Intermezzo anarchico con bomba carta
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Il 25 aprile 1969 Milano celebra come ogni anno la Liberazione. Ma la giornata si chiude con i boati di due esplosioni, una alla Fiera Campionaria e l’altra alla Stazione Centrale. È uno dei primi atti della stagione che verrà poi definita “strategia della tensione”. Nelle ore immediatamente successive, però, la direzione delle indagini è già tracciata. La polizia guarda a sinistra, alla “contestazione”. Più precisamente, agli ambienti anarchici. Un’abitudine, questa, che gli inquirenti nei decenni non hanno mai abbandonato. Quello della “pista anarchica” è infatti una sorta di meme ante litteram:.“E‘ caduto un ramo in via Resia a Bolzano: si segue la pista anarchica”.
Il 26 aprile, in meno di 24 ore, scattano arresti, perquisizioni, interrogatori. Fra i fermati c’è il bolzanino Paolo Faccioli.
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Il ragazzo studia al primo anno di università a Pisa. Il padre Franco è primario di chirurgia all’ospedale civile di Bolzano, la madre Carla Gorini insegna latino e greco al liceo Carducci. Un’adolescenza borghese, in una città di provincia dove, come dice lui stesso, c’era niente — nel senso che se volevi davvero entrare nel corso delle cose che si muovevano, dovevi andartele a cercare.
Come ci sia arrivato all’anarchia è una storia che vale la pena raccontare, perché dice qualcosa del clima di quegli anni nella città capoluogo dell’Alto Adige. “Ero molto ribelle da ragazzino e mia madre mi continuava a dire: sei proprio un anarchico! Allora alla fine mi sono incuriosito di cosa volesse dire anarchico e ho scoperto chi erano gli anarchici — mi sono immediatamente identificato”.
Era un tempo in cui non c’era internet, e le informazioni circolavano su pezzi di carta. Il primo passo “politico” Paolo lo fa a Mantova, dove ha uno zio che gli dice che gli anarchici si riuniscono lungo un rio interno della città il martedì sera. Ci va. Sono tutti anziani — settantenni, ottantenni — perché gli anarchici italiani, a differenza del Partito Comunista, non avevano avuto una rete clandestina durante il fascismo: erano stati messi sulle isole o esiliati, e non erano riusciti ad avere una generazione di mezzo. Quei vecchi gli danno indirizzi scritti su pezzi di carta. Attraverso di loro contatta anarchici a Pisa, Livorno, Carrara, e infine a Milano, dove va direttamente a Ponte della Ghisolfa, da Giuseppe Pinelli. “Pinelli era una delle persone più normali che io abbia mai conosciuto”, racconta. A Bolzano, intanto, contribuisce a formare un piccolo gruppo anarchico — una decina di persone, una sede in Piazza Erbe che dura poco, una composizione eterogenea e improbabile: un muratore pugliese della Federazione Anarchica, un professore di lingua tedesca, un gruppo di liceali e alcune persone “che non si capiva come mai erano lì, perché poi sono finiti subito o nel PCI o in Lotta Continua”. Al liceo classico fonda insieme a Matteo Mattei — “un finissimo intellettuale, una persona di una brillantezza incredibile” — un giornalino studentesco che si chiama Disordine Nuovo, scritto anche con il figlio del questore di Bolzano, Peternel. Fanno volantini a scuola, interrompono cerimonie, distribuiscono fogli antimilitaristi al primo maggio. “Ogni cosa che abbiamo fatto siamo stati fermati e denunciati. Non c'è una cosa che sia sfuggita”.
Un anno prima delle bombe di Milano a Bolzano Faccioli si rende protagonista di un fatto che avrà piccole ripercussioni giudiziarie immediate, ma enormi conseguenze sul suo futuro.
