Cultura | Intervista doppia

La cultura che cura

Dalla teoria alla pratica: il welfare culturale diventa esperienza vissuta. Samira Mosca e Margherita Delmonego raccontano “Lemayr Salute – Abitare le arti, i corpi, le relazioni” e “Academy of Care”, due progetti bolzanini che stanno cambiando le cose.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
Progetto Lemayr Salute
Foto: Samira Mosca
  • La cultura fa bene alla salute. Non è uno slogan: è una tesi certificata dall’OMS nel 2019. In Italia il Cultural Welfare Center la traduce in termini precisi: arte e cultura sono risorse di salute per la cura, il benessere e la costruzione di equità sociale. Ma trasformare questa consapevolezza in pratica è tutt’altra cosa. È qui che Bolzano sta diventando un piccolo laboratorio. Due iniziative finanziate nell’ambito del bando Cura di Cultura 2024 della Ripartizione Cultura Italiana della Provincia Autonoma – con una nuova edizione del bando già alle porte – hanno provato a farlo davvero, con il Centro Trevi – TreviLab come spazio di riferimento e restituzione. Si chiamano Lemayr Salute – Abitare le arti, i corpi, le relazioni e Academy of Care. A raccontarle sono Samira Mosca, coordinatrice del primo per l’associazione lasecondaluna, e Margherita Delmonego, referente e curatrice del secondo per Cooperativa 19. Destinatari diversi, linguaggi diversi, ma la stessa visione: che arte e cultura possano generare un contributo autentico a un nuovo welfare, intersettoriale, plurale, radicato nella vita reale delle comunità.

  • Timeline Collettiva: il laboratorio di Marina Baldo Foto: Samira Mosca
  • SALTO: Il Cultural Welfare Center definisce arte e cultura come risorse di salute a tutti gli effetti. In che modo il progetto Lemayr Salute – Abitare le arti, i corpi, le relazioni ha tradotto concretamente questa idea dentro una struttura di accoglienza?

    Samira Mosca: È stato prima di tutto un lavoro di rete. Il progetto ha coinvolto oltre 120 persone e dieci realtà del territorio: le associazioni lasecondaluna e Volontarius, la cooperativa River Equipe, PianoB Social Design, la Croce Bianca, Take Action School, StreetSkills BZ, il Liceo Carducci, il TreviLab e l’ASSB, con le artiste dell’associazione lasecondaluna e i designer di Take Action School e Gruppo Volontarius al centro del percorso creativo.

    L’arte e il design sono diventati uno strumento per attivare partecipazione, connessione e comunicazione all’interno – e all’esterno – di Lemayr Salute, una struttura di accoglienza dedicata a persone con fragilità socio-sanitarie.

    Quattro i laboratori principali che hanno coinvolto ospiti, volontari, studenti e l’equipe del Lemayr Salute: Timeline Collettiva, condotto da Marina Baldo con video e fotografia; Corpi Tessuti, di Daria Akimenko, tra collage e ricamo e La fotografia può essere un gesto di cura, nata dai laboratori con Take Action School e Street Skills BZ, tra fotografia istantanea, illuminazione e wood design. 

    L’attenzione alla salute ha riguardato tutti i laboratori – con il coinvolgimento dell’Ambulatorio Medico Mobile e della Croce Bianca.

    È questo che spesso si sottovaluta: l’arte non è un’aggiunta, è un mezzo

  • Foto: Samira Mosca

    Lavorare con persone in situazioni di fragilità attraverso linguaggi artistici è una scommessa delicata. Quali resistenze avete incontrato, e cosa vi ha sorpreso?

    Più che resistenze, c‘è stata una scoperta, per le organizzatrici e per le artiste e gli artisti. Porto un esempio che vale per tutti i percorsi attivati. Nei laboratori di Daria Akimenko le/i partecipanti hanno lavorato su una tovaglia comune: ognuno esprimeva con il ricamo quello che a parole faceva fatica a dire. C’è un ragazzo sordomuto che ricordo in particolare, che ha trovato in quella pratica uno spazio tutto suo. Altri hanno cominciato a raccontare le proprie storie, a parlarsi di più, a staccarsi per qualche ora dai problemi quotidiani. Dedicarsi a qualcosa – e a se stessi – ha fatto la differenza.

    Cosa rimane dopo questa esperienza nelle persone, nello spazio, nella comunità?

    Ogni attività è stata documentata e analizzata. Lo spazio fisico della struttura di accoglienza Lemayr Salute è cambiato: più accogliente, più simile a una casa, anche grazie alle pratiche di design partecipativo che Volontarius, insieme a PianoB Social Design e Take Action School – ideatori del format -, porta avanti da anni. Gli ambienti hanno cambiato identità: presenze in legno, luce calda, colori e fotografie hanno ridefinito gli spazi, rendendoli vissuti e riconoscibili. Anche gli spazi di passaggio hanno cambiato ritmo, trasformandosi in luoghi di relazione e di ascolto dei bisogni espressi dagli abitanti.

