Politica | La guerra in Iran

Iran svelato

Dallo Stretto di Hormuz ai siti archeologici patrimonio UNESCO, la bolzanina Luciana Perini racconta trent'anni di viaggi in Iran, dall'immensa ricchezza culturale all'eleganza e raffinatezza della sua gente. Con la speranza che i bombardamenti cessino presto.
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Foto: Luciana Perini
  • SALTO: Lo Stretto di Hormuz è oggi sinonimo di tensioni e crisi globali: nel nostro immaginario evoca petroliere, bombardamenti e le minacce incoerenti  e terrificanti di Donald Trump. Lei, inceve, l’ha visitato in altri tempi: quali ricordi di paesaggi e vita quotidiana le tornano in mente?

    Luciana Perini: La regione di Hormuz è un luogo estremamente affascinante, anche per un Paese che vanta un patrimonio storico e naturale così ricco come l’Iran. La costa è davvero particolare: ci sono delle scogliere di terra rossa ricche di ossido di ferro che fanno assumere al mare un colore rosso sangue (vedere galleria fotografica qui sotto). Ci sono anche delle rocce multicolori bellissime e ci si inoltra in piccole vallate di sale e terre colorate. I luoghi da visitare sono pochi, ricordo solo i resti di un forte portoghese, ma è la natura a essere spettacolare, anche dal punto di vista della biodiversità: ci sono tartarughe e delfini.

    È una meta di turismo soprattutto locale, tra l’altro con un’atmosfera molto rilassata rispetto al resto del Paese. Ci sono stata nel dicembre del 2019, sull’isoletta di Hormuz eravamo gli unici turisti stranieri. Appena scesi dal traghetto che ci aveva portati sull’isola, le donne più giovani si sono tolte subito il velo, ballavano per strada e c’era musica ovunque. 

    Ho visitato anche la meravigliosa isola di Qeshm, dove non ci sono scogliere così colorate ma canyon scavati dall’aria (vedere la galleria) e fitte mangrovie sulla costa che sono visitabili con dei barchini. Eravamo in un alberghetto molto carino, di fronte al quale sorgeva un grattacielo di appartamenti per il turismo locale, e parchi giochi per i bambini… Nel resto dell’isola ci sono soprattutto molti villaggi poveri, di pescatori. Non hanno acqua e ci sono molti impianti di desalinizzazione, alcuni dei quali sono stati appena colpiti. Dall’altra parte dello Stretto si vedono l’Oman e Dubai. Molti amici iraniani pensano che, con una situazione politica diversa anche per l’Iran, probabilmente il destino economico sarebbe diverso, anzi migliore dei dirimpettai. 

    E tutto questo mentre di lì transita almeno il 20 per cento del petrolio mondiale… 

    Sì, si vedevano passare moltissime petroliere … Un po‘ più a nord c’è l’isola di Kargh, quella che Trump ha minacciato di prendersi, è uno dei più grandi terminal petroliferi del mondo, ed è vietata ai visitatori. Ma c‘è anche un’isola solo per turisti, Kish, che è anche tax free. Gli iraniani quando vogliono fare un po’ di vacanza al mare vanno lì oppure sul Mar Caspio.

  • Il suo primo viaggio in Iran risale a trent’anni fa. Quali furono le sue prime impressioni di quel paese? 

    Un amico mi aveva chiesto di accompagnarlo per visitare dei siti archeologici da inserire nei programmi di viaggio per gruppi di turisti italiani che erano pochi, ma esistevano. Era il 1996. Sono arrivata in un Paese il cui colore dominante era il nero: per le strade non c’erano cartelloni pubblicitari, tutte le donne indossavano il chador, e ovunque si vedevano solo fotografie della guerra Iran-Iraq e immagini dell’ayatollah Khomeini. Nonostante ciò, l’Iran mi ha colpito subito per la sua straordinaria ricchezza culturale e per l’eleganza e la raffinatezza innata degli iraniani. E per il loro calore: anche in quel periodo così difficile, ci invitavano subito, nelle loro case, senza conoscerci, per mangiare o bere il tè – e questa gentilezza è rimasta invariata negli anni. 