21 aprile 1968, tardo pomeriggio. In città arriva il ministro dell’istruzione Luigi Gui per aprire la campagna elettorale della Democrazia Cristiana. Il comizio è fissato alle 20.30, nella sala di rappresentanza del Comune. Il copione è già scritto: palco, autorità, parole di circostanza, applausi.
Due ore prima, però, per gli standard del capoluogo, succede l’imponderabile. Dentro il Duomo, proprio all’inizio del vespro, si sente una forte esplosione. Improvvisa. Il rumore dello scoppio rimbalza sulle navate e diventa frastuono. Fumo nero, gente che scappa. Il confessionale sulla destra è quello colpito: qualcuno ha nascosto lì dentro un ordigno rudimentale: un flacone di medicinale riempito di clorato di potassio con una miccia improvvisata. Il confessionale brucia, ma nessuno resta ferito.
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La città resta sospesa per poche ore. Poi lo Stato accelera. L’ufficio politico della polizia impiega meno di quarantotto ore per chiudere il cerchio. Tre arresti. Tre studenti all’ultimo anno: uno dello scientifico, due del classico. L’ideatore ed esecutore è Paolo Faccioli. “Anche se è passato molto tempo mi vergogno a parlarne, però nello stesso tempo non posso che dire che in quel momento era stato per me un modo di rompere con una situazione di omertà generale in una città dove tutto il resto era omologato”.
La pena che viene inflitta per direttissima ai ragazzi è lieve: un mese e venti giorni di carcere ciascuno per “fabbricazione di armi e accensioni di esplosioni pericolose”. Per il giudice si è trattato di “un eccesso di giovani troppo impulsivi, i quali non avevano l’intenzione di recare danno d’offesa, ma soltanto di richiamare l’attenzione della società sui problemi della scuola, ricorrendo a mezzi e maniere inidonei”, scrive il quotidiano Alto Adige dell’epoca. La pena è lieve, ma farà di Faccioli un “pregiudicato” e quindi il tutto avrà un grande peso specifico per quanto accadrà l’anno successivo.
Piccolo inciso, che forse andava in premessa: Paolo Faccioli non è solo una persona mite. Per chiunque lo conosca è l’incarnazione stessa della mitezza. Inciso finito.
Dopo la maturità Faccioli va a studiare a Pisa, ma gravita spesso su Milano, dove i circoli anarchici producono un’attività culturale piuttosto attraente per un giovane politicamente motivato che viene dall’ultra periferia. Nel capoluogo lombardo il punto di riferimento di Faccioli sono i coniugi Corradini — lui architetto milanese, lei, Eliane, figlia di un sindaco corso. Anarchici, con un negozio di oggetti Liberty in zona Brera. Abitano nello stesso palazzo di Giangiacomo Feltrinelli e Sibilla Melega, dal ballatoio al ballatoio si vedono. Corradini ha anche tradotto per Feltrinelli il volume di Bakunin “Stato e Anarchia”. Intorno a loro gravita un giro di anarchici con i loro negozietti a Brera — c‘è anche un certo C. G., di Merano, che ha un negozio di musica e che nel 1962 aveva partecipato al rapimento del vice-console spagnolo a Milano, per salvare la vita all’anarchico e antifranchista Jorge Conill che rischiava la condanna a morte nella Spagna franchista con l’accusa di aver compiuto alcuni attentati.
È attraverso i Corradini che Faccioli conosce Feltrinelli. Il 25 aprile 1969 si incontrano tutti assieme verso sera. Prima di uscire, Sibilla prende Faccioli e Angelo Della Savia e taglia loro i capelli — un caschetto, qualcosa di diverso dai capelli lunghi che portano. Poi vanno a cena assieme. Giangiacomo apre il giornale e propone di andare al cinema: vuole vedere Cimitero senza Croci, un western francese di Robert Hossein. Ci vanno. “Il film era interessante anche perché Eliane, la compagna di Corradini, ci ritrovava in questo film western delle scene della Corsica di quando era giovane, quindi abbiamo commentato un po’ il film e poi siamo tornati a casa”. Mentre cenano e vanno al cinema, alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale esplodono le bombe.
