Feltrinelli, le BR e i servizi dell'est
-
“Donát”, “Vento”, “Gianni”, “Marco” e poi decine di altri identificativi, alias, informatori, mediatori, militanti. Figure note e perfetti sconosciuti. Sono alcuni dei nomi che compaiono nei fascicoli dello StB, il servizio segreto della Cecoslovacchia, oggi conservati nell’Archiv bezpečnostních složek — l’ABS — nella palazzina forse più brutta, austera e “ex comunista” del centro storico di Praga. Un archivio vasto, frammentato, pieno di rapporti, di appunti di sorveglianza, di elenchi, verifiche.
-
A “Donát” corrisponde per esempio il grande giornalista Corrado Augias. La notizia della sua presenza nelle liste fu diffusa per la prima volta nel 2009 attraverso un attacco al veleno del Giornale (si veda il box in fondo all’articolo, ndr). Tra i vari nomi noti c‘è poi anche quello di Matteo Secchia, fratello di Pietro, il duro del PCI degli anni Cinquanta che voleva proseguire nella lotta partigiana, buon amico di Giangiacomo Feltrinelli. Ci sono molti documenti che consentono di realizzare ritratti ben delineati, mentre ciò che emerge su “Giangi” è tutt’altro che netto e semplice da interpretare.
Dopo aver esaminato qualche migliaio di pagine la prima conclusione è controintuitiva rispetto alla solita “vulgata”. Dai documenti cechi, cioè, non esce la figura di un Feltrinelli “agente StB”. Non compaiono le formule tipiche di un collaboratore, non c’è traccia di un rapporto operativo diretto. A precisa domanda, gli storici dell’archivio di Praga che hanno fornito il materiale per questa ricerca sono stati chiari: per loro Feltrinelli non era né un agente né un informatore del servizio segreto cecoslovacco. Cosa che del resto sembra essere confermata da una serie di documenti in cui il ministro dell’interno ceco chiede un rapporto ai servizi dopo che l’allora suo omologo Francesco Cossiga, nel 1977, aveva lanciato pesanti accuse alla “Cecoslovacchia” come regista del “terrorismo rosso”.
Ciò precisato, le cose da dire sono molte. Perché se è vero che GGF non appare come agente, è altrettanto vero che non appare nemmeno come un semplice viaggiatore.
Il punto di partenza per affrontare il discorso è geografico, e riguarda direttamente l’Alto Adige e le sue montagne. La via di fuga che collegava l’Italia alla Cecoslovacchia attraverso l’Austria era soprannominata dai servizi di intelligence italiani il “sentiero Feltrinelli”. Lo ha raccontato il giudice Rosario Priore, il magistrato che più di chiunque altro ha indagato sul terrorismo italiano degli anni di piombo: la rotta partiva dai boschi che attraversavano le proprietà di quella famiglia nel Trentino e nel Friuli, proseguiva in territorio austriaco e arrivava al confine cecoslovacco. Un percorso “sicuro” usato da molti fuggitivi — si può ipotizzare anche dai terroristi sudtirolesi — ben prima che Feltrinelli entrasse in clandestinità nel dicembre 1969.
-
Sibilla Melega, nell’intervista riportata da Ferruccio Pinotti nel suo libro Untold, lo conferma: “Giangiacomo aveva molti rapporti con Praga. All’epoca chi voleva andare a Cuba doveva passare per Praga: era uno dei pochi aeroporti che aveva un volo diretto per l’Avana”. La capitale ceca non era solo una destinazione. Era un nodo. Un punto di smistamento tra il mondo rivoluzionario europeo e quello latinoamericano, tra la sinistra extraparlamentare italiana e i servizi segreti del blocco sovietico. Era una sorta di gigantesca “safe house”.
Quanti viaggi fece Feltrinelli a Praga? Secondo il misterioso - e anche abbastanza assurdo - romanzo storico anonimo L’Intuizione edito da Bertani — pubblicato nel 1982, oggi difficile da trovare — la risposta è: ventidue. “La polizia sa benissimo che 2G fece la bellezza di ventidue viaggi a Praga”. Davvero tanti, forse troppi. Ma è certo che siano più dei cinque che risultano alle autorità cecoslovacche, come vedremo, alcuni anni dopo la morte dell’editore.