    Al ritorno da quel primo viaggio mi sono messa a studiare l’archeologia e la storia dell’Iran e quasi subito mi hanno chiesto di accompagnare gruppi di italiani nel Paese. In tutto ho fatto 25 viaggi tra il 1996 e il 2020, quando il COVID ha bloccato tutto. Nel 2022, quando si poteva ricominciare a viaggiare, la Farnesina inserì l’Iran nella lista dei paesi a rischio a causa della repressione contro il movimento Donna, vita, libertà, con la conseguente mancanza di copertura assicurativa, rendendo impossibile andarci. Ma finché ho potuto ci sono sempre tornata. L’ho visitato quasi tutto, dallo stretto di Hormuz ai deserti - mi manca solo la costa del Mar Caspio. E ci ho lasciato il cuore.

  • “Seguire le tracce infinite che ci legano agli altri”: Luciana Perini davanti alla Moschea delle Rose a Shiraz. In Iran, dice, “ho lasciato il cuore”. Foto: Privat
  • “Curiosa del mondo”

    Bolzanina, ma ormai milanese d’adozione, Luciana Perini si è laureata a Firenze nel 1981 in archeologia e storia dell’arte classica. Organizza e guida viaggi culturali. “Sono da sempre profondamente curiosa del mondo e amo entrare in contatto con culture diverse,” dice. “Viaggiare mi ha dato modo di continuare a studiare, approfondire e seguire le tracce infinite che ci legano agli altri. Accompagno piccoli gruppi di viaggiatori lungo itinerari ricercati, frutto di studio e approfondimento culturale, lontani dai percorsi più battuti. In ogni viaggio cerco di avvicinarmi ai luoghi in modo autentico e consapevole, lasciandomi guidare dall’incontro e dalla scoperta”.

  • Sito Unesco: Il deserto di Dasht-e Lut, nel sud del Paese Foto: Luciana Perini
  • Quanto è  limitata, in generale, la nostra conoscenza dell’Iran, e che cosa ci sfugge  della sua storia e della sua influenza culturale?

    L’Iran vanta una storia millenaria, purtroppo poco conosciuta. In generale siamo molto eurocentrici, e questa ignoranza riguarda anche altre civiltà, come l’India e la Cina, ma in particolare l’Iran, che ha una cultura antichissima e ha influenzato moltissimo anche i suoi vicini – dall’Uzbekistan all’India, dove il persiano è stata la lingua di corte fino al 1800. Uno studioso inglese ha definito quello persiano un Empire of the Mind  - un impero del pensiero - per la sua “unica, impareggiabile tradizione culturale”. Si rimane immediatamente colpiti dalla ricchezza dei monumenti persiani, sia quelli famosi che quelli sconosciuti: ho visitato case nobiliari bellissime e molto raffinate in luoghi remoti…. 

    Oltre ai siti archeologici ci sono luoghi naturali spettacolari, come i deserti del Dasht-e-Kavir  dove è possibile dormire in piccole case sotto le stelle, e, a sud, il Lut-e-Kavir, dove si trovano montagne scolpite dal vento che assomigliano alla Monument Valley nordamericana.

  • La città dei poeti: Moschea delle Rose a Shiraz. Foto: Luciana Perini
  • Ci descrive l’itinerario tipico di un viaggio nella storia e nell’archeologia dell’Iran?

    Il tour inizia normalmente da Shiraz, nel centro-sud del Paese, chiamata la città dei poeti, dove si trova la tomba di Hafez, vissuto nel XIV secolo venerato ancora oggi come uno dei più grandi poeti persiani. Da lì si risale verso nord per visitare le rovine di Persepoli, che hanno un significato enorme per chi, come me, ha studiato archeologia e storia greca. Persepoli è nota anche come la “capitale della primavera”, poiché nell’antico impero persiano era strettamente legata alle celebrazioni primaverili, in particolare alla festa del Nowruz, il Capodanno persiano che cade nell’equinozio di primavera. A pochi chilometri si trova il sito archeologico di Naqsh-i rustam dove si ammirano le tombe dei grandi imperatori Dario, Serse e Artaserse

    Si continua a salire verso nord verso Yazd, la città citata da Marco Polo, che vanta una delle più ampie reti di qanat (i canali di irrigazione) al mondo e dove molti edifici antichi sono dotati di splendide torri del vento  per rinfrescare gli interni durante le torride estati. Yazd è inoltre uno dei più grandi centri urbani costruito quasi interamente con adobe, un impasto di argilla, sabbia e paglia. È anche un importante centro dello zoroastrismo, una delle più antiche religioni monoteiste al mondo: vi si trova un tempio che conserva un fuoco che, secondo la tradizione, brucia ininterrottamente da più di 1200 anni. 

