Eredità delle scritte
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Abbonati ora a S+Chi vuole troverà sempre da litigare sui monumenti celebrativi del fascismo a Bolzano. Gli uni propongono di abbatterli, gli altri ne pretendono l’intoccabilità in nome del “nostro passato”, entrambi sperando di cavare capitale politico.
Nonostante ciò, è da prendere atto con soddisfazione che quelle polemiche hanno perso molto del loro mordente. Il merito è del lavoro di storicizzazione compiuto dagli studiosi: con una serie di interventi al Monumento alla Vittoria e al bassorilievo sulla ex Casa del Fascio, oggi sede degli Uffici finanziari, si è tolta loro l’aura di sacralità, si è spiegata la loro origine e il loro messaggio, si è chiarito che la società di oggi si distanzia dai presunti valori che quei monumenti esprimevano. Essi fanno parte del nostro passato, questo è un fatto e va riconosciuto; ma non fanno certo parte del nostro patrimonio culturale. Almeno si spera.
“Non si tratta di abbattere o rimuovere, ma di contestualizzare e spiegare.”
Il Tribunale non è stato toccato da questo lavoro di revisione, sebbene sarebbe anche qui opportuno un inquadramento storico. Si presenta come un tempio, con la sua scalinata, le colonne, le porte esagerate; insieme alla ex Casa del Fascio costituisce una scenografia esteticamente notevole, anche se dal tono autoritario. Evidentemente dobbiamo sentirci piccoli al cospetto della Legge e di chi comanda. Come è stato fatto per il monumento e il bassorilievo, non si tratta di abbattere o rimuovere, ma di contestualizzare e spiegare. Specialmente quella scritta roboante sul frontale del tribunale, sopravvissuta al crollo, probabilmente grazie alla granitica compattezza dei suoi ablativi: “Pro italico imperio virtute iustitia hierarchia unguibus et rostris” (Per l’impero italiano, con virtù, giustizia, gerarchia, con le unghie e con gli artigli).
Nella risistemazione dell’edificio, qualunque essa sarà, bisognerà trovare il modo di rendere chiaro che la giustizia come la concepiamo oggi non deve servire alcun impero e non si amministra con le unghie e coi denti, ma secondo le procedure. All’inaugurazione dell’edificio, nel 1956, c’erano il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e il Ministro di Grazia e Giustizia Aldo Moro: perché si ritenne di lasciar lì quella professione di fede imperiale, mentre già da dieci anni l’Italia era una repubblica? Da aggiungere che la cerimonia del taglio del nastro avvenne sotto gli occhi del Duce a cavallo raffigurato nel bassorilievo di Piffrader di fronte al tribunale.
Il latino del tribunale e del Monumento alla Vittoria “Hic patriae fines siste signa hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus” (Qui sono i confini della patria; pianta le insegne; da qui abbiamo civilizzato gli altri con la lingua, con le leggi, con le arti) è un latino posticcio, nel senso che non si tratta di citazioni antiche. Stranamente però esse sono sopravvissute alla fine della loro epoca, mentre altre, attinte dalla letteratura latina, sono state rimosse.
“Quegli esempi impareggiabili di retorica di regime ci permettono di misurare bene la distanza tra le promesse di grandezza e la sorte che poi ci è toccata.”
È capitato al poeta Orazio, e a ben pensarci non si capisce bene il perché. È una citazione dal suo Carmen saeculare, un inno alla grandezza di Roma scritto su incarico di Augusto. Se ne vedono i resti sulla facciata dell’edificio di piazza Vittoria all’imbocco di via Orazio.
“Alme sol curru nitido diem qui promis et celas alisque et idem nasceris possis nihil urbe Roma visere maius” (O Sole che dai la vita, che con il carro lucente mostri e celi il giorno, e che vecchio e nuovo risorgi, possa tu mai vedere nulla più grande della città di Roma).
Che dire? Un’iperbole, ma col suo fascino, visto che il mito di Roma città eterna ancora sopravvive. E poi non vi si parla di dominio o di forza militare. Fatto sta che questa scritta la si è smantellata, mentre si è mantenuta quella sulla facciata del palazzo gemello, all’imbocco di via Reginaldo Giuliani, ancora oggi ben leggibile e dai toni bellicisti. La citazione da Virgilio piaceva molto ai governanti dell’epoca, e infatti la si ritrova in molte altre città italiane su edifici pubblici del Ventennio. È tratta dall’Eneide, libro VI, dove Enea ascolta la profezia del padre Anchise sulla grandezza e il destino di Roma: profezia ex post, va chiarito, scritta da chi sa già come sono andate le cose.
