano - come percentuale del PIL sarebbe passato dal 30 al 90% tra il 1980 e il 2010 – era permesso anche dalla crescente disponibilità d’investitori istituzionali stranieri, Cina e Giappone su tutti, a farsene carico. 

La percentuale di tale debito in mani non statunitensi sarebbe passata dal 4% al 35% del PIL, e da circa il 5 al 25% del debito totale, nello stesso periodo. Consumando sempre di più, gli Usa trainavano la crescita globale; il resto del mondo, a partire dalle economie che molto esportavano negli Usa, sussidiava gli Stati Uniti, accumulando dollari e titoli del Tesoro americano. 

Il tutto in un contesto nel quale l’economia statunitense vedeva un crollo del settore manifatturiero – il cui numero di occupati praticamente si dimezzava tra gli anni Settanta e la grande crisi del 2008 – e la transizione a un’economia di servizi, iper-avanzati in alcuni casi (si pensi solo alla finanza e alla new economy della Silicon Valley) o a bassa qualifica e retribuzione in altri (la ristorazione, l’assistenza alle persone, le pulizie). 

Lars Klauser

I tanti paradossi

Gli Usa beneficiavano di questi processi, e in larga parte li guidavano, ma vedevano anche la loro sovranità erosa dal reticolo sempre più profonde d’interdipendenze che definivano l’ordine internazionale contemporaneo. Alcune parti degli Stati Uniti – in particolare nel Sud e nell’Ovest – si contraddistinguevano per la loro impetuosa crescita economica e demografica: città come Charlotte (North Carolina), Austin (Texas) o Phoenix (Arizona) erano caratterizzate da un impressionante aumento della loro popolazione e della loro superficie metropolitana. Il vecchio cuore industriale del Midwest – ribattezzato Rustbelt, “cintura della ruggine”, per lo stato di abbandono di molte sue fabbriche e città – ne fu invece devastato. 

 

Una devastazione simboleggiata da tante vecchie città manifatturiere

 

Una devastazione, questa, simboleggiata da tante vecchie città manifatturiere come Detroit (Michigan), Buffalo (New York) o Gary (Indiana) che negli stessi anni videro la loro popolazione più che dimezzata e una crisi di bilancio dagli effetti tragici sulla loro capacità di continuare a offrire servizi essenziali. Il tutto avveniva in un contesto in cui questa inesorabile integrazione globale si accompagnava sul piano interno con il rilancio di una retorica eccezionalista e nazionalista, tesa a magnificare l’unicità e l’impareggiabile grandezza degli Stati Uniti. Un paradosso anche questo, in fondo, ché questo eccezionalismo strideva con le plurime dipendenze e, appunto, l’erosione di sovranità che esse producevano anche per la potenza superiore del sistema internazionale.

La reazione nazionalista

Era, questo, un sistema fragile e contraddittorio, destinato a implodere con la grande crisi del 2008. Che espose molti dei paradossi della globalizzazione contemporanea, e che affondò una narrazione benevola dei processi d’integrazione e la sua retorica cosmopolita e internazionalista. Mostrò, quella crisi, come nella globalizzazione vi fossero vincitori e vinti, su scala mondiale e all’interno degli stessi Stati Uniti. Fece saltare un meccanismo negli Usa, quello dei consumi a debito, che era stato centrale sia per la crescita globale sia per permettere a milioni di americani di fronteggiare gli effetti negativi della globalizzazione. E alimentò una reazione nazionalista, rabbiosa e talora scopertamente razzista su cui avrebbe poi costruito le sue fortune politiche Donald Trump.

 

È, quella trumpiana, una politica estera dai tratti scopertamente imperialisti e sovranisti.

 

Che da un lato ha cercato (e sta cercando) di emancipare gli Usa dalle costrizioni dell’interdipendenza – securitarie, economiche, finanziarie – per realizzare la promessa di recuperare spazi di sovranità perduti. E dall’altro, prova a usare tali interdipendenze per piegare ai suoi diktat interlocutori strutturalmente più deboli (in questa chiave, più che in una strettamente commerciale, deve essere ad esempio letto il suo utilizzo dei dazi).

È, quella trumpiana, una politica estera dai tratti scopertamente imperialisti e sovranisti. A cui si aggiungono i codici di un suprematismo occidentalista centrale nei discorsi del Presidente e nei principali documenti sulla sicurezza nazionale, e le pratiche di un patrimonialismo funzionale alla promozione di alcuni specifici interessi privati, inclusi quelli di Trump e della sua famiglia.

I dazi: Utilizzati per piegare ai suoi diktat interlocutori strutturalmente più deboli Ansa

La natura non-egemonica del trumpismo

Sulla praticità di questa politica è lecito nutrire più di dubbio. Il dato evidente, però, è la sua natura esplicitamente non-egemonica. Trump sembra puntare al dominio nudo e crudo, e non all’egemonia. Persi sono il dialogo, i compromessi, le concessioni: quelle pratiche finalizzate a una leadership esercitata e costruita anche attraverso il consenso, e non solo la coercizione. I “beni pubblici” che l’egemone deve garantire – a partire dall’utilizzo dei commons o dall’accesso al mercato statunitense – sono ora messi in discussione o soggetti a precise condizionalità. 

 

I nuovi progetti sono incompatibili con quella che è stata l’egemonia efficace, e per molti aspetti senza precedenti nella storia, della potenza statunitense. 

 

Lo vediamo bene nelle relazioni transatlantiche, dove i dazi, e quindi la possibilità di continuare a esportare negli Usa, servono non solo e tanto a ridurre il deficit commerciale quanto piuttosto a costringere l’Unione Europea ad abbandonare i suoi piani di regolamentare l’attività dei giganti digitali statunitensi e i paesi Nato a spendere di più in difesa, acquistando tecnologia americana. 

E lo vediamo nel deliberato affossamento di quel che resta dell’architettura della governanceglobale, con istituzioni internazionali – dalle Nazioni Unite alla World Trade Organization (organizzazione mondiale per il commercio – ormai del tutto marginalizzate, il multilateralismo esplicitamente rigettato e progetti come il Board of Peace che ambiscono a riproporre schemi gerarchici e neoimperiali di gestione dell’ordine mondiale. Brutali e magari pure efficaci in alcuni ambiti, e sul breve periodo, ma sostanzialmente incompatibili con quella che è stata fino poco tempo fa l’egemonia efficace, e per molti aspetti senza precedenti nella storia, della potenza statunitense. 

SALTO ha intervistato Mario Del Pero a dicembre 2025, in occasione di una presentazione del suo libro Buio Americano a Bolzano
Mauro Podini

Un contributo dall’ultimo numero della rivista Kulturelemente.