Feltrinelli ufficialmente non era dunque un agente ceco, ma dai fascicoli dello StB compare un primo tentativo di avvicinamento nei primi anni Cinquanta. Non è un’indicazione vaga: c'è un nome in codice, “Olaber”, e dietro quel nome una persona reale — uno studioso toscano già anziano all’epoca che ha senso lasciare riposare in pace senza farne il nome — incaricata di entrare in contatto con Feltrinelli e valutarne il profilo. Il contesto è definito dalle carte stesse: nelle pagine in cui compaiono i nomi in codice “Gianni” e “Marco”, lo StB mette nero su bianco una priorità strategica, la necessità di infiltrarsi nella Jugoslavia del “traditore Tito”.
È in quel quadro che Feltrinelli diventa interessante. Non per ragioni astratte, ma per motivi concreti. I documenti fanno capire che l’editore milanese frequentava già quell’area e Praga per affari: il commercio del legno e della cellulosa, materia prima essenziale per l’editoria. Ma nelle carte non si legge nulla a proposito di un successivo reclutamento. A nessun titolo.
Fin da prima della rivoluzione cubana del 1959, probabilmente per il suo rango imprenditoriale e per l’iscrizione al PCI, Feltrinelli gode comunque di un trattamento speciale. Nell’archivio dei servizi si trova un documento del 1951, con un Giangiacomo giovanissimo e non ancora editore, in cui viene data esplicitamente indicazione alla polizia di frontiera di “non controllare Feltrinelli” all’aeroporto e neppure il “compagno” che è con lui. Verosimile, dunque, che prima del viaggio si fosse mossa la segreteria del PCI.
-
Nelle carte dell’Stb quindi cala il silenzio. Per anni Feltrinelli quasi scompare. Restano solo citazioni sparse, tra cui la vicenda Pasternak — tutt’altro che marginale. Con la pubblicazione del Dottor Živago Feltrinelli infligge infatti all’Unione Sovietica e ai Paesi dell’Est uno dei colpi d’immagine più pesanti del dopoguerra. Un elemento che rende quindi difficile immaginarlo come un soggetto alle dirette dipendenze del KGB.
Nell’archivio ceco il dossier sull’editore si riaccende dopo la sua morte, negli anni Settanta, quando la Cecoslovacchia finisce sotto attacco politico e mediatico in Italia. In un’intervista al milanese Il Settimanale, l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga nel 1977 parla della possibilità che dietro il terrorismo italiano vi sia il regime cecoslovacco. La stampa radicalizza: “la strategia della tensione ha il suo centro a Praga”, “il cervello delle Brigate Rosse è a Praga”. I servizi cecoslovacchi reagiscono raccogliendo articoli, producendo relazioni e rispondendo alle accuse. Di questo abbiamo moltissime tracce, del loro discolparsi “di fronte a se stessi”. Suona difficile da credere, ma è proprio così.
È in questo contesto che compare un documento centrale: “FELTRINELLI Giangiacomo — verifica nell’archivio SPV”, datato 15 giugno 1977. Una richiesta di chiarimenti interna seguita all’intervista di “Kossiga”. Il contenuto è burocratico, difficilmente manipolabile. Secondo il rapporto inviato al ministro competente Feltrinelli visitò la Cecoslovacchia cinque volte. Tre volte con il proprio nome. Due volte sotto falsa identità: Giancarlo Scotti. I viaggi sono elencati uno per uno: dicembre 1969, febbraio 1971, aprile 1971, fine maggio-inizio giugno 1971, agosto 1971. In almeno un caso, quello dell’agosto 1971, il documento segnala una procedura anomala: un visto concesso fuori documento di viaggio e uno scopo indicato come “ZÚ Kuba/R”, cioè un riferimento alla rappresentanza diplomatica cubana. Quello dell’editore non è dunque il profilo di un turista. La stessa relazione conclude che Feltrinelli ha effettivamente utilizzato un passaporto sotto il nome Scotti e che coincidono fotografie e grafia.