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Di Feltrinelli come persona, Faccioli conserva un ricordo preciso e sorprendente rispetto all’immagine del rivoluzionario paranoico che si sarebbe costruita negli anni seguenti. “Era una persona molto semplice e molto leggera, con un elemento infantile in senso positivo. Non mi ha dato nessuna impressione di essere paranoico”. Lo vede solo quella sera. Al processo, anni dopo, non compare mai — viene l’avvocato Canestrini al suo posto.
Il giorno dopo, il 26 aprile, Faccioli torna a Pisa. Lì legge sui giornali che cercano “gli anarchici”. Capisce subito cosa sta per succedere. Scrive un biglietto per Angelo Della Savia — non ancora spedito, perché ai tempi si comunicava per lettera — in cui dice: “Saranno cazzi acidi per tutti”. Lo trovano. Quella frase, unita al fatto che il suo nome è emerso dalla cena del 25 aprile, e alla vecchia faccenda della bomba carta al Duomo di Bolzano che la questura ha in archivio, basta per inguaiarlo. “Il biglietto voleva dire: siccome eravamo a MIlano, ora siamo nei guai anche se non c’entriamo nulla. L’obiettivo era evidentemente Feltrinelli e non noi, è probabile che abbiano scoperto che a questa cena c’eravamo noi sei e quindi è venuto fuori il mio nome. La polizia ha controllato e ha scoperto che ero l’autore di questo attentato al Duomo di Bolzano”. Il padre lo chiama per avvertirlo che è nei guai. Invece di scappare subito, Faccioli torna a casa perché si è dimenticato qualcosa. Un secondo di esitazione e lo prendono. “Al contrario dei film dove in genere uno riesce sempre a scappare per un secondo... invece sono sceso e mi hanno preso lì. Per un secondo, pazzesco”.
Finisce a San Vittore. A condurre gli interrogatori è il commissario Luigi Calabresi. Faccioli rimane in carcere per due anni, mentre fuori il mondo continua a muoversi: a dicembre 1969 esplode Piazza Fontana, Giuseppe Pinelli, suo buon amico, muore “cadendo” da una finestra della questura di Milano, e Feltrinelli sparisce nella clandestinità.
Feltrinelli e Sibilla vengono coinvolti nel procedimento con l’accusa di falsa testimonianza: avrebbero fornito un alibi a Della Savia e a Faccioli. I Corradini vengono arrestati e rilasciati dopo pochi mesi. A difendere Feltrinelli e Sibilla è Sandro Canestrini, insieme agli avvocati Mazzola e D’Ajello. Il processo si apre davanti alla Corte d’Assise di Milano il 22 marzo 1971.
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Il castello accusatorio — costruito in larga parte sulle dichiarazioni di Rosemma Zublena, insegnante di francese infiltrata dell’Ufficio Politico e confidente di Calabresi, già legata sentimentalmente a uno degli imputati — crolla in sede dibattimentale. Risulta materialmente impossibile che Della Salvia in un’ora avesse potuto farsi tagliare i capelli, recarsi in auto alla Fiera, sistemare la bomba, spostarsi alla Stazione Centrale e depositare l’altro ordigno. Il 28 maggio 1971 la Corte assolve tutti per le bombe del 25 aprile. Feltrinelli e Sibilla vengono pienamente assolti anche dall’accusa di falsa testimonianza. Faccioli viene condannato a tre anni, sei mesi e venti giorni per trasporto in luogo pubblico di esplosivi — reato diverso e minore — ma in appello, il 7 aprile 1976, anche quella condanna cade. Nel corso del processo per la strage di Piazza Fontana è stato poi accertato che le bombe del 25 aprile erano opera dei neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura.
