Società | L’intervista

“Ci si può e ci si deve difendere”

Micro-aggressioni, outing, mobbing legati a orientamento sessuale e identità di genere: Andreas Unterkircher, responsabile CGIL dello Sportello Nuovi Diritti, racconta i dati nazionali, i casi trattati a Bolzano e perché denunciare resta ancora così difficile.

Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.

Immagine: Elyssa Fahndrich/Unsplash

Battute, allusioni, una disparità quotidiana, finché alla vittima non viene voglia di licenziarsi. Per molte persone LGBTQIA+ il mondo lavorativo è ancora un posto dove non conviene rivelare troppo di sé. Per questo da qualche anno CGIL-AGB offre lo Sportello Nuovi Diritti a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori che subiscono trattamenti ingiusti legati al proprio orientamento sessuale o alla propria identità di genere. A Bolzano a occuparsene è Andreas Unterkircher, responsabile CGIL-AGB dello sportello: da qui parte il racconto di come funziona concretamente il servizio, com’è la situazione a livello nazionale e in Alto Adige e del perché, ancora oggi, la maggior parte dei casi resta senza denuncia.

 

SALTO: Partiamo dall’inizio: come nasce lo Sportello Nuovi Diritti e come è arrivato a Bolzano?

Andreas Unterkircher: Lo Sportello Nuovi Diritti è un servizio nazionale della CGIL nato nel 1990. Nel corso del tempo si sono aperti circa 15 sportelli in tutta Italia, con un obiettivo comune: contrastare le discriminazioni sul posto di lavoro legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Quello di Bolzano esiste da alcuni anni e per lungo tempo è stato seguito da una collega della CGIL, Elena Fabiani, che purtroppo è venuta a mancare. Tengo a ricordare qui il suo impegno che ha lasciato un segno importante in questo presidio nel capoluogo altoatesino.

Come ci si può mettere in contatto con lo sportello?

Sia scrivendo una mail all’apposito indirizzo oppure telefonando al numero dedicato. Volendo possiamo anche fissare un appuntamento nella sede CGIL di via Roma a Bolzano per parlare di persona.

Andreas Unterkircher, responsabile CGIL-AGB dello Sportello Nuovi Diritti Facebook/Unterkircher

Come funziona concretamente il servizio?

Prima di tutto cerco di avere un’idea chiara del problema. Cerco di dare consigli pratici, attingendo sia alla mia esperienza come sindacalista che come attivista LGBTQIA+. Per gli aspetti legali mi faccio aiutare dagli avvocati del lavoro di CGIL-AGB. Se occorre intervenire direttamente sul luogo di lavoro, e solo previa delega del lavoratore, coinvolgo il segretario della categoria in questione. Al limite si può anche aprire una vertenza. 

Che tipo di discriminazioni legate a orientamento sessuale e identità di genere incontrate più spesso sul posto di lavoro?

Nella maggior parte dei casi si lamentano micro-aggressioni: battute, allusioni o imitazioni per prendersi gioco della collega o del collega, oppure un trattamento diverso e svantaggioso rispetto agli altri. In alcune situazioni può sfociare in un vero e proprio mobbing, con l’obiettivo di spingere la persona alle dimissioni.

Per le persone transgender e non binarie la situazione è ancora più difficile. Nel senso che hanno difficoltà anche a trovarlo il lavoro

Esistono statistiche a riguardo?

Il fenomeno è conosciuto, ma solo da pochi anni esistono dati concreti. Nel 2022 l’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica) e l’UNAR (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) hanno pubblicato un’indagine nazionale fatta su oltre mille persone LGBT+. I risultati sono sconcertanti: ad esempio ben 9 intervistati su 10 dichiarano di aver vissuto almeno una micro-aggressione sul luogo di lavoro. Il 41,4% degli occupati intervistati ritiene che il proprio orientamento sessuale abbia rappresentato uno svantaggio nella propria vita lavorativa, o in termini di carriera, riconoscimento o reddito. Il 31,2% dichiara di aver subito un outing, ovvero la rivelazione del suo orientamento sessuale o identità di genere senza il suo consenso. Poi succede che il o la proprio/a partner non venga invitato/a a un evento sociale: 13,5%.

Cosa emerge, invece, guardando alle persone transgender e non binarie?

Per loro la situazione è ancora più difficile. Nel senso che hanno difficoltà anche a trovarlo il lavoro. Sempre ISTAT e UNAR nel 2023 hanno pubblicato un’altra indagine specificamente per persone t* e non binarie. Ne risulta che la metà degli intervistati hanno subito almeno un evento di discriminazione durante la ricerca di lavoro. Una volta assunta, più di una persona su tre denuncia un clima ostile o un’aggressione nel lavoro attuale. Ben 7 intervistati su 10 lamentano che non è stato usato il pronome corretto, oppure il nome anagrafico al posto di quello elettivo. Qui dobbiamo batterci affinché sia introdotta l’identità alias in tutti i luoghi di lavoro. Il rispetto inizia già dal linguaggio.

Direi che un buon 90% non denuncia. C’è la paura di ritorsioni da parte del proprio capo, la paura di peggiorare la propria situazione, perché denunciare significa, implicitamente, dichiararsi. È un circolo vizioso

Venendo al territorio: che dati abbiamo a livello locale, in Alto Adige?

Non esiste qui una vera statistica, ma il Centro tutela contro le discriminazioni ci porta alcuni casi concreti. La relazione annuale 2024 del Centro tutela racconta il caso di una persona omosessuale impiegata nel settore pubblico. Si era rivolta al Centro esasperata da battute offensive e commenti sprezzanti da parte di alcuni colleghi uomini. Pur amando il proprio lavoro, arrivava a sentirsi indifesa e a pensare di licenziarsi per il clima di insicurezza che si era creato. Aveva segnalato la situazione al proprio superiore, senza ottenere alcuna reazione. Quando il Centro Antidiscriminazioni è intervenuto, in un primo momento i fatti sono stati negati e derubricati a un modo di fare “rozzo” tipico dell’ambiente aziendale. Solo con il coinvolgimento diretto del dirigente competente, che ha preso posizione a favore della dipendente, le molestie sono cessate. Nel report più recente, quello del 2025, il quadro non cambia di molto: “dalle molestie sul luogo di lavoro agli attacchi verbali, fino alle offese pubbliche e ai commenti d’odio sui social media”. 

E come sta evolvendo il quadro?

Stiamo facendo passi avanti, piccoli ma significativi. Ad esempio, la sentenza n. 68/2025 della Corte costituzionale, la quale stabilisce che i bambini nati in Italia da coppie di donne tramite procreazione medicalmente assistita (PMA) lecita all’estero possono essere riconosciuti fin dalla nascita anche dalla madre intenzionale, ossia colei che ha prestato preventivo consenso alla tecnica. Questo le dà diritto anche al congedo di maternità. 

Il lavoro è un Diritto e il rispetto non può essere un privilegio concesso a pochi

Quante persone, secondo la vostra esperienza, rinunciano a denunciare per timore di conseguenze sul lavoro o di essere costrette a “uscire allo scoperto”?

L’underreporting è altissimo. Direi che un buon 90% non denuncia. C’è la paura di ritorsioni da parte del proprio capo, la paura di peggiorare la propria situazione, perché denunciare significa, implicitamente, dichiararsi. È un circolo vizioso. Ed è proprio qui che il sindacato può giocare un ruolo determinante: dobbiamo far capire che ci siamo, e che c’è un modo per reagire.

Cosa direbbe a chi sta subendo discriminazioni sul lavoro proprio in questo momento?

Di non avere paura. Lo sportello garantisce l’anonimato, può dare consigli utili e interviene direttamente se lo vuole la persona interessata. Il lavoro è un Diritto e il rispetto non può essere un privilegio concesso a pochi. Ma per lavorare bene occorre stare bene anche psicologicamente. Ci si può e ci si deve difendere.

Per contattare lo Sportello Nuovi Diritti: via Roma 79, Bolzano – telefono: 3456837340 – email: [email protected] – su appuntamento.