Dentro il Cubo: l’arte dell’invisibile
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Abbonati ora a S+Come possono arte e musei raccontare una realtà che, per sua natura, tende - e soprattutto vuole - a sottrarsi allo sguardo? È la domanda da cui prende avvio il nuovo progetto di Museion, realizzato in collaborazione con l’associazione La Strada – Der Weg, che fino al 16 agosto trasforma il Piccolo Museion – Cubo Garutti, in via Sassari 17b, in uno spazio dedicato al tema del ritiro sociale giovanile.
Uno degli argomenti più urgenti e discussi a livello globale, quando si parla di disagio giovanile, è quello degli hikikomori. Se ne parla molto e in tanti si pronunciano e sembra una scelta di vita impensabile, in un mondo che corre a velocità sempre più elevate e che considera la socializzazione uno dei capisaldi dello sviluppo personale e, soprattutto, del successo lavorativo. E probabilmente è impensabile. Più interessante però, è sospendere il giudizio e lasciare la parola a chi il ritiro sociale lo vive sulla propria pelle, sia come scelta consapevole, quasi in opposizione alle continue sollecitazioni iper-stimolanti del mondo contemporaneo, sia come conseguenza di un disagio personale maturato negli anni.
Partendo proprio dal concetto di ritiro sociale e hikikomori prende forma Dentro il Cubo.
Il progetto nasce dall’incontro tra arte contemporanea, lavoro sociale e pratiche partecipative. In mostra si vedono le produzioni realizzate dalle ragazze e dai ragazzi coinvolti nel progetto “Invisibili” durante un percorso di arteterapia condotto da Rita Mentzel. Immagini che raccontano ansia, paura del confronto, isolamento, ma anche desiderio di relazione e ricerca di un linguaggio capace di dare forma a emozioni difficili da esprimere.
Il Piccolo Museion – Cubo Garutti, opera dell’artista Alberto Garutti concepita come una sorta di dépendance del museo nello spazio pubblico, diventa così il luogo ideale per portare all’esterno esperienze che normalmente rimangono nascoste tra le mura di casa. Una collaborazione nata e cresciuta nel tempo fino a tradursi in un progetto condiviso che avrà un secondo capitolo alla fine di agosto, quando l’artista Martina Melilli presenterà un lavoro nato dal dialogo con i giovani partecipanti.
“Come Museion teniamo molto a questo progetto perché crediamo che l’arte debba essere parte attiva della società e incontrare il territorio”, è stato sottolineato durante l’inaugurazione. Un’affermazione che sintetizza il senso dell’iniziativa, ossia fare del museo non soltanto uno spazio espositivo, ma anche un luogo di ascolto e di scoperta.
Per Alberto Malfatti, psicologo e psicoterapeuta, referente del progetto “Invisibili” dell’associazione La Strada – Der Weg, il valore dell’esposizione sta proprio nell’aver affidato la parola ai protagonisti. Dopo anni di campagne di sensibilizzazione sul tema dell’isolamento e della solitudine giovanile, questa volta sono stati i ragazzi a raccontarsi direttamente attraverso le immagini.
Il punto di partenza era l’ansia - spesso una delle cause scatenanti del ritiro sociale - la paura del giudizio, del confronto e dell’incontro con l’altro,. Da questa consegna sono nate opere provenienti non solo dall’Alto Adige, ma anche da Firenze, Rimini e Piemonte, testimonianze di un fenomeno diffuso ben oltre i confini del territorio. Accanto ai lavori, alcuni testi elaborati dall’équipe psicologica del progetto aiutano il visitatore a entrare nei significati evocati dalle immagini, offrendo spunti di riflessione anche a chi vive esperienze simili.
Il percorso creativo non è stato, ovviamente, privo di difficoltà. Molti partecipanti erano convinti di non saper disegnare o di non avere nulla da raccontare; altri hanno faticato persino a raggiungere fisicamente il laboratorio. Eppure, proprio da queste esitazioni sono nate immagini capaci di restituire emozioni complesse senza rinunciare al colore e alla forza espressiva.
Non le abbiamo percepite come opere pesanti. Anche visivamente… sono molto colorate.Trasmettono emozioni che nascono dall’ansia, ma parlano anche di apertura e speranza.
Un’impressione condivisa anche dall’equipe del Museion, che racconta di aver scoperto, osservando i lavori, come il filo conduttore non fosse soltanto l’ansia. Nelle opere emerge infatti una sorprendente varietà di sentimenti, una sorta di “arcobaleno” emotivo che lascia intravedere il desiderio di mantenere un dialogo con il mondo.
Non a caso il secondo capitolo del progetto porterà il titolo Come se, espressione emersa più volte nelle conversazioni tra Martina Melilli e i giovani coinvolti. “È come se…” era la formula con cui cercavano di descrivere ciò che provavano. Il loro esporsi diventa così un modo di raccontarsi che apre a possibilità di interpretazione e comprensione, ribaltando l’immagine stereotipata del ritiro sociale come esperienza esclusivamente di chiusura.
Dentro il Cubo invita a cambiare prospettiva e a farsi due passi nelle scarpe degli hikikomori. A guardare il ritiro sociale non solo come una condizione da osservare dall’esterno, ma come un’esperienza che nell’arte trova un agognato spazio di ascolto, comprensione e scambio con l’esterno.
La mostra sarà visitabile gratuitamente al Cubo Garutti in via Sassari 17b, fino al 16 agosto.
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