     

    La bellezza della piazza di Esfahan toglie il fiato

     

    Si prosegue poi per Esfahan con la sua piazza, una delle più belle e grandi al mondo, contornata da moschee, palazzi e il bazar e ornata ai lati da colonnati. La prima volta che la si visita la sua bellezza toglie il fiato. Al centro, sulle aiuole, moltissima gente che fa picnic, un passatempo molto amato dagli iraniani, che invitano sempre – con molta genuinità – a partecipare. 

    Proseguendo verso Teheran, si passa per Natanz, attraversando la zona dei siti nucleari; ecco, lì i controlli erano severi, e c’era l’ordine tassativo di non fare fotografie. I bunker sotterranei sono stati recentemente bombardati da Israele e dagli USA.

  • Non solo a Natanz, ma anche in altri luoghi i siti archeologici millenari rischiano di essere distrutti ….

    Sì, c‘è molta preoccupazione per questo. Certo, il pensiero principale è per la perdita di vite umane. Sono in contatto costante con una carissima amica che ora vive in Canada e che mi aggiorna su colleghi e conoscenti in Iran, vista la difficoltà di comunicare direttamente con il paese. Ma anche il rischio per luoghi di inestimabile bellezza e valore storico è altrettanto reale. 

    Almeno due dei 29 siti UNESCO Patrimonio dell’Umanità sono già stati danneggiati: lo splendido palazzo del Golestan è stato gravemente colpito durante la prima ondata di bombardamenti. E’ un bellissimo palazzo di Teheran che nell’Ottocento era residenza della dinastia Qajara. Le sale sono tutte ricoperte di specchi, un dettaglio architettonico mutuato dal concetto di luce dello zoroastrismo che poi si è tramandato nell’Islam – caratteristica presente spesso nei mausolei e alcune moschee. 

    A Esfahan, invece, è stato colpito il cosiddetto Palazzo delle Quaranta Colonne, del Seicento, con stupendi dipinti che sembrano miniature. Se bombardano Natanz è in pericolo la meravigliosa moschea, mentre in Libano sono in pericolo due dei più importanti siti archeologici fenici e romani: Tiro e Baalbek, anche questi siti UNESCO.

  • Dal concetto di luce nello zoroastrismo: Il mausoleo di Ali Ibn Hamzeh nella città di Shiraz. Foto: Luciana Perini
  • L'allarme dell'UNESCO

    L’UNESCO ha denunciato i rischi per i siti archeologici di immenso valore dall’inizio dei bombardamenti israeliani e americani in Iran lo scorso 28 febbraio. “Ricordiamo la distruzione dei luoghi di cultura in Siria durante il conflitto e vediamo la stessa cosa in questa regione,” ha detto recentemente il portavoce Stephane Dujarric. L’agenzia ONU per la cultura ha condiviso le coordinate dei siti Patrimonio dell’Umanità nella regione con tutte le parti coonvolte nel conflitto, nella speranza di prevenire danni irreparabili. Secondo l’agenzia ONU anche la città di Tiro e la “Città Bianca” di Tel Aviv (entrambe siti UNESCO) sono a rischio a causa del conflitto. Il quotidiano Domani  ha scritto che solo nelle prime due settimane sono stati segnalati danni a 56 edifici di rilevanza culturale, tra cui musei e monumenti storici.

  • Erano viaggi complicati dal punto di vista organizzativo?