C'è una domanda che vale la pena porsi. Perché nel 1977 lo StB incarica un suo ufficiale di fare una verifica su Feltrinelli trattandolo come un soggetto esterno — elencando i suoi ingressi, verificando i documenti, certificando l’uso di falsa identità? Se Feltrinelli fosse stato un agente o informatore, quella verifica non avrebbe senso: un servizio non produce un dossier formale su un proprio uomo come se stesse descrivendo un estraneo. Quel documento è scritto per qualcuno all’interno dell’apparato cecoslovacco, non per i posteri. Non è stato redatto pensando alla futura desecretazione e per confondere le idee dei posteri. È, in un certo senso, una prova della sua stessa credibilità: certifica un rapporto di conoscenza, non di appartenenza.
Qui vale la pena aprire una riflessione sull’assenza di documentazione più esplicita nell’archivio dell’ABS. In interrogatori dell’epoca il generale disertore Sejna dice che i campi di addestramento che avrebbero registrato la presenza di centinaia di militanti della sinistra rivoluzionaria europea — a partire ovviamente dallo stesso Feltrinelli, dai BR Franceschini, Curcio e Pelli — erano gestiti dal GRU, il servizio segreto militare sovietico, distinto dal KGB e non dallo StB cecoslovacco.
-
Un’ipotesi del tutto verosimile. Ciò farebbe sì che la documentazione relativa a quelle operazioni non starebbe a Praga ma a Mosca, negli archivi del GRU. Il GRU, oggi formalmente denominato GU, la Direzione Generale dello Stato Maggiore della Federazione Russa, non ha mai declassificato nulla e difficilmente lo farà. L’assenza di carte nell’archivio ceco su questo specifico filone non è quindi una smentita: è esattamente quello che ci si aspetterebbe, pensando che durante la guerra fredda la regia di tutto era nelle mani dei sovietici.
L’ex giudice Priore, nel suo libro scritto con Giovanni Fasanella Intrigo internazionale, analizza la rete cecoslovacca dell’editore in questi termini: “Feltrinelli era di casa a Praga. E sin dai tempi della sua militanza nel PCI intratteneva strettissimi rapporti con l’ala insurrezionalista di quel partito, con quei partigiani che, finita la Resistenza, pensavano che la lotta armata dovesse continuare per instaurare il comunismo anche in Italia”. Alcune di queste figure, secondo Priore, frequentavano corsi di formazione ideologica e pratica. “In alcuni casi anche di formazione pratica di tipo rivoluzionario, diciamo così. In ogni modo tutto questo comportava che ci fossero rapporti con le strutture della Cecoslovacchia e con la sua intelligence”.
L’asse attorno a cui ruotava il gruppo dei fuoriusciti cecoslovacchi era, secondo Priore, quello formato da Pietro Secchia — l’ideologo, l’uomo che sognava la rivoluzione — Francesco Moranino e Giangiacomo Feltrinelli. Moranino era un caso a sé: partigiano e politico biellese, condannato all’ergastolo in contumacia nel 1956 per una strage del 1944, era fuggito in Cecoslovacchia dove aveva “studiato” in una scuola di sabotaggio dei servizi cecoslovacchi e lavorato in una radio. “Secchia era l’ideologo, l’uomo che sognava la rivoluzione. Feltrinelli era l’uomo di ‘influenza’ nel mondo della cultura, ma anche il personaggio che determinò il salto alla lotta armata”, dicono i due studiosi.
Di questi tre, Feltrinelli era, secondo Priore e Fasanella, il più interessante. “Perché era molto complesso, il più sfuggente. E tuttora il suo pensiero meriterebbe studi approfonditi; le sue azioni e i suoi contatti, che non si limitavano ai soli Paesi comunisti, si estendevano alla Francia e all’Inghilterra”. Quindi, “dire che fosse un agente cecoslovacco è impegnativo e riduttivo allo stesso tempo. Perché grande e sofisticata era la sua personalità, troppo per essere incasellato in una definizione precisa. Feltrinelli è stato un uomo di influenza di altissimo livello, a cui erano state affidate delle funzioni”. Quali funzioni? “L’inizio della lotta armata in Italia coincide con l’azione del gruppo Feltrinelli, i cosiddetti GAP. L’editore aveva messo radici a Praga, dove disponeva di alcune abitazioni. Svolgeva anche dei compiti particolari nell’area del Mediterraneo e in America Latina, due zone che per tradizione erano sempre state date in cura dal comunismo moscovita e internazionale alla sinistra italiana”.
