Madri e lavoro, una storia di rinunce
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Dimissioni volontarie, sulla carta. Ma nella realtà dei fatti spesso si tratta di scelte obbligate, dettate dalla difficoltà di accedere a un nido, dalla rigidità delle aziende, dalla mancanza di alternative. Sarah Spagnuolo, della segreteria della Filcams/CGIL, analizza una realtà che in Alto Adige coinvolge ogni anno centinaia di lavoratrici madri.
SALTO: Quante dimissioni si registrano ogni anno entro il primo anno di vita del figlio?
Sarah Spagnuolo: In provincia parliamo di circa 1.100 casi all’anno, e la grande maggioranza – tra 800 e 900 – coinvolge le donne. Non si tratta di numeri marginali: l’Alto Adige rappresenta il 2% del totale nazionale, che ammonta a circa 60.000 lavoratori e, per inciso, il 76% di tutte le dimissioni convalidate in Italia riguarda persone residenti nel Nord. A lasciare, nella nostra provincia, sono soprattutto lavoratori e lavoratrici del settore terziario – commercio e servizi – che costituiscono il 70% dei casi. Vale la pena notare che il 90% riguarda persone di madrelingua italiana o tedesca: non è quindi un fenomeno legato principalmente ai lavoratori immigrati, ma attraversa trasversalmente la comunità locale. A lasciare il lavoro sono principalmente impiegate, tra le donne, e operai, tra gli uomini. C‘è poi un aspetto che aiuta a capire perché queste dimissioni tendono a raccogliersi in una fase precisa.
Ovvero?
Il 90% dei casi si concentra tra gli 8 e i 12 mesi di vita del bambino, cioè proprio quando la maternità obbligatoria e il congedo parentale finiscono. Dimettersi in questo lasso di tempo permette di accedere alla NASpI, l’indennità di disoccupazione. Questi fattori si combinano e spingono molte lavoratrici verso l’uscita. Il dato che colpisce è che si tratta quasi sempre di genitori al primo figlio. Non sono quindi le stesse persone che si dimettono di nuovo a ogni gravidanza: ogni anno il fenomeno coinvolge una platea diversa. E il trend stabile registrato nel 2023 e nel 2024 racconta di una realtà che non accenna a ridursi.
Le donne rappresentano l’80% di chi si dimette, quasi sempre senza avere alcuna alternativa
Quali sono le motivazioni più frequenti dietro queste dimissioni?
Statisticamente la causa principale, sia a livello nazionale che locale, è l’organizzazione del lavoro: orari rigidi, scarsa flessibilità, impossibilità di conciliare i tempi dell’azienda con quelli della famiglia. Al secondo posto, in Alto Adige, si colloca la difficoltà di accedere all’asilo nido – con tempi di attesa che possono arrivare fino a un anno – unita alla mancanza di una rete familiare di supporto, frequente tra chi viene da fuori provincia. Per molte lavoratrici il rientro al lavoro diventa quindi molto difficile, se non impossibile.
C'è però un dato apparentemente paradossale: il fenomeno è più diffuso nelle grandi aziende che nelle piccole. Realtà più strutturate, con più dipendenti e maggiore capacità organizzativa, eppure con tassi di dimissioni più alti. Il nodo centrale resta la flessibilità. Sono in molte a chiedere un part-time o un orario adattato alle esigenze degli asili e alla cura dei figli, ma la risposta è spesso negativa: su 900 donne 710 si sono viste rifiutare questa richiesta.
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Più che dimissioni volontarie sembrano scelte “obbligate”.
Di volontarietà, in realtà, c‘è poco. Non a caso la maggior parte delle dimissioni avviene entro l’anno: la NASpI resta quantomeno un cuscinetto economico temporaneo.
Quali sono le conseguenze a lungo termine per una donna che lascia il lavoro in quel momento? Quanto pesa questa interruzione sul suo futuro professionale?
