Economia | IA e territorio

La valigetta e la chiave API

Christensen descrisse il meccanismo trent'anni fa: la disruption entra dal cliente che nessuno vuole servire. L'IA lo accelera e abbatte l'attrito che proteggeva la periferia digitale. Il territorio ha già vinto una partita così. Può decidere se rigiocarla.

Avvertenza: Questo contributo rispecchia l'opinione personale dell'autore e non necessariamente quella della redazione di SALTO.

collezione privata A.Zuech

Mio padre negli anni '70 usciva di casa la mattina con una valigetta piena di materiale digitale. Era Customer Engineer IBM a Bolzano, e i suoi clienti si chiamavano Forst, Acciaierie, Casse Raiffeisen, Comune. Dentro quelle sale macchine girava calcolo che arrivava dal gigante più globale che il mondo avesse mai visto — ma il gigante aveva una faccia, un cognome e un numero di telefono locale. Se il sistema si fermava, qualcuno nelle vicinanze saliva in macchina.

Quel mondo non è morto di vecchiaia. È stato eroso dal basso, da macchine più piccole e obiettivamente peggiori — i mini, poi i micro — che i giganti guardavano con sufficienza, perché i loro clienti migliori non le volevano. 
Clayton Christensen, anni dopo, avrebbe dato un nome al meccanismo nel Dilemma dell’innovatore: la disruption non arriva quasi mai dal concorrente più forte. Arriva dal prodotto scadente che costa meno e serve il cliente che nessuno aveva voglia di servire. Sto leggendo quel libro in queste settimane, e ho il sospetto che parli di noi più di quanto parlasse dell’America degli anni Novanta.

Perché nel vuoto lasciato da quell’erosione, anche qui nella provincia, è successa una cosa precisa: sono nate le software house locali. Il micro aveva abbattuto il costo d’ingresso, e improvvisamente bastava un tecnico che conoscesse davvero un mestiere — l’albergo, la cantina sociale, lo studio del commercialista — per scrivere il gestionale che quel mestiere aspettava. Nicchie piccole, difese non dalla qualità del prodotto ma dall’attrito: il bilinguismo, le normative locali, la prossimità, le relazioni costruite in vent’anni di sale macchine e di cene. Anch’io, nel 1994, sono passato da quella porta — con i cavi di rete al posto dei gestionali.

Poi la finestra si è richiusa. Il software è tornato una questione di scala, il capitale è tornato a contare, i consolidatori hanno cominciato a comprare. E il territorio si è assestato nella posizione che conosciamo: nicchie comode, canoni di manutenzione rinnovati per inerzia, gestionali che girano da vent’anni perché funzionano. E perché cambiare costa.

L’attrito che evapora

L’intelligenza artificiale è, prima di ogni altra cosa, una macchina che elimina attrito. E l’attrito era esattamente ciò che proteggeva la periferia.

Tre persone a Lisbona oggi possono localizzare un prodotto in tedesco, garantire assistenza bilingue, costruire un verticale per l’hôtellerie alpina senza aver mai visto le Dolomiti. Quello che richiedeva una squadra e anni di presenza sul territorio richiede abbonamenti da qualche centinaio di euro al mese, più una conoscenza del dominio che si può comprare, affittare, o estrarre con qualche intervista fatta bene.

La porta d’ingresso, poi, è già segnata. È l’azienda familiare con l’IT senza budget e la direzione schiacciata sui costi: il cliente su cui il fornitore — nazionale o locale che sia — margina poco e investe meno, servito con offerte industrializzate e poca voglia. Christensen dedica il libro intero a questa scena. Il nuovo entrante offre qualcosa di peggiore ma abbastanza buono, a un terzo del prezzo, proprio lì. E chi il mercato lo presidia da decenni lo guarda arrivare e vede un giocattolo: due ragazzi con degli agenti software. I produttori di mainframe videro la stessa cosa.

La parte più scomoda del libro è che gli incumbent non perdono per stupidità. Perdono facendo tutto giusto: ascoltano i clienti migliori, difendono i margini, industrializzano l’offerta. La trappola è razionale, ed è per questo che funziona.

Vivaio o riserva di caccia

Per trent’anni abbiamo spiegato il nostro nanismo digitale con argomenti rispettabili: siamo piccoli, i capitali sono altrove, l’innovazione vera si fa dove stanno i fondi. Era una spiegazione onesta. Sta scadendo.

Costruire software è diventato economico. Il capitale non è sparito — si è spostato. A monte, dentro i tre o quattro fornitori di modelli da cui ogni nuova bottega dipende, la tecnologia più capital-intensive della storia umana. E a valle, nella fatica di farsi trovare quando il costo d’ingresso è crollato per tutti: costruire è a buon mercato, vincere no. Ma la barriera che per decenni ha giustificato la rinuncia — dieci sviluppatori, un round di finanziamento, un ufficio a Milano — quella non c’è più.

E qui la lama taglia dalla nostra parte, volendo. Le condizioni che espongono il territorio alla disruption — piccola scala, poca gerarchia, filiere corte — sono le stesse che Christensen indica come vantaggio di chi la disruption la fa. Se il software torna bottega, artigianato ad alta conoscenza e bassa intensità di capitale, il gioco si sposta su un terreno che l’Italia dei distretti conosce da un secolo. La risorsa scarsa diventa il sapere di dominio: come funziona davvero un albergo, un caseificio, una linea di confezionamento, una cooperativa di quattrocento soci. Di questo sapere l’Alto Adige è pieno. Le finestre degli anni Ottanta si aprirono su molto meno.

Perché allora si gioca quasi sempre in difesa? Non per incomprensione. Le nicchie comode pagano ancora, e finché pagano nessun attore razionale le abbandona: il conto economico dell’anno in corso vince sempre sul mercato che verrà. Capire non basta — è precisamente questo il dilemma del titolo. E la postura da incumbent non dipende dalla dimensione: si può pensare da incumbent in tre persone, e recitare da startup in tremila, con tutti i rituali dell’agilità esibiti in bella vista. La struttura si compra. La postura no.

Il gigante da cui questa nuova ondata dipende non ha un tecnico a Bolzano. Non ha un cognome, non ha un numero locale, e la prossimità non è nemmeno prevista dal suo modello di business. I corridoi della Forst, però, nessun modello li ha mai percorsi. Quel sapere abita ancora qui.

La finestra si è riaperta. L’ultima volta è rimasta aperta una decina d’anni.