    Assolutamente no! L’organizzazione locale è perfetta. Il cibo è buonissimo e gli standard sono molto alti, anche negli alberghi. Gli spostamenti sono facilissimi. È necessario il visto turistico, poi si arriva in aereo o anche in macchina dalla Turchia e, una volta sul posto, ci si sposta bene anche in treno o autobus. Certo, non si possono usare le carte di credito, ma solo i contanti, cambiando euro o dollari. Ma magari il mercante di tappeti al bazaar ha il conto a Dubai...  I turisti provenienti da tutto il mondo erano davvero numerosi: europei, americani, ma anche giapponesi e latinoamericani. Credo che, anche grazie al turismo e alla sua fonte di reddito, il regime si sia un po‘ aperto, capendo che doveva allentare un po’ la presa per continuare ad attrarre quei flussi.

  • Direttamente dai libri di storia: Le rovine della città di Persepoli. Foto: Luciana Perini
  • Come reagivano le persone nei suoi gruppi al primo impatto col Paese?

    Le persone che viaggiavano con me partivano sempre un po‘ preoccupate, perché di solito amici e parenti pensavano che fossero impazziti ad andare in Iran. Ma la preoccupazione svaniva dopo un giorno o due. Capivano subito che i timori erano infondati. Questo lo sentivo dire anche dai turisti americani, che non erano pochi e che avevano restrizioni sui loro itinerari a differenza di tutti gli altri. L’Iran è un Paese che soffre molto dei pregiudizi mediatici. La realtà è ben diversa. 

    Ovviamente, bisogna sempre ricordare che si tratta comunque di una teocrazia. Bisognava seguire le regole e le limitazioni per le donne. Noi turisti, però, ci siamo sempre sentiti molto sicuri: in tanti anni non ho mai avuto un incidente, un’aggressione o uno scontro con la polizia morale. Tutti, tornati in Italia, sentivano il bisogno di raccontare cos’era davvero l’Iran.

    Una delle domande che mi sono sentita ripetere più spesso, quando qualcuno scopriva quanti viaggi avevo fatto in Iran, era: “Perché non si liberano degli ayatollah?” E io, paziente, rispondevo: “Guardate che non è così semplice: se scendi in piazza ti ammazzano...”. Sentivo tanto questo pregiudizio nei confronti di un intero Paese: il regime è terribile, ma non si può dare la colpa a tutti. Il popolo iraniano ha sofferto molto, anche prima di questo regime.

    Quali cambiamenti ha visto nel corso degli anni? 

    In modo lento, ma inesorabile, ci sono stati molti cambiamenti - più marcati in città come Tehran e Shiraz, mentre Yazd e Esfahan sono rimaste più conservatrici, ad esempio nell’evoluzione dell’abbigliamento delle donne. La prima volta, nel 1996, non sapendo cosa indossare, mi ero portata dietro uno spolverino di mio padre: mi avevano detto che non si dovevano assolutamente far vedere le forme del corpo... quanto caldo ho patito! Non si poteva neanche far vedere il collo. Ho ancora una foto di quel primo viaggio: ero completamente coperta, neanche un capello fuori dal velo. 

    Poi, con il tempo, ho adeguato il mio guardaroba, utilizzando soprattutto ampie camicie lunghe. Ogni volta che ci andavo si poteva indossare il velo in modo un po’ più sciolto, anche se sono sempre rimasta molto iranì nel vestire, come si usa dire lì. Ma l’allentamento negli anni è stato evidente. L’amica iraniana, prima di andare in Canada, mi diceva: “La prossima volta che vieni puoi stare senza velo”. Vivere lì rimaneva comunque difficilissimo e infatti, come milioni di altri iraniani, anche lei se n'è andata.

  • Cosa si augura adesso per un Paese che ama così tanto?

    Mi auguro che i bombardamenti cessino al più presto perché in tutte le guerre sono sempre i civili a soffrire maggiormente: sono molto, molto triste per quello che sta succedendo. Questa guerra, anziché favorirlo, ha fermato e temo fatto regredire il processo di cambiamento che era in atto da parte degli iraniani stessi, a costo di enormi sacrifici, grazie a movimenti come Donne, vita, libertà, attivisti e studenti, fino alle mobilitazioni più recenti contro il costo della vita. Le repressioni sono state violente ma le proteste avevano raggiunto livelli senza precedenti. Secondo molti analisti la guerra ha spezzato questa dinamica. 

    La società iraniana però affonda le sue radici in una cultura millenaria che, nel corso della storia, ha spesso rappresentato una risorsa fondamentale nei momenti difficili. Credo e spero che accadrà anche questa volta.