Non è chiaro quali fonti dirette abbia Priore, ma essendo queste valutazioni di un ex giudice ha senso riportrarle.
Il quadro si complica ulteriormente con il caso di Augusto Viel. Questi è un militante della sinistra armata italiana, legato al gruppo XXII Ottobre, ricercato per omicidio, rapine e sequestro di persona. Le carte dell’ambasciata italiana a Praga lo danno rifugiato in Cecoslovacchia nel 1971. I controlli cecoslovacchi su un indirizzo di Praga non trovano riscontri — segno di coperture e domicili fittizi. Ma altri documenti indicano che Viel rimase per mesi nel Paese e che Feltrinelli lo portò lì e lo andò a prendere per riportarlo in Italia, da dove sarebbe dovuto partire verso un Paese africano. È un’operazione che difficilmente si spiega con la sola iniziativa personale sganciata da qualsiasi regia superiore.
Sul fondo resta il tema delle armi, che sarà cruciale negli sviluppi di questo racconto. In un documento presente nell’archivio cecoslovacco che riassume accuse della stampa italiana si parla di “un grande carico destinato al Libano del Nord nel 1971 e del ruolo della società statale Omnipol, descritta come centrale nelle operazioni di esportazione e manipolazione di armamenti”. Non è una prova diretta contro Feltrinelli, ma il dato cronologico è lo stesso: il 1971 è l’anno in cui Feltrinelli si muove dentro e fuori dalla Cecoslovacchia anche sotto falsa identità. Ed è anche l’anno in cui, secondo altre fonti, l’editore entra nel radar del Mossad per traffici di armi verso il Medio Oriente.
Per il resto le risposte cecoslovacche sul terrorismo italiano, conservate nell’archivio di Praga, restano ambigue. Nei documenti si ammette la presenza nella capitale di figure come Fabrizio Pelli e Alberto Franceschini, ma si negano legami operativi. Allo stesso tempo, però, nei documenti StB si registra come “pericoloso” il fatto che alcuni brigatisti abbiano dichiarato di essere stati addestrati in Cecoslovacchia, auspicando che non lo dicano pubblicamente.
-
È in questo stesso quadro che va inserita la figura di Jaroslav Novak — romano, nato l'11 luglio 1947, di origini cecoslovacche, figlio di profughi fuggiti dal Paese dopo le elezioni del 1948 che diedero la maggioranza al Partito comunista. Studente fuori corso di Scienze Politiche alla Sapienza, militante di primo piano del direttivo romano di Potere Operaio, animatore del periodico Linea di Condotta. Novak sembra essere stato il tramite operativo tra Feltrinelli e l’ambiente cecoslovacco in Italia.
Secondo la valutazione di Carlo Fioroni (di Potere Operaio, l’uomo cui è intestato il furgone ritrovato a Segrate, ndr), Novak era “il capo politico di un organismo militare, l’uomo di fiducia di Piperno (leader di Potere Operaio)” — non un capo militare, ma un coordinatore politico di alto livello che si muoveva nelle situazioni più delicate. Partecipò anche al progetto — poi abbandonato — di assalire il Casinò di St. Vincent: Feltrinelli pagò il soggiorno nell’albergo lussuoso vicino a St. Moritz e il sopralluogo a St. Vincent, dandogli un paio di milioni con cui pagarono le spese e acquistarono un cannocchiale e una macchina fotografica tascabile.
