Voce del verbo umano
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Abbonati ora a S+Grazie per l’invito a parlare della poesia di Roberta Dapunt in questa felice circostanza. Dopodiché due avvisi. Il primo: la mia volontà di non adottare nelle parole che dirò la presunzione accademica che tanto spesso – invece di chiarire – oscura la bellezza dell’opera. Il secondo di evitare quanto spesso accade: parlare di sé più che della poesia che viene qui premiata. Un rischio, questo, che temo bene perché il primo pensiero che ho pensato quando sono stato invitato è andato alla sorpresa che provai quanto ebbi per la prima volta tra le mani l’esordio einaudiano di Roberta, quando lessi La terra più del paradiso.
Contro tanta poesia in cerca di lettori specializzati, la poesia di Roberta mi è sembrata immediatamente toccare i vertici di una forza e di un’innocenza spontanee. Una “semplicità”, tuttavia (c’è anche un testo rivolto alla madre, che s’intitola Poesia semplice), che veniva da una dura macerazione, da un vero e proprio percorso di spoliazione.L’emozione che provai a quella lettura si tradusse in una recensione convinta che ne feci su “Tuttolibri” e che mi capitò di ripetere al secondo libro.
Ecco, non insisterò su questo. E anche non parlerò a lungo, convinto come sono che sarebbe pur l’ora che qualcuno si dedicasse alla poesia di Roberta con più estesa misura monografica, cosa che in altri tempi avrei forse potuto tentare e che oggi non ho più l’energia per affrontare. Et de hoc satis.
Venendo al merito, cercherò di tracciare un breve profilo dei libri fondamentali di Roberta. Da La terra più del paradiso a Il verbo di fronte nel mondo poetico di Roberta c’è una continuità di interrogazioni che si ripropongono in modalità diverse, ma costantemente protese al segreto che le anima. Tra la concretezza delle cose certe e la sacralità che le attraversa, è la voce essenziale della poesia – espressa in versi diversamente concepiti, spesso lunghi e a tratti prosastici ma mai dimessi – ad affermare una presenza perplessa, una chiamata cui Roberta s’affida senza presumere mai.
Se La terra più del paradiso è il libro della “riservatezza rurale”, dell'“umile gioia dei giorni”, delle stagioni (molto l’inverno e il suo silenzio) che attraversano il cuore, dell’esemplare ruminìo delle mucche che si estende all’uomo, delle confessioni di una fede manchevole, delle orazioni disarmate, delle presenze angeliche degli umili, degli ultimi, degli animali (un’emblematica gallina che “ha da finire di morire”).
Se La terra più del paradiso è questo, Le beatitudini della malattia è il libro di “Uma”, il libro dell’Alzheimer. Badando bene a non cadere nell’equivoco di una testimonianza privata, ma alla volontà di innalzare una materia così ardua alla sua universale significazione.
Un’inquietudine se non nuova, più cogente, più assillante, forse persino più spietata o almeno impietosa
Momenti, posture, gesti, silenzi, tentativi di assedio, di snidare la più segreta e insondabile illusione (“dal tuo dove lontano mi stai accanto”). Una dissonanza che si gioca tra l’infinita catena dei polisindeti (le “e” che tutto congiungono, a volte in un andamento a strappi), e gli “eppure” che dicono tutta la resistenza di un altro dire, di un altro indicare; ossia dei “nonostante tutto” che rivelano l’ossessione di una resistenza, di un compenso per altro impossibile, di una inadeguatezza senza condono.
Dopodiché non dirò che ci sia una cesura (troppi i rimandi a luoghi emblematici, i riferimenti ad alcune immagini-tipo, la finestra per tutte), ma c’è un’inquietudine se non nuova, più cogente, più assillante, forse persino più spietata o almeno impietosa. In cui corpo e segno la fanno da padroni. Perché Sincope mostra tutti gli assilli di una riflessione che coinvolge la poetica, la lingua, i linguaggi, il verso. Sintomatica l’adozione di un verso più lungo, la confessione delle “troppe parole”, le “sconnesse abitudini le paranoie”, dove si aprono tuttavia squarci di assoluta bellezza (non so dirlo altrimenti), ma vorrei almeno spigolare la poesia dedicata a Lois, il compagno-artista, che nelle mie perdute intenzioni di allestire un’antologia poetica dell’amore coniugale avrei certamente raccolto.
“Il suo è un canto dove ragione ed etica si elevano”
Motivazione Premio Montale a Roberta Dapunt
C’è in Roberta Dapunt una coincidenza tra la sua poetica e la sua vita, in un dialogo serrato che sempre si rinnova e sempre più va nel profondo. I versi trovano la loro sorgente negli spazi e nel tempo dell’esistenza: la natura, il maso, il proprio sguardo, lo sguardo altrui, il corpo, il dolore, la guerra… In questo nostro tempo dove la dignità dell’umano sembra ignorata e i valori morali sono spesso sbeffeggiati, il suo è un canto dove ragione ed etica si elevano, nel segno della testimonianza, spoglia di ogni retorica.
Dapunt è profondamente presente al presente, e proprio per questa ragione, per questo suo essere essenziale e radicale, la sua poetica supera il tempo ed è destinata a durare.
La centralità del corpo – con il suo vigore e la sua bellezza, ma anche con il limite, lamalattia, il decadimento – dà espressione alla forza della realtà, che spesso può sembrare quasi un nulla, eppure è infinitamente più grande e vera rispetto a qualsiasi universo,o prigione, virtuale. Nessuna mitizzazione, ma la certezza di una materia che è anche respiro dello spirito. Rispetto a una globalizzazione nemica delle differenze, anche la scelta di esprimersi nella lingua madre, il ladino, non è soltanto una vocazione espressiva o identitaria, ma costituisce il nucleo stesso della sua ricerca poetica, di una parola tesa solo all’essenziale, alla percezione primaria del reale. Idioma minoritario della Val Badia, il ladino assume nella sua opera una funzione originaria: è lingua della terra, del corpo, della memoria. L’essenzialità linguistica si apre a una dimensione sacrale.
Il lessico asciutto e antiretorico è il ventre fecondo per accogliere e generare immagini bibliche, la liturgia del Creato, i vasti orizzonti dell’umano.
E nel suo farsi prossimo alle cose, alla natura, all’uomo e all’Oltre, Dapunt ci offre il suo universo come un abbraccio, un abbraccio in un luogo e in un tempo che non possiamo non sentire come profondamente nostro.
Infine – ma, beninteso, non ancora l’enfin! – Il verbo di fronte: il libro di massima apertura al dolore del mondo, alla contraddittoria ragione delle azioni umane, alla loro vicenda così spesso incresciosa, al loro tempo irredento ma sempre e così tanto bisognoso di redenzione.
Dei tre mondi di cui una volta ho parlato per dire di Roberta (il mondo delle cose certe, il mondo dell’invisibile, del segreto, dell’incertezza, dell’imprevedibile e dell’imprevisto, dell'impromptu, che coinvolge il fuori e il dentro, e il mondo della poesia, il mondo della parola, il mondo che dà voce agli altri due mondi), il mondo della poesia è il naturale sbocco degli altri due, immerso, tuttavia, nei suoi fatidici silenzi.
I silenzi – più che il silenzio – come lei vuole –, quelli di cui parla il film di Antonio Dalla Palma e Pier Paolo Giarolo, e le musiche di Marcello Fera, Esilio in Corpus Domini. I silenzi che tanto mi fanno pensare agli haiku di un poeta portoghese, arcivescovo e cardinale, José Tolentino Mendonça, e al suo libro Il papavero e il monaco: “Quello che a parole ci è nascosto/ nel silenzio crepita/ più intimo”.
Non solo viene “da”, ma con la sua poesia ci porta molto – molto – lontano.
Ho parlato anche troppo e sono forse venuto meno alle mie intenzioni, ma vorrei chiudere ribadendo un dato. Nella poesia di Roberta c’è un’evoluzione marcata (mai uguale, di libro in libro), ma ad un tempo c’è un filo di continuità che non si spezza. Il che non costituisce contraddizione. Almeno tre i legami, a me più evidenti: le figure di un mondo circoscritto che non mancano mai; la durevole perplessità del dire, che confessa un’impotenza; e infine la riflessione costante sul mezzo. “Lo smarrito parlare”, che lei dice di sé.
Roberta, poeta di Ciaminades, ama Ciaminades alla follia, ma perché viene da molto lontano.
Mai – e chiudo davvero – la poesia di Roberta s’è concessa e si concede a fraseggi decorativi. Sempre in lei, invece, l’incertezza e persino il patimento di una condizione difettiva, di un “manque” di cui la sua poesia ha sempre risalito la corrente. Potrei chiudere dicendo che Roberta, poeta di Ciaminades, ama Ciaminades alla follia, ma perché viene da molto lontano. Così sosteneva Pavese per sé quando parlava di Santo Stefano Belbo, così dico di lei che non solo viene “da”, ma con la sua poesia ci porta molto – molto – lontano.
Le lettrici e i lettori di SALTO possono leggere le interruzioni poetiche di Roberta Dapunt nella sua “rubrica claudicante” Ossam.
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