Le conseguenze sono profonde. Un dato aiuta a capire la differenza di fondo tra uomini e donne in questa situazione: dei 100-200 uomini che lasciano il lavoro entro il primo anno di vita del figlio, il 90% ha già un’altra proposta in tasca. Se ne vanno altrove, sapendo di poter contare su un impiego più conciliante con i tempi della famiglia. Le donne rappresentano l’80% di chi si dimette, quasi sempre senza avere alcuna alternativa: lasciano per prendersi cura dei figli, un ruolo che ricade ancora quasi interamente su di loro.
Chi rientra nel mondo del lavoro dopo due anni, una volta esaurita l’indennità, lo fa in condizioni molto diverse a seconda del proprio profilo. Le donne con una laurea o un’alta specializzazione hanno più possibilità di reinserirsi. Quelle con un titolo di studio medio-basso invece incontrano ostacoli molto più difficili da superare. Il rischio concreto è ritrovarsi a casa senza reddito e senza ammortizzatori sociali, con un danno economico e contributivo che si accumula nel tempo.
C'è poi una conseguenza che i numeri delle dimissioni da soli non riescono a raccontare. Se si incrociassero questi dati con quelli dei centri antiviolenza o dei servizi di assistenza alle donne, si noterebbe con ancora più chiarezza quante di queste lavoratrici si trovano impossibilitate a lasciare un rapporto di coppia difficile proprio perché non hanno un reddito e quindi un’indipendenza economica.
Sarebbe utile lavorare su una politica tutelante e lungimirante nei confronti del tema maternità/paternità
Emergono ancora casi di pressioni, dirette o indirette, da parte dei datori di lavoro?
Le dimissioni in bianco sono quasi scomparse, ma le pressioni no. Ai colloqui si chiede ancora se si è sposate e se si ha intenzione di avere figli, solo con modalità più velate. Nella pratica queste pressioni si esercitano soprattutto attraverso la flessibilità negata: l’azienda non accorda il part-time, oppure lo concede in fasce orarie che sa essere incompatibili con la gestione dei figli. Non mancano casi in cui è il datore di lavoro stesso a spingere verso le dimissioni, facendo leva sulla NASpI: due anni di indennità davanti, senza bisogno di raggiungere un accordo tra le parti, con il futuro del rapporto di lavoro volutamente lasciato nel vago.
Cosa servirebbe concretamente per ridurre il numero di dimissioni delle madri lavoratrici?
La prima misura necessaria riguarda i contratti di lavoro. Oggi molti di questi prevedono una percentuale massima di part-time ma senza specificare a chi vada assegnata. Quella quota potrebbe toccare a donne prossime alla pensione, a uomini con invalidità, a lavoratrici i cui figli sono ormai grandi. Non basta: servirebbe blindare il part-time post-maternità con orari realmente tutelanti. Sul fronte economico è bene ragionare su un cambio di approccio. Sarebbe utile lavorare su una politica tutelante e lungimirante nei confronti del tema maternità/paternità, il cuscinetto della NASpI è un aiuto importante ma non è assolutamente la soluzione al problema. L’obiettivo dovrebbe essere investire sulla permanenza al lavoro, piuttosto che finanziare l’uscita.
So langsam dämmert es den …
So langsam dämmert es den .........? Politikern, rund 40 % der Bevölkerung (... ganz speziell die Frauen, von denen viel -g r a t i s - A R B E I T- auch noch ...? Kinder erwartet werden) so arm zu machen, dass beide Eltern arbeiten müssen um die 20 % höheren Lebenshaltungs-Kosten zu stemmen!"
... + das Alles für den hoch-gepriesenen Wirtschafts-Zweig, „der nur müde 12 % zur Wirtschaft beiträgt + in vielen Bereichen Löhne zahlt, von denen man nicht das ganze Jahr leben kann!“
Für Eltern die keine Großeltern in erreich-barer Nähe haben, beginnt + endet der Tag mit einem dauerden nach Minuten-rechnen, das fast immer schief geht!
Wann wagen sich die ... ...??? Politiker „endlich an die Arbeits-Zeiten der Tanten heran, die sich rabiat an den Schulkalender klammern, obwohl sie keine Korreckturen + viel weniger Vorbereitungen vor-zu-weisen haben!“