    A giugno dell’anno scorso l’evento finale del progetto ha aperto le porte del Lemayr alla cittadinanza: le opere create durante i laboratori sono state esposte, e la città ha potuto vedere concretamente cosa aveva prodotto quel processo.

    Dove siamo arrivati nel riconoscere la cultura come strumento di cura e benessere?

    Con questo progetto abbiamo toccato con mano come l’arte agisca su più livelli contemporaneamente: abbassa i livelli di ansia, sposta l’attenzione, apre spazi di elaborazione personale. Lavorando con persone di nazionalità e lingue molto diverse, abbiamo visto come il linguaggio artistico riesca a creare contatto là dove le parole non arrivano, diventando uno strumento efficace sia per gli operatori che per gli abitanti del centro. È questo che spesso si sottovaluta: l’arte non è un’aggiunta, è un mezzo.

  • Il progetto Academy of Care di Cooperativa 19 Foto: Samira Mosca
  • SALTO: Da quale consapevolezza nasce Academy of Care?

    Margherita Delmonego: Il progetto prende vita alla fine del 2024 con un’idea precisa: creare una piattaforma per affrontare il tema della cura in ambito culturale. Cura intesa come attitudine – un’attenzione verso l’altro che chi lavora nel settore culturale può e dovrebbe portare nel proprio lavoro. Verso i colleghi, verso se stessi, verso i pubblici e le comunità con cui si interagisce e che si coinvolgono nei propri progetti. Alla base c'è la convinzione che le pratiche culturali e artistiche abbiano un’importanza sociale spesso sottovalutata: sono strumenti capaci di generare benessere individuale e collettivo.

    Nel 2025 questa idea si è concretizzata in diverse modalità. Innanzitutto un laboratorio aperto a operatori e operatrici culturali, articolato in quattro giornate di workshop, tavoli di lavoro, momenti di confronto e piccole presentazioni, pensato per aiutare i partecipanti a capire come integrare concretamente un approccio di cura nel proprio lavoro. Il tema centrale della prima fase del progetto è stato l’accessibilità: come abbattere le barriere alla partecipazione culturale e costruire percorsi che siano davvero aperti a tutti.

    La consapevolezza si sta costruendo, ma è un processo in corso

    Come misurate l’impatto di quello che fate?

    Con strumenti che vanno oltre i numeri. Abbiamo redatto insieme ai partecipanti al laboratorio un manifesto in nove punti, una dichiarazione d’intenti collettiva su pratiche culturali accessibili, gentili e sostenibili. Alla fine del laboratorio ognuno ha scritto una cartolina a se stesso: un promemoria con un principio appreso, qualcosa da ricevere tre mesi dopo come verifica. Un modo per chiedersi: lo sto davvero applicando?

    Insieme alla cartolina sono arrivati due questionari: uno subito dopo il laboratorio per misurare l’impatto immediato, uno di follow-up a distanza di tre mesi per capire se erano emersi cambiamenti concreti, nuove attitudini, nuove progettualità. I risultati sono stati incoraggianti. Nell’immediato è emersa una forte motivazione a trasformare il proprio modo di lavorare quotidiano, accompagnata dalla scoperta di nuovi strumenti per favorire l’accessibilità dei pubblici e il benessere all’interno delle proprie organizzazioni. A tre mesi di distanza molti hanno segnalato di aver effettivamente introdotto cambiamenti – inizialmente più facilmente all’interno dei propri team che verso i pubblici esterni. Tutti hanno dichiarato di guardare al welfare culturale con occhi diversi.

  • Foto: Margherita Delmonego

    Quanto è replicabile questo modello, e cosa serve perché diventi una pratica stabile e non un esperimento isolato?

    Il format funziona e può viaggiare: è replicabile in altri contesti italiani, aggiornando temi e relatori di volta in volta. Nel frattempo il progetto continua a svilupparsi su Bolzano, con un focus sempre più specifico sul welfare culturale e sulla collaborazione tra settore culturale e settore socio-sanitario.

    Cosa manca ancora a Bolzano e all’Alto Adige per un sistema di welfare culturale davvero strutturato?

    La consapevolezza si sta costruendo, ma è un processo in corso. Vorremmo riuscire a valorizzare maggiormente la connessione con il settore socio-sanitario: gli enti e le organizzazioni che offrono servizi alla persona sono spesso oberati  e introdurre strumenti creativi e nuovi approcci nei processi quotidiani richiede tempo e risorse che non sempre ci sono. Si tratta di un percorso che si costruisce un passo alla volta.

    Ci stiamo impegnando per trovare e favorire occasioni di incontro reale tra il mondo culturale e quello socio-sanitario, per unire idee e proposte e tradurle in progetti. A livello nazionale si stanno muovendo molte cose sul fronte del welfare culturale, ma serve poi chi sappia recepire questi cambiamenti, adattarli al proprio contesto e operare concretamente sul territorio. Anche Bolzano sta trovando la propria strada.