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La crisi degli asili nido

In Alto Adige il taglio a 36 ore delle educatrici pesa sui servizi ed ogni Comune si arrangia con soluzioni spesso parziali. “Devono ridurre il servizio o assumere”, accusa Cappello (CGIL).
asilo kindergarten
Foto: Ksenia Chernaya - Pexels
  • Il problema dei turni degli asili nido è sistemico. In Alto Adige le strutture educative pubbliche destinate ai bambini fra i tre mesi e i tre anni, sono presenti solo in quattro comuni: Bolzano, Bressanone, Laives e Merano. In tutti gli altri il servizio è gestito da cooperative sociali, anche se le strutture sono di proprietà comunale. Dal 1° gennaio 2026 l’orario di lavoro delle educatrici degli asili nido pubblici è passato da 38 a 36 ore settimanali, causando problemi al servizio a diverse famiglie. Come raccontato da SALTO, alcuni genitori lamentano disservizi, cambiamenti improvvisi e un peggioramento della qualità, in particolare per scioperi e assemblee sindacali che hanno comportato chiusure o riduzioni del servizio. 

    “La sfida principale oggi è riuscire a garantire lo stesso servizio con meno ore di lavoro – spiega Markus Cappello, sindacalista della CGIL per l’Azienda servizi sociali Bolzano (ASSB) e gli Enti locali Oltradige e Bassa Atesina –. Dal punto di vista sindacale, il problema è evidente: se tolgo due ore di lavoro alle educatrici, dovrei ridurre anche il servizio di due ore, oppure dovrei assumere più personale”. 

     

    “Per coprire tutti i turni necessari servirebbe circa il 15\20% in più delle persone attualmente impiegate”

     

    Se l’orario di apertura non può essere modificato, la prima soluzione è sicuramente quella di assumere più personale. “Questo però implica anche un maggiore cofinanziamento da parte della Provincia ai comuni, servono più assunzioni e più risorse economiche”, aggiunge Cappello. Al momento le educatrici occupate negli asili nidi pubblici sono circa 180-200: 120-140 a Bolzano, 25 a Laives, una ventina a Merano e una quindicina a Bressanone. “Per coprire tutti i turni necessari servirebbe circa il 15\20% delle persone attualmente impiegate”, afferma Cappello. Si tratterebbe di circa 25\30 nuove unità.

  • Markus Cappello: “La sfida principale oggi è riuscire a garantire lo stesso servizio con meno ore di lavoro” Foto: Markus Cappello
  • In realtà, a Bolzano la richiesta fatta alla Provincia è stata molto più bassa: cinque “jolly” al 75%. “Personalmente non capisco questa scelta: forse si teme di chiedere troppe risorse, ma credo che a Bolzano servirebbero almeno una dozzina di educatrici a tempo pieno”, commenta Cappello. Da ottobre la città di Bolzano non ha una figura dirigenziale dell’azienda servizi sociali, dopo che la Giunta ha scelto di rifare il bando, non avendo trovato nessuna persona adatta. “L’assenza del direttore generale sicuramente non aiuta, ma non è, secondo me, la causa principale di questa situazione. Il problema è più profondo: è un modo di lavorare che fatica a programmare e ad assumersi responsabilità”, afferma il sindacalista.

    “Le figure che potrebbero prendere decisioni ci sono. Il passaggio alle 36 ore era noto da tempo e si sarebbe potuto preparare per tempo, invece si è arrivati all’ultimo momento. In generale, l’organizzazione tende a lavorare in emergenza, senza pianificazione. Anche quando si propone di anticipare i cambiamenti, spesso si risponde che non è ancora il momento perché non è tutto formalmente definito. Anche in passato, con la precedente direttrice, le grandi questioni non sono state risolte”, commenta Cappello.