L’interesse dei servizi cecoslovacchi per l’Italia e per l’area era comunque molto più ampio e trasversale. Diversi studi in lingua tedesca sul terrorismo sudtirolese — dai lavori di Christoph Franceschini e Hans Karl Peterlini fino a ricerche accademiche più recenti e a materiali emersi dagli archivi dell’ex StB — documentano tentativi di contatto, in diversi casi pure riusciti, infiltrazione o monitoraggio da parte dei servizi dell’Est anche nei confronti degli ambienti dei “Freiheitskaempfer”. In questo quadro compare ad esempio anche la figura di Norbert Burger, esponente della destra pangermanista, che secondo più fonti avrebbe usato un manuale di guerriglia della DDR. Nel documento CIA che inseriamo qui lo vediamo, invece, in contatto con l’ex nazista Skorzeny (l’uomo che liberò Mussolini sul Gran Sasso) che risulterà essere pure un “operativo” del Mossad e “sponda” spagnola del traffico d’armi tra Germania-Bolivia e Israele di cui parleremo a lungo nelle prossime puntate.
-
Il dato è rilevante perché rompe uno schema troppo semplice: non esiste una linea ideologica unica nei contatti dei servizi. Lo StB, come altri apparati della Guerra Fredda, cercava punti di accesso, non alleati “coerenti” dal punto di vista ideologico. Poteva quindi osservare, infiltrare o persino utilizzare ambienti tra loro opposti — separatismo sudtirolese, circuiti della destra radicale — purché utili a ottenere informazioni o a esercitare pressione su aree sensibili come il confine alpino e la Jugoslavia di Tito.
Messo insieme, il quadro che emerge non è, dunque, quello di Feltrinelli-agente, ma qualcosa di più complesso. L’editore appare chiaramente come un soggetto che si muoveva dentro un sistema di accessi, protezioni e relazioni internazionali, in cui servizi segreti, diplomazie parallele e reti politiche si sovrapponevano. Praga, in questo sistema, non era il centro di comando unico, ma un “porto sicuro” nel cuore dell’Europa. Il fatto che la città boema avesse una sorta di “linea diretta” (non solo dal punto di vista dei collegamenti aerei) con la Cuba di Fidel Castro può forse far ipotizzare che, per la parte riguardante falsificazione di documenti e creazioni di identità false e coperture, il Feltrinelli “clandestino” possa aver agito appoggiandosi ad una struttura di intelligence come quella cubana. Potrebbe.
-
Il fascicolo Donát-Augias
Il fascicolo è conservato nell’Archivio dei servizi di sicurezza cechi con la segnatura 10443/311, sezione “Hlavní správa rozvědky SNB — Itálie”, 140 pagine di scansioni. Il numero di registrazione attribuito dai cecoslovacchi alla fonte è 304018. Il nome in codice: “Donát”. Dietro quel nome c'è Corrado Augias.
I documenti lo descrivono così: giornalista e funzionario RAI, reparto esteri, iscritto al PSI, nato il 16 gennaio 1935. L’ufficiale operativo responsabile del caso è Jaroš, in servizio alla residenza cecoslovacca di Roma, che firma tutti i verbali di incontro. Il primo contatto documentato risale al 22 maggio 1963, in un ristorante vicino alla Chiesa Nuova. Da lì, per quattro anni, si susseguono decine di riunioni: bar Rosati, ristorante Archimedes a Piazza San Carlo, casa di Augias in Via Giulio Cesare Santini 18.
Il Evidenční list výdajů — il “registro delle uscite per l’agente” — elenca pagamenti regolari versati direttamente ad Augias in lire italiane, dal 1963 al 1967, chiuso il 13 maggio 1968: 196.940 lire in totale. Nel 1964 Jaroš scriveva: “Sarà necessario discutere con D. la possibilità di sfruttare sua moglie e, sulla base dei risultati, preparare una proposta di verbovka” — il reclutamento formale. La moglie Daniela, nata il 26 settembre 1941, lavorava al Ministero della Marina e veniva valutata come potenziale fonte collaterale. Il reclutamento formale non fu mai completato. La scheda di chiusura, redatta nel 1971, è fredda: “Nel corso di quattro anni non furono praticamente acquisiti dati operativi di rilievo.”
Foto: Wikipedia -
Articoli correlati
Kultur | Feltrinelli story/6Intermezzo anarchico con bomba carta
Kultur | Feltrinelli story/5“Südtiroler: fate la rivoluzione”
Kultur | Feltrinelli story/4Feltrinelli scrive a Langer e Canestrini
Acconsenti per leggere i commenti o per commentare tu stesso. Puoi revocare il tuo consenso in qualsiasi momento.