Quello che colpisce Faccioli, al primo processo, è il modo in cui Canestrini difende Feltrinelli. “Lì cercavano di farlo passare come delinquenza comune, invece Canestrini ha cercato di dare un grande respiro”. Così, quando arriva l’appello per la sua condanna, chiede espressamente che sia l’avvocato roveretano a difenderlo. Da quel momento i due diventano amici. “Canestrini è diventato amico di famiglia dei miei, era spessissimo da noi, siamo diventati proprio amicissimi”.
Quando Feltrinelli muore, il 14 marzo 1972, Faccioli è già fuori dal carcere da qualche mese. “Sono rimasto allibito”, dice, “perché io non sapevo nulla degli sviluppi mentre ero in carcere”. I Corradini nel frattempo si sono presi una gran paura dopo gli arresti del 1969 e hanno progressivamente allentato i rapporti con tutto il giro. “Loro si sono presi una gran paura e ci hanno un po‘ sganciato, noi ci siamo anche sentiti un po’ mollati, quindi interrompendo il rapporto con loro abbiamo interrotto anche l’eventuale rapporto con Feltrinelli”. Sibilla Melega non la rivede mai più.
Quella stagione finisce presto anche per lui in altro senso. Uscito dal carcere, gira per le scuole a raccontare la storia sua e di Valpreda, è ai margini di Lotta Continua — con la sua componente proletaria, non con i “borghesi burocratici” che comandavano, precisa lui — e poi il cambiamento è drastico. “Pisa per me era un posto veramente provinciale, un’imitazione di terza mano del 68 francese, e nel giro di poco erano già tutti con la cocaina o con le armi, quindi non era il mio mondo né l’uno né l’altro”.
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Decide di andarsene. Nel 1978, sette anni dopo il carcere, parte. Per l’India. Un vero classico generazionale. Vive per tre anni in un ashram. “Nel posto dove ero io c’era una miscela di meditazione orientale e di psicoterapia occidentale, per cui una cosa che per noi avrebbe potuto essere solo esotismo — che è la meditazione — veniva in realtà unita a una cosa più adatta a noi, cioè una specie di introspezione attiva. Non puoi cambiare niente all’esterno se non fai un’indagine in profondità su chi sei tu, perché sennò c'è solo una piattaforma vuota”. Il maestro era Osho. “A lui sono profondamente grato per quell’esperienza, però lui poi si è rivelato un criminale. Voglio dire che l’esperienza è stata estremamente positiva — a parte il suo giro e il suo circolo di persone, tu potevi anche essere lì, fare un sacco di strada senza renderti conto che c’era un elemento criminale. Per cui quando l’ho saputo — e l’ho saputo recentemente nonostante la cosa sia vecchia — sono stato contento di essermi staccato presto”.
In India incontra molti di quelli che ha conosciuto nell’Italia degli anni Settanta — Mauro Rostagno, Andrea Valcarenghi, Giovanni Cappelli che era stato l’avvocato delle Brigate Rosse, e diversi ex brigatisti. Un anniversario del Sessantotto, al bar dell’ashram, diventa una specie di cerimonia involontaria. “Uno di noi ha detto offro da bere a tutti perché oggi per me è un prezioso anniversario, e tutti hanno capito di cosa si trattava e hanno partecipato, perché praticamente la maggior parte degli italiani che erano lì venivano da questa esperienza”.
Tornato in Italia, fonda una comune in Toscana vicino a Siena, restaurando un intero villaggio abbandonato e coltivando la terra. Ci rimane cinque anni, finché non comincia a percepire anche lì lo stesso meccanismo che ha già visto altrove — il conformismo che si insinua, i rapporti che si guastano, lo slogan che sostituisce il pensiero. “A un certo punto ti allinei, non pensi più, hai alcuni slogan fondamentali”. Se ne va. Negli anni successivi fa l’apicoltore — attività che pratica a lungo, a cui dedica anche un libro — vivendo tra la Toscana e Bolzano.
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