     L’opzione di ridurre gli orari dei nidi non piace né alla politica né alla cittadinanza, ma la soluzione dell’aumento del personale potrebbe, secondo Cappello, creare altre problematiche: “C'è un conflitto con il principio educativo della continuità, cioè l’idea che il bambino abbia una figura di riferimento stabile. Se si aumentano le educatrici per coprire i turni, il bambino rischia di avere troppe figure diverse. Non è come in altri settori, dove basta aumentare il personale e distribuire i turni”. Inoltre, trovare personale qualificato non è facile, e anche quando si trova non è immediato inserirlo.

  • Il municipio del Comune di Bolzano. Foto: Seehauserfoto
  • C'è poi il problema della didattica. Le operatrici dei nidi sono passate da “assistenti” a “educatrici” proprio per valorizzare il ruolo educativo. “Questo però implica anche il diritto ad almeno 2-3 ore settimanali di programmazione che, con la riduzione dell’orario spesso viene meno”. Ne è un esempio Bolzano, dove ASSB ha scelto di compensare la riduzione delle ore togliendo tempo alla programmazione. “Prima le educatrici accumulavano circa due ore settimanali di attività non frontali, ora solo una. Questo significa recuperare ore di lavoro diretto, ma a scapito della qualità. Questa soluzione, tra l’altro, non è stata condivisa con i sindacati”, aggiunge Cappello. 

    Quello che serve, secondo il sindacalista, è un nuovo modello di gestione, costruito insieme ai sindacati. “Se la Provincia decide da sola, rischia di basarsi solo su parametri, numeri e costi, e poi di proporre soluzioni che nella pratica non funzionano”.

  • Le soluzioni negli altri Comuni

    Per risolvere la questione legata al nuovo orario, a Laives c'è stata un’importante mobilitazione sindacale. “Inizialmente si era trovata una soluzione condivisa con il comune: ridurre l’orario di apertura il venerdì di due ore”. Poi però questa proposta è stata bloccata dall’Agenzia per la famiglia. “Dal punto di vista dei lavoratori sarebbe stata una buona soluzione, ma come cittadini si capisce anche che avrebbe creato difficoltà alle famiglie”, spiega Cappello.

    A quel punto si è cambiata strategia e si è chiesto di assumere più personale. Il comune di Laives ha quindi modificato la pianta organica, aggiungendo cinque posti di educatrice. “Questa decisione è stata presa anche grazie alla pressione delle lavoratrici, che avevano dichiarato di non voler più lavorare oltre le 36 ore”. Il problema ora è capire se queste posizioni verranno effettivamente coperte in tempo, perché ci sono comunque tempi tecnici e vincoli.

    A Merano si stanno adottando altre soluzioni. Da una parte si ricorre alla cosiddetta “precettazione”, cioè si impiegano persone senza i requisiti richiesti, con un atto straordinario del sindaco, per garantire il servizio in emergenza. “È una soluzione molto precaria, perché non si tratta di veri contratti di lavoro e può interrompersi da un momento all’altro”, commenta Cappello. Dall’altra parte, Merano ha previsto la chiusura di alcuni pomeriggi al mese.

  • Foto: KFS
  • A Bressanone, invece, le educatrici hanno trovato un accordo interno: i part-time hanno aumentato la loro percentuale di lavoro e i full-time hanno dato disponibilità a svolgere ore aggiuntive. In questo modo si riesce a mantenere il servizio senza grandi cambiamenti organizzativi. “Tuttavia, è una soluzione fragile, perché dipende dalla disponibilità volontaria di tutte le lavoratrici”, aggiunge il sindacalista.

    Quello che serve, secondo il sindacalista, è un nuovo modello di gestione, costruito insieme ai sindacati. “Se la Provincia decide da sola, rischia di basarsi solo su parametri, numeri e costi, e poi di proporre soluzioni che nella pratica non funzionano”. Al momento l’assessora Pamer ha promesso l’organizzazione di un tavolo di lavoro ma, secondo Cappello, è già tardi. Inoltre, i sindacati lamentano di essere stati esclusi dalla fase decisionale, venendo coinvolti solo a posteriori. “Questo approccio rischia di produrre soluzioni calate dall’alto, basate più su esigenze politiche e organizzative che sulla reale funzionalità del servizio e sui bisogni di lavoratori e bambini”, conclude il sindacalista.