“Tu regere imperio populos, romane, memento! Hae tibi erunt artes pacisque imponere morem, parcere subjectis et debellare superbos.”
(Tu, romano, ricorda di dominare i popoli con il potere! Queste saranno le tue arti: imporre l’usanza della pace, risparmiare i vinti e debellare i superbi).
A me piace ricordare che in quel passo Virgilio polemizza con il filosofo Lucrezio, rovesciandone il pensiero. Il confronto è interessante perché mostra che la cultura romana non era fatta solo di archi di trionfo, generali vittoriosi e legioni valorose, come nel Ventennio veniva presentata. Nel V libro del De rerum natura Lucrezio traccia una storia della società umana e della sua evoluzione per arrivare a scrivere, nientemeno, che un “tranquillo obbedire” (“parere quietum”) è assai meglio dell’ansia di avere il potere e di reggere il regno (“...satius multo iam sit parere quietum, quam regere imperio res velle et regna tenere”).
Ora, il grande Lucrezio era un filosofo, che ragionava sulla natura delle cose e considerava il potere causa di sicura rovina. Da buon epicureo disdegnava la ricerca della fama, degli onori, della tanto ambita visibilità. Raccomandava una vita riservata, frugale, lontana dagli eccessi: condotta inservibile per la retorica fascista. Ben diverso il Virgilio dell’Eneide, i cui versi erano popolarissimi già in epoca augustea. Virgilio conosceva bene l’opera di Lucrezio, tanto da riprendere la locuzione “regere imperio” (reggere con il potere, dominare), arrivando però a conclusioni opposte. Considerava la guerra come lo strumento indispensabile per imporre la sovranità e dunque la giustificava e raccomandava, pur conoscendone gli orrori, perché era necessaria alla grandezza di Roma. Nell’Eneide Virgilio non indaga la natura delle cose, ma celebra l’Urbe e il suo imperatore Augusto, l’uomo inviato dal destino, che ha posto fine alle guerre civili per diventare artefice di un “imperium sine fine”. Nientemeno.
Io credo sia un bene che quei versi stiano lì, e anzi sarebbe stato il caso di ripristinare anche quelli di Orazio. Quegli esempi impareggiabili di retorica di regime ci permettono di misurare bene la distanza tra le promesse di grandezza e la sorte che poi ci è toccata. E chissà, forse possiamo trarne un insegnamento utile anche per i nostri giorni.
Dare alle scritte l…
Dare alle scritte l`interpretazione e il significato, come l`autore suggerisce, e` cosa buona e giusta. Tuttavia ce ne e`ancora chi si identifica con il messaggio originale.
Solo per correttezza, …
Solo per correttezza, „rostrum“ non significa artiglio, ma becco, per cui la traduzione sarebbe con le „unghia e con i becchi“ o, adattando la frase al modo di dire contemporaneo, piuttosto „con le unghia e i denti“.
Per il resto sono assolutamente d’accordo che le prove storiche di manie di grandezza finite male, siano un ottimo monito se opportunamente contestualizzate.
„hinc ceteros excoluimus…
„hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus“
(da qui abbiamo civilizzato gli altri con la lingua, con le leggi, con le arti)
Analfabetismusrate in Italien 1914: 38% (Quelle: ISTAT)
Analbetismusrate in Tirol 1914: 2,4 % (Quelle: Fondazione Bruno Kessler)
Ich denke, jeder weitere Kommentar zu dieser immer noch beleidigenden Inschrift erübrigt sich daraus!
In risposta a „hinc ceteros excoluimus… di Sigmund Kripp
Ich finde mit der Inschrift…
Ich finde mit der Inschrift beleidigten sich diejenigen, die sie anbringen ließen, selbst.
Dummheit und Stolz wachsen nämlich häufig auf demselben Holz.
Oder, um Schopenhauer zu bemühen, „Jeder erbärmliche Tropf, der nichts in der Welt hat, darauf er stolz sein könnte, ergreift das letzte Mittel, auf die Nation, der er gerade angehört, stolz zu sein. Hieran erholt er sich und ist nun dankbarlich bereit, alle Fehler und Torheiten, die ihr eigen sind, mit Händen und Füßen zu verteidigen“.