Spielberg ci crede ancora
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C’è un momento, nei grandi film di Steven Spielberg, in cui il cielo smette di essere solo un sipario steso sopra le nostre teste e diventa domanda. Disclosure Day riparte esattamente da lì, da quello sguardo verso l’alto che il regista ha reso iconico quasi mezzo secolo fa, per interrogarlo di nuovo, questa volta con gli occhi disillusi del presente.
Cos’è
Il contesto: una crisi internazionale che cova attorno alla penisola coreana tiene le grandi potenze in equilibrio precario, come se bastasse una scintilla a far collassare tutto. In questo clima teso, quasi elettrico, si muovono due figure che sembrano non avere nulla in comune.
Josh O’Connor è Daniel Kellner, tecnico informatico che si ritrova tra le mani qualcosa di “esplosivo”: prove – o presunte tali – di un contatto con l’ignoto, custodite per decenni lontano dagli occhi del mondo. Da semplice ingranaggio del sistema, Daniel diventa in poche ore la sua minaccia più temuta, braccato da un apparato spietato, incarnato da Noah Scanlon (Colin Firth), capace di rendere il controllo una forma di violenza silenziosa.
A migliaia di chilometri, in un’anonima Kansas City fatta di bollettini meteo e sorrisi da telecamera, Margaret Fairchild (Emily Blunt) è una donna scelta, senza saperlo, da qualcosa che parla attraverso di lei in lingue che non ha mai conosciuto. Non è una svolta soprannaturale gridata: è un’incrinatura, un fruscio nella normalità.
Al loro fianco si muovono anche Eve Hewson, nei panni di Jane Blankenship, la donna che condivide con Daniel il peso della fuga, e Colman Domingo, che presta il volto a Hugo Wakefield, figura chiave nel tentativo di capire cosa sta accadendo.
Due strade parallele, un unico destino: Spielberg le fa correre l’una verso l’altra come corpi celesti in rotta di collisione, mescolando la grammatica del thriller di cospirazione a quella, più sua, della meraviglia trattenuta – quella capacità, rara, di far coincidere la paura e la fascinazione nello stesso istante.
Com’è
Prima ancora di mostrarci un alieno Disclosure Day mostra un mondo che ha smesso di credere a chiunque parli da un microfono ufficiale. È da questa sfiducia diffusa – più che dal cielo – che Spielberg fa partire il suo film, intercettando un’ansia molto contemporanea: quella di vivere circondati da verità parziali, filtrate, addomesticate da qualcun altro. Ma anziché limitarsi a cavalcare l’estetica del complotto che va per la maggiore in questi anni, il regista la piega al proprio linguaggio, mescolandola con decenni della sua filmografia: l’incanto sospeso di Incontri ravvicinati, la tenerezza aliena di E.T., la paranoia controllata di Minority Report.
Quello che resta è la fiducia, quasi ostinata, in un’idea di verità che va cercata comunque, che si parli di segreti sepolti dai governi, di misteri legati al divino o della paura di una fine imminente
Spielberg, stavolta, non si limita a domandarsi se siamo soli nel cosmo. Sposta la domanda un passo più in là: cosa faremmo, come specie, se quella risposta arrivasse davvero? E la conclusione a cui arriva – sorprendente per un film di questa scala – è che a salvarci non sarebbe la potenza militare, né la tecnologia, ma la capacità di metterci nei panni dell’altro. È un’idea grande, forse la più grande che Spielberg abbia messo in campo da tempo, e infatti il film vive dell’ambizione di chi vuole lasciare un segno, non solo intrattenere. Proprio per questo, quando qualcosa non regge, si nota di più: i protagonisti, per buona parte della storia, sembrano portavoce di un pensiero più che individui con una loro carnalità, idee prima ancora che persone.
Detto questo, il film corre che è un piacere, sorretto da un montaggio sonoro finissimo e dall’ennesima partitura di John Williams, e per larghi tratti si comporta come un inseguimento a perdifiato più che come un dramma a tesi, già dai primi minuti non concede respiro. Ci sono buchi, certo, e la sceneggiatura di David Koepp lascia deliberatamente alcune zone d’ombra irrisolte. Ma quello che resta è la fiducia, quasi ostinata, in un’idea di verità che va cercata comunque, che si parli di segreti sepolti dai governi, di misteri legati al divino o della paura di una fine imminente. Ne esce un’esperienza che restituisce intatto quel senso di stupore per cui, in fondo, continuiamo ad andare al cinema.
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