Dodici giugno 2016. Dieci anni.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l'opinione personale dell'autore e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
Ci sono date che non dimentichi. Non perché le hai segnate sul calendario, ma perché le porti addosso — come una cicatrice lieve, di quelle che non fanno più male ma che ogni tanto, sfiorandole, ti raccontano ancora qualcosa.
Il 12 giugno 2016 il 70,6% dei cittadini della Provincia di Bolzano disse no al finanziamento pubblico dell’ampliamento dell’aeroporto. Un risultato che nessuno, nemmeno noi che avevamo lavorato per ottenerlo, si aspettava così netto. Ricordo il momento in cui arrivarono i dati definitivi: qualcosa si allentò dentro, come quando hai tenuto il fiato troppo a lungo e finalmente puoi smettere.
Ma la storia non comincia il 12 giugno. Comincia nelle case. Nelle cucine, nei soggiorni, nei salotti di persone che non si conoscevano tra loro e che avevano in comune una sola cosa: la sensazione che qualcosa non tornasse. Decine e decine di incontri, spesso informali, spesso tardi la sera. Si portava qualcosa da bere, si stendevano i fogli sul tavolo, si discuteva. Poi ci si alzava, si prendeva la macchina, e si andava in qualche comune delle valli che non avevo mai visitato prima — borghi dove il Sudtirolo è ancora quello profondo, lontano dai circuiti del turismo e dalla retorica istituzionale. Piazze piccole, sedie di plastica, microfoni che gracchiavano. Gente che ascoltava con quella serietà silenziosa che le comunità di montagna ti riservano quando decidono di prenderti sul serio.
Abbiamo parlato con tutti. Letteralmente tutti. Anche con le forze politiche da cui ognuno di noi era più lontano, ideologicamente o caratterialmente. Perché questa era la regola non scritta del Comitato: la questione non era di destra o di sinistra, era di buon senso e di responsabilità collettiva.
E poi c’erano i social. Qui vale la pena fermarsi, perché — me ne accorgo ancora di più oggi, con il senno del poi — stavamo facendo qualcosa che nel 2016 era ancora raro, almeno a questa scala locale: usare le piattaforme come campo di battaglia civica organizzata, non come sfogo emotivo. Avevamo ruoli precisi. Chi raccoglieva piccole donazioni porta a porta per comprare le lenzuola degli striscioni e pagare la stampa dei volantini. Chi gestiva i canali. Chi scriveva. Prima di pubblicare qualsiasi cosa ci coordinavamo: nessun post nasceva per impulso. E c’era una regola ferrea, che ci siamo dati da soli e che negli spazi ufficiali abbiamo rispettato fino in fondo: mai emotività, mai risposte aspre anche quando le ricevevamo. Mai.
Ogni due settimane circa, un gruppo si occupava di un tema tecnico diverso. Impatto acustico. Analisi economica. Diritto e tecnica aeronautica. Sostenibilità ambientale. Ogni volta con dati precisi, spesso incontestabili, sempre verificati con un professionista del settore che partecipava per convinzione propria, non perché qualcuno lo avesse ingaggiato. Ho imparato cose che non immaginavo di dover sapere mai — il mondo degli aerei spiegato da un ex pilota professionista, con una pazienza e una passione che ricordo ancora con affetto. Quando ci accusavano di diffondere fandonie, i dati restavano lì. Immobili. La verità, quando è costruita con rigore, ha una sua inerzia difficile da scalfire.
Poi c’erano i meme. Sì, anche quelli. E quando venivamo attaccati per un meme — un 737 che sbucava dal tetto di un maso, metafora del tutto fedele alle proiezioni di traffico che ci venivano propinate — come “divulgatori di fandonie”, sorridevo. Sorrido ancora.
Eppure, se devo essere onesto fino in fondo, non tutto di quella stagione lo rifarei allo stesso modo. Perché i social, che furono il nostro strumento più potente, ci hanno mostrato per la prima volta — a noi, a tutti — anche il loro veleno come si trattasse della mela di Biancaneve. La discussione si polarizzava da sola, quasi per legge fisica: ci si schierava prima di capire, si difendeva la squadra prima dell’argomento. Noi ci eravamo dati regole severe proprio per non cadere in quel meccanismo, ma il meccanismo c’era, ed era più forte di chiunque. Vedevo amici di vecchia data smettere di parlarsi. Vedevo il merito — quei dati costruiti con tanta fatica — scivolare sullo sfondo, mentre in primo piano restava solo l’appartenenza. Oggi sappiamo che quella era la prima avvisaglia di qualcosa che sarebbe diventato il paradigma dominante ovunque, dalle elezioni alle pandemie. Allora lo vivevamo come un effetto collaterale fastidioso. Col senno di poi, era il sintomo di una malattia che ci portiamo dietro ancora adesso, e che forse abbiamo contribuito, nel nostro piccolo, a normalizzare. Abbiamo vinto sulla verità, ma su un terreno che già stava cambiando le regole del gioco. È una cosa su cui torno spesso, e su cui non ho ancora una risposta serena.
Quella battaglia mi ha reso allora una figura pubblica. Non l’avevo cercato, è semplicemente accaduto. E quello che è venuto dopo — la candidatura alle comunali di Laives nel 2020, altre battaglie, altri palchi — è stato solo un riflesso di quella stagione già passata, a intensità molto più ridotta.
Oggi, a dieci anni di distanza, Bolzano ha ancora un piccolo aeroporto. Discreto. Che disturba poco e niente. I debiti che in questi anni la sua gestione ha prodotto sono rimasti a carico di chi ha scelto di investirci, non della collettività. È un risultato concreto, misurabile, che va al di là di ogni narrazione. E la sollevazione popolare del 2016 è ancora presente nella memoria di chi oggi gestisce quello scalo — ne sono convinto.
Ma quello che porto con me, più di qualsiasi risultato, è altro. È la sensazione di aver fatto parte, per un tempo breve e irripetibile, di una comunità che si è riconosciuta come tale. Non un gruppo di interesse. Non un comitato mosso dall’interesse personale — la banalizzazione del NIMBY, che qualcuno ci ha appiccicato addosso con una superficialità che ancora mi stupisce, venendo anche da persone di indubbia caratura culturale. Era qualcosa di più difficile da spiegare e di più semplice da sentire: l’esperienza di essere, insieme, più grandi di ciò che eravamo da soli.
Quelle piazze sperdute. Quelle cucine. La grande manifestazione a San Giacomo. I vecchi leoni del palco — figure che sembravano appartenere a un’altra epoca, a un modo di fare politica che credevo scomparso — che tornavano, per quella cosa lì, con una vitalità che ti toglieva il fiato.
Oggi provo soddisfazione per gli esiti. E malinconia per una stagione che non tornerà.
Forse è questo il paradosso delle battaglie vinte: ti lasciano con la nostalgia di averle dovute combattere. E, a volte, con il dubbio sul prezzo che abbiamo pagato per vincerle.
Zitat: "Il 12 giugno 2016 il…
Zitat: "Il 12 giugno 2016 il 70% dei cittadini disse no all’aeroporto di Bolzano:
diese Aussage ist leider falsch.
Bitte an den Autor: stellen Sie diesen Satz richtig.