Cultura | Feltrinelli story/2

Con Sibilla sulle tracce del “Che”

Nel Dopoguerra Feltrinelli, uno degli uomini più ricchi d'Italia, si iscrive al PCI, crea un archivio della “sinistra”, fonda la Casa editrice, gira il mondo, diventa amico di Fidel Castro. Nel '67 lo shock del viaggio in Bolivia con la meranese Sibilla Melega
Feltrinelli e Sibilla Melega
Foto: Wikipedia
  • Marzo 1945. A 19 anni, non ancora maggiorenne, dopo un breve passaggio “socialista”, Giangiacomo Feltrinelli, il “rampollo” di una delle famiglie più ricche d’Italia, si iscrive al Partito comunista italiano.  Non è un gesto simbolico. Fin da subito il ragazzo prende sul serio la militanza: frequenta le sezioni, partecipa alle riunioni, entra in contatto con dirigenti e intellettuali del partito. E soprattutto sborsa un sacco di quattrini, fiumi di quattrini, per finanziare le attività, organizzare i volantinaggi, pubblicare libri.  Per molti compagni resta comunque un personaggio strano: che ci fa un giovane della grande borghesia industriale milanese alle assemblee sulla lotta di classe? In quel momento nessuno può saperlo, ma quella decisione coinciderà con l’inizio di una trasformazione che lo porterà a diventare dapprima uno dei più importanti editori europei “di sinistra” e poi, negli anni più caldi della Guerra fredda, un punto di riferimento della sinistra rivoluzionaria internazionale. 

    Tornato a Milano dopo il conflitto, Giangiacomo si impegna nella campagna per la Repubblica e inizia una relazione con Bianca Dalle Nogare, attivista socialista. La madre Giannalisa tenta di ostacolare il rapporto, ma nel 1947 i due si sposano. A quel punto Giangiacomo Feltrinelli, appena diventato maggiorenne, è a tutti gli effetti un giovane uomo che può anche disporre liberamente della ricchezza sconfinata che ha ereditato. Alla morte del padre, nel 1935, il New York Times aveva stimato il patrimonio lasciato in eredità da Carlo, in almeno 60 milioni di dollari. Una cifra colossale per il tempo, superiore - stando alle stime dell’AI- al miliardo di dollari odierno. 

    L’Italia uscita dal conflitto dopo 20 anni di dittatura fascista è un Paese povero e ignorante. Nel giro di qualche anno nella mente di G.G. diventa chiaro che con la sua ricchezza può dare un contributo al “cambiamento”.  Fin dalle prime settimane del Dopoguerra Feltrinelli inizia ad impegnarsi anche nel terreno culturale. Comincia a raccogliere libri, giornali, volantini, archivi del movimento operaio. Gira instancabilmente per tutta l’Europa e inizia a prendere contatti ovunque con militanti della sinistra. L’idea è semplice ma ambiziosa: costruire una grande biblioteca dedicata alla storia del socialismo, del comunismo e dei movimenti proletari. Nel giro di pochi anni nasce così a Milano l’Istituto per la storia del movimento operaio, che diventerà poi la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, ancora oggi uno dei più importanti centri europei di documentazione sulla storia sociale e politica. 

    Le coordinate sembrano essere fondamentalmente due: massimo sforzo nella diffusione della conoscenza e creazione di reti. Alla fine degli anni Quaranta per Feltrinelli diventa chiaro che la politica non passa solo attraverso i partiti. Passa anche – forse soprattutto – attraverso i libri. Nel 1954 fonda a Milano la Casa editrice Feltrinelli. L’obiettivo è chiaro: pubblicare grandi romanzi internazionali, saggistica politica, opere che parlano del mondo contemporaneo senza censure. Libri, cioè, che possano cambiare il clima culturale del paese. 

    Feltrinelli ha fiuto e talento. Diventa velocemente uno degli editori più influenti d’Europa. Le sue scelte sono spesso clamorose. Pubblica Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che molti editori italiani avevano rifiutato e diventa un caso editoriale internazionale. Ma soprattutto porta in Occidente Il dottor Živago di Boris Pasternak, il romanzo proibito in Unione Sovietica. Il libro diventa un caso politico mondiale e contribuisce in modo decisivo al Nobel assegnato allo scrittore russo dissidente. La scelta lo mette in contrasto diretto con la dirigenza del PCI, allora legato mani e piedi con Mosca. Togliatti è inflessibile e Feltrinelli viene espulso dal partito. Diventa anche formalmente un “eretico” della sinistra dell’epoca. Ma come editore decolla. Il suo modo di interpretare il ruolo è super innovativo, pubblica libri a prezzi abbordabili nella Universale economica e si crea una rete di distribuzione con le proprie librerie.

  • Inge e Giangiacomo: Foto: Fondazione GGF
  • Intanto la sua vita privata cambia. Dopo il matrimonio lampo con Alessandra De Stefani nel 1960 sposa la fotografa e giornalista tedesca Inge Schönthal, con la quale ha il figlio Carlo. 

    In quel momento  Giangiacomo Feltrinelli è ormai una figura internazionale: editore, collezionista di archivi politici, finanziatore di iniziative culturali e, allo stesso tempo, militante comunista sempre più irregolare. Memorabile il suo confronto televisivo del 1961  con Mondadori e Bompiani “condotto in studio” niente meno che dallo scrittore Mario Soldati. Otto anni prima dell’autunno caldo Giangiacomo chiede alla politica uno sforzo per arrivare alla settimana lavorativa di 40 ore in modo da dare a tutti il tempo necessario per il riposo, per la vita in famiglia, e ... per leggere. (il video di 7 minuti è davvero una gioia per gli occhi e per il cuore, sono 7 minuti ben spesi, ndr).

  • (c) Rai Fuori Orario

  • Già nei primi anni Sessanta Giangiacomo inizia a “diversificare”. Non riesce a fare “soltanto” l’editore. La politica è un magnete. Le dinamiche della Guerra fredda lo inquietano. Le sofferenze del proletariato lo affliggono. Viaggia moltissimo, incontra dirigenti comunisti, rivoluzionari, intellettuali. In America Latina conosce Fidel Castro e rimane affascinato dalla rivoluzione cubana. Meglio: se ne innamora perdutamente.

  • I due diventano amici per davvero. (Piccola curiosità: nel documentario di Alessandro Rossetto Feltrinelli — praticamente mai distribuito in Italia —  c'è un siparietto molto gustoso: il lìder máximo, con Giangiacomo e altre persone della Casa editrice, spiega con verve da showman come si fanno le lasagne).

  • (c) Pandora Film

  • Fidel Castro stima molto Feltrinelli al punto che gli affiderà i suoi diari perché vengano pubblicati. Il progetto avrá una gestazione lunga e faticosa e non vedrà mai la luce. Sarà sempre Castro qualche anno dopo a recapitare a Feltrinelli Il diario del Che in Bolivia, che diventerà un successo planetario. I diritti vengono ceduti gratuitamente ovunque nel mondo per scelta politica, mentre in Italia i proventi delle vendite - si legge in copertina - vengono dirottati al finanziamento dei movimenti rivoluzionari in America Latina. Nelle stesse frequentazioni cubane, Feltrinelli riceve in dono dal fotografo Alberto Korda Guerrillero Heroico, il ritratto di Ernesto Guevara scattato all’Avana nel 1960. Quella foto, uscita sulla copertina del Diario nella prima edizione del 1968, è oggi stampata su miliardi di bandiere, poster e T-Shirt in ogni angolo del pianeta. Un icona laica che ha anche qualcosa di religioso per chi vive la politica in quegli anni. Hasta la victoria siempre.  

  • Foto: Feltrinelli
  • I Diari del Che sono, però, del 1968. Siamo andati troppo in là. Per riprendere il filo bisogna tornare al 1966. Nell’estate di quell’anno Feltrinelli incontra Sibilla Melega, una giovane donna di Merano (è ritratta assieme all’editore nella foto di copertina, ndr). A Milano la ragazza studia storia dell’arte, vive a Brera, esce con Riccardo Mondadori. Una sera del 1966 vanno al Santa Tecla, uno dei locali notturni più “in” di Milano, appena dietro al Duomo. Feltrinelli è a un tavolo con degli editori tedeschi. Mondadori lo conosce, non c'è posto, e Giangiacomo li invita a sedersi. Alle tre di notte propone una spaghettata a casa sua in via Andegari. Sibilla gli chiede se può aiutarlo in cucina. Cominciano a parlare di minoranze etniche. Lui le chiede della situazione in Sudtirolo, allora ancora molto agitata. Due mesi dopo la chiama — aveva chiesto il numero a Mondadori — e le propone di incontrarsi in Ticino per parlarne ancora. “Da allora abbiamo iniziato a vederci regolarmente”, racconta Sibilla nel libro di Ferruccio Pinotti, Untold. Siamo nell’autunno 1966.

    In quegli anni Giangiacomo viene spesso a Bolzano dove la Feltrinelli Masonite, in pieno boom edilizio, è diventata una fonte di entrate economiche pazzesche. La relazione tra i due cresce rapidamente. Sibilla ricorda che il loro rapporto si sviluppa quasi senza accorgersene, in mezzo a una Milano che in quegli anni cambia in modo frenetico. L’estate del 1967  ha luogo il viaggio in Bolivia. Un cosiddetto “turning point”, nelle loro vite.

    Vediamo perché. 

    Nella primavera 1967 tutta l’attenzione dell’editore è concentrata su ciò che sta accadendo in America Latina. Ernesto “Che” Guevara è scomparso nella selva boliviana e i militari stanno cercando di fare letteralmente a pezzi la guerriglia. Ad aprile viene arrestato Régis Debray, un giovane intellettuale francese che ha scritto uno dei testi più discussi sulla strategia guerrigliera. Il suo processo si deve svolgere a Camiri e rischia di diventare un caso internazionale. Feltrinelli vuole essere lì, capire, vedere con i propri occhi.

  • Ernesto Guevara: Foto abbastanza rara del Che, scattata il 22 settembre 1967. Foto: Arch Heidemann
  • Così nell’estate del 1967 decide di partire. Sibilla ricorderà che quel viaggio nasce quasi all’improvviso: la ragazza è in vacanza a Ginostra, una frazione del comune di Lipari, quando Giangiacomo la chiama nel tabacchino del paese, l’unico posto con il telefono. “Vieni immediatamente a Milano, che ti porto in America Latina”, racconta Sibilla nel libro di Pinotti. Per lasciare l’isola fanno addirittura suonare le campane per fermare un mercantile di passaggio. Poi Napoli, Roma, Milano, i vaccini, e infine l’aereo.

    La prima tappa è Lima, in Perù. Feltrinelli la lascia lì per qualche giorno: vuole capire da solo cosa sta succedendo nella Bolivia del generale René Barrientos prima che lei lo raggiunga. Sibilla arriva a La Paz a Ferragosto. 

    Feltrinelli prende alloggio all’hotel Copacabana. Non è un dettaglio casuale. Nell’albergo di fronte si trovano i giornalisti internazionali arrivati per il processo a Régis Debray, l’intellettuale francese che voleva aggregarsi a Che Guevara. Giangiacomo sceglie deliberatamente di stare altrove. Si muove comprando mappe per capire come raggiungere le zone impervie e cercando contatti con ambienti vicini alla guerriglia anti-governativa. Fa arrivare dei soldi da New York presso la Banca nazionale boliviana. È un passaggio che non passa inosservato: i funzionari della banca avvisano immediatamente i servizi segreti. Secondo ricostruzioni