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Foto: Canva
Politica | Parole pubbliche

Le parole sono importanti

Dal sindaco di Campo Tures alla cantante Delia, due casi diversi mostrano quanto le parole pronunciate in pubblico possano ferire, dividere o alimentare stereotipi. Per chi ha una platea, la responsabilità non è un optional.
  • Il sindaco di Sand in Taufers è salito ai (dis)onori della cronaca per certe sue affermazioni in Consiglio Comunale.

    Per giustificare la scelta di sotto rappresentare le donne nei consigli di amministrazione si è lasciato andare alla mistica della donna “angelo del focolare”, tanto cara ai conservatori di qualsiasi latitudine, arrivando a tirare in ballo a sproposito  la “pausa caffè” delle impiegate, nonostante si tratti di un diritto contrattuale di uomini e donne.

    Queste cose probabilmente se le dicono tra uomini durante una qualche “Spritzpause” ed ha quindi trovato naturale ripeterle in una seduta consiliare.

    La talentuosa cantante Delia, modificando l’ultima strofa di “Bella ciao”, si è guadagnata un palco ben più ampio di quello del Concertone del Primo Maggio.

    Ha sostituto partigiano con “essere umano” perché voleva essere più inclusiva, ha detto, ed ha finito per amareggiare chi la canzone la sente sua per come la si canta da decenni.

    Cos’hanno in comune queste due vicende, sicuramente marginali, della scorsa settimana? 

     

    La parola è lo strumento principe sia per la politica sia per la canzone. Maneggiarla con cura dev’essere un imperativo. 

     

    Il fatto che i protagonisti siano figure pubbliche, l’una istituzionale e l’altra artistica, e che ambedue abbiano parlato davanti ad una platea.  

    Nell’era social era prevedibile le due vicende avrebbero avuto un’eco mediatica, tant'è che sia  l’intervento in consiglio comunale sia la prestazione canora sono divenuti virali.

    Le parole in libertà del sindaco Nöckler sono state stigmatizzate in modo argomentato dalla Commissione Pari Opportunità della Provincia, da vari esponenti politici senza distinzione di genere, da giornalisti e giornaliste della carta stampata che non si capacitano del fatto che un politico, tutto sommato giovane, propugni in una sede istituzionale il ruolo ancillare della donna disconoscendo competenze, professionalità femminili e negando di fatto il diritto ad un progetto di vita diverso da quello di moglie e madre.

    Navigando in rete si incappa anche in commenti che plaudono alle parole del sindaco ed a scriverle, duole riconoscerlo, non sono unicamente uomini.

    La riscrittura dell’ultima strofa di Bella ciao da parte di Delia ha generato un’accesa discussione sui social: una parte plaude al coraggio della cantante, l’altra sente tradito lo spirito stesso della canzone. 

    Il testo è un “cammeo” costruito attorno alla figura del partigiano, archetipo del combattente per la libertà.

    Il partigiano è il ragazzo, l’uomo, il militare, il sacerdote, l’operaio, il contadino che decise di combattere il nazifascismo, ma è un qualsiasi uomo di qualsiasi paese che decida di opporsi alla dittatura di qualsiasi colore.

    Sostituire partigiano con essere umano se diventa un misconoscimento del valore della lotta partigiana per chi la riconosce come “levatrice” della Repubblica, viene salutato come pacificazione da chi la resistenza politicamente la “subisce”.

     

    Il sindaco Nöckler, la cantante Delia si sono chiesti gli effetti delle loro parole sul pubblico che li ascoltava? 

     

    E qui vengo alla responsabilità nell’uso della parola.

    “Delle parole che diciamo, grande e bruciante è la nostra responsabilità, e dovremmo ogni volta tenerne presenti le conseguenze  su … chiunque le ascolti.”  Scrive Eugenio Borgna in Responsabilità e Speranza.

    E qualche pagina più avanti attribuisce alla responsabilità “la possibilità di prevedere gli effetti … delle nostre parole, e di modificarle, di correggerle, in base a tale previsione”

    Il sindaco Nöckler, la cantante Delia si sono chiesti gli effetti delle loro parole sul pubblico che li ascoltava? 

    L’uno, la guida politica di una comunità, si è reso conto che con le sue affermazioni dava fiato a stereotipi ghettizzanti oltre che fuorvianti? Si è reso conto del messaggio escludente rivolto alle bambine e ragazze del suo paese?

    L’altra, la giovane cantante emergente, ha pensato che la sua rielaborazione testuale avrebbe potuto ferire la sensibilità dei figli, dei nipoti dei “resistenti”? 

    La parola è lo strumento principe sia per la politica sia per la canzone. Maneggiarla con cura dev’essere un imperativo. 

    Le parole possono unire o dividere. Possono generare speranza, costruire sogni, essere accoglienti, accudenti. Se scagliate come pietre possono ferire, distruggere, annichilire.

    Esserne consapevoli e valutare sempre le conseguenze delle proprie parole prima di pronunziarle è un primo passo per chiunque abbia un ruolo pubblico.