Film | Recensione

Almodóvar contro Almodóvar

Amarga Navidad: con il suo venticinquesimo film il regista spagnolo trasforma la crisi creativa in metacinema, scopre che il melodramma non gli serve più e finisce per scrivere di sé attraverso la storia di una donna in lutto.
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Una donna, segnata dalla morte della madre, carica una valigia e parte. Vent’anni dopo un uomo apre un file vuoto e comincia a scrivere di lei. Si chiama Raúl. Potrebbe chiamarsi Pedro. Almodóvar lo sa, noi lo sappiamo. Amarga Navidad è il suo venticinquesimo film, presentato in concorso al Festival di Cannes 2026.

Cos’è

Il film intreccia due piani temporali. Nel dicembre 2004 Elsa (Bárbara Lennie), una regista di spot pubblicitari che ha appena perso la madre, fugge dalla routine recandosi a Lanzarote per le festività con l’amica Patricia (Victoria Luengo), lasciando il fidanzato Bonifacio (Patrick Criado) a Madrid.

Nel presente Raúl (Leonardo Sbaraglia) è uno sceneggiatore in crisi creativa che decide di scrivere proprio la storia di Elsa, trasformando lutto ed esperienze altrui in materiale narrativo. Presto diventa chiaro che Raúl è una proiezione autobiografica dello stesso Almodóvar: un artista che si interroga sul confine, spesso sottile, tra ispirazione e appropriazione del dolore reale.

Curzon

Com’è

Amarga Navidad è una confessione mascherata da finzione, o forse una finzione mascherata da confessione. Raúl porta addosso tutti i segni riconoscibili dell’alter ego almodóvariano: la Madrid satura di rosso e giallo, i rapporti sentimentali come campi minati emotivi, il lutto che non si elabora ma si archivia in una sceneggiatura. È un meccanismo rodato, ma qui applicato con una lucidità quasi spietata verso se stesso. La domanda che il film si porta dietro – fino a che punto l’artista ha il diritto di cannibalizzare chi gli sta vicino? – non trova mai una risposta diretta. Ed è una domanda che pesa, perché il film stesso ne è la dimostrazione: anche questa storia, anche questo dolore, anche questi personaggi sono stati cannibalizzati per fare cinema. 

 

Amarga Navidad è una confessione mascherata da finzione, o forse una finzione mascherata da confessione

 

Il prezzo si vede nella struttura. Il presente di Raúl assorbe energia a scapito della storia di Elsa, che finisce per funzionare più da pretesto drammaturgico che da contrappeso. Il 2004 non ha il tempo di sedimentarsi prima che il film torni al 2026. È una nota stonata, ma probabilmente anche questa è una scelta: perché Amarga Navidad è costruito deliberatamente imperfetto, zoppicante, a tratti irritante. È il gesto di chi non ha più niente da dimostrare e proprio per questo può permettersi tutto: trasformare la paura di aver già dato il meglio di sé, di essere diventato, senza accorgersene, un autore che vive di rendita, nel vero soggetto del film. Almodóvar non solo affronta questa paura: la mette in scena, la abita, la firma. E poi, nei titoli di coda, con la precisione di chi sa esattamente cosa stava facendo, rivela quale avrebbe dovuto essere il film vero, il personaggio giusto, la storia giusta, l’inizio che non c’è stato. È una provocazione calcolata fino all’ultimo fotogramma.

Eppure, paradossalmente, è anche l’opera in cui il filmmaker spagnolo rinuncia alla sua arma più potente. Per quarant’anni il suo cinema è stato una cattedrale del melodramma – un luogo dove le emozioni non venivano mai lasciate a se stesse, ma sempre amplificate, sottolineate, portate all’eccesso. Qui questo non succede. I personaggi tribolano, ma il film non insiste. Non rimarca. La sofferenza fisica non è dramma, è amministrazione quotidiana. È forse il segno più eloquente di quanto questo film sia lontano dal vecchio Almodóvar. Chi cerca Todo sobre mi madre o Volver troverà la sala più fredda del previsto. Amarga Navidad è il film di un regista che ha smesso di chiedersi come commuovere il pubblico e ha cominciato a chiedersi cosa rimane quando si toglie lo spettacolo. La risposta è scomoda, parziale, onesta: resta un uomo che scrive per sopravvivere a se stesso.