Cultura | Gastbeitrag

Atmosfere blu tra Mahler e Li Po

Il Canto della luna di Paola Capriolo e Teresa Maresca omaggia Das Lied von der Erde. Una lettura in tema a pochi giorni dall’avvio della stagione musicale di Dobbiaco.
Kulturzentrum Toblach

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Mancano pochi giorni all’avvio delle Settimane Musicali Gustav Mahler a Dobbiaco, giunte quest’anno alla 46° edizione. A inaugurarle l'11 luglio presso il Culture Center Euregio Toblach sarà la Deutsche Staatsphilarmonie del Rheinland-Pfalz diretta da Michael Francis, che eseguirà la Sinfonia nr. 7 in Mi minore. Non l’ultima che il più apolide tra i maestri dell’epoca – “tre volte apolide: come boemo tra gli austriaci, come austriaco tra i tedeschi, come ebreo nel mondo”, disse di sé – compose prima di perdere la figlia maggiore, morta di difterite a soli quattro anni. Ma è l’ultima sinfonia in certo qual modo “ordinata” prima che Mahler portasse a compimento la disgregazione della forma sinfonica in quel monstrum che è la nr. 8, detta anche “dei mille” per la quantità inusitata di esecutori che prevede.

Gli strascichi di un lutto

In effetti, ogni qualvolta si torna a pensare alle estati di Mahler lassù, è difficile separarlo all’idea di un lutto con strascichi indelebili e delle sue conseguenze sullo spirito creativo. O come spiegarne le risonanze del Canto della terra (Lied von der Erde), composto nella sua casetta a ridosso del bosco, presso il maso Trenker, nell’estate del 1908, quando alla nostalgia per la figlia perduta si era aggiunta la diagnosi di una malattia cardiaca invalidante? “Dunkel ist das Leben, ist der Tod” dichiara il poeta nel primo movimento, e nel secondo: “Mein Herz ist müde […] Ich weine viel in meinen Einsamkeiten / Der Herbst in meinem Herzen währt zu lange”. O nella traduzione di Paola Capriolo: “Oscura è la vita, oscura la morte” – 

 

Stanco è il mio cuore […] 

Piango molto nella mia solitudine, 

troppo a lungo dura in cuore l’autunno.

 

Non che Mahler, il quale a Dobbiaco ci andava pur sempre con la moglie Alma e la seconda figlia, non avesse fin da ragazzo una familiarità con le tenebre e certo, a parlare qui è un poeta generico, ispirato alle poesie cinesi trasposte in tedesco da Hans Bethge (Die chinesische Flöte) che il compositore aveva ricevuto in dono da un amico. Ma è lecito credere che, nell’adattarle a sua volta in quest’opera che fonde sinfonia e Lied, Mahler vi ospitasse i propri spettri. Il fatto è che poi da quelle ombre nasceva bellezza, e da questa una visione riconciliante. 

Lo documenta bene, al termine di un’opera tanto complessa e sfaccettata come Il canto della terra, l’approdo sereno del lungo Congedo, in un tenue Do maggiore che la nona schiude a una sorta d’infinito, la pacificazione con la morte terrena e la ciclicità della natura già anticipata dall'“ewig... ewig...” del contralto. 

 

Da quelle ombre nasceva bellezza, e da questa una visione riconciliante.

 

Dev’essere stato anche un simile approdo a suggerire a Capriolo un ulteriore dialogo con quest’opera che desse luogo a un qualcosa di altrettanto lieve e nostalgico. Questo è almeno il timbro dominante de Il canto della luna (Bibliotheka Edizioni, 120 pp., 16 euro), un racconto per prose brevi e immagini composto dalla scrittrice e traduttrice milanese, già autrice di un romanzo mahleriano (Marie e il signor Mahler, Bompiani 2019, ambientato proprio a Dobbiaco), assieme all’artista figurativa Teresa Maresca. 

L’occasione, spiega Capriolo nell’introduzione, è stata una mostra privata dell’amica, da cui è nata l’idea di ripercorrere i testi del Canto della terra, ma con una diversa intenzione. Si dice che il poeta cinese Li Po, tra quelli presenti nell’antologia utilizzata da Mahler, sia morto cadendo dalla propria barca mentre cercava di afferrare l’immagine della luna specchiata nell’acqua. L’immagine è archetipica quanto basta e Capriolo ne ha recepito le implicazioni simboliche, dove lo specchio è sdoppiamento identitario, quindi sosia o Doppelgänger, ma anche sogno e confine tra creature e dimensioni.

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Ad aprire e chiudere le sei parti che corrispondono ai movimenti del Canto mahleriano sono due prose che ne incorniciano il nucleo tardo-romantico in una declinazione più notturna, dov’è il poeta a bordo di una barca a compiere il proprio “viaggio verso casa”. E nel farlo si rivolge alla luna con un “tu” che ai molti ricorderà uno dei più celebri canti di Leopardi, ma che è tanto antico quanto i primissimi dialoghi dei poeti di ogni dove con il più ispiratore fra gli astri. I blu e i gialli delle tempere e il Duktus del racconto dialogano così, una “stanza” dopo l’altra, tra loro e con l’originale, già di per sé frutto di ibridazione tra arti e culture, dando forma a un “divanetto” occidentale-orientale ricco di rispecchiamenti e rifrazioni – con qualche possibilità di indugio nei punti simbolicamente più dirompenti, come nel “Brindisi” interrotto dal verso terrificante della scimmia che si agita fra le tombe, forse la più potente tra le immagini del Canto; o nello sguardo ardente del giovane a bordo del destriero in “Bellezza”, il solo brano in cui a prendere la parola è la luna stessa.

Ma è dove Il Canto della luna si discosta dalla sua matrice mahleriana che si coglie al meglio l’intenzione di Capriolo: nel dispiegamento di un’abito che fu dell’amata e fra i cui disegni si svela l’immagine en abyme del poeta davanti alla propria capanna in riva al lago; nella partita a scacchi con il principe, interrotta dall’immagine dei due rispecchiata dalle acque dello stagno; nello sdoppiamento del poeta ebbro, che dalla finestra del proprio alloggio cittadino vede se stesso rincasare; e nello scioglimento di queste duplicità nel Congedo, dove il poeta e il suo miglior amico d’infanzia ritrovatisi da vecchi appurano di non essere “la stessa persona” e si separano ancora viventi. 

 

Il tormentato Gustav dal cuore malato una patria non dovette averla mai.

 

Di tutto questo, la luna che si specchia nel lago non è che la figura-matrice. L’epilogo può così togliere di mezzo ciò che di pettegolo si agita nell’idea del poeta ubriaco caduto dalla barca, svelandone invece la magia profonda, quella dell’attraversamento dello specchio, verso la fusione nell’uno che si dà nella fine.

Che il volumetto si chiuda con la traduzione, per la mano capace di Capriolo, dei testi del Canto della terra, ha il sapore di un’uscita dall’incanto lunare e di una restituzione della voce a Mahler. Se ne esce un tantino “blu”, se è lecito esprimere così l’effetto estetico e atmosferico di questo alternarsi di immagini e racconto. O con le parole di Maresca nella sua postfazione, “rimangono il senso di solitudine, il tempo che passa, la natura notturna dei boschi, dei laghi, e anche quella di Paola, e la mia”. Al Canto della terra invece l’ultima parola, ricordando le estati a Dobbiaco: “Vado a errare tra i monti, / cerco pace per il mio cuore solitario. / Vado verso la mia patria, i miei luoghi” e poco sotto: “Calmo è il mio cuore, e aspetta la sua ora”. Per quanto lui, il tormentato Gustav dal cuore malato, una patria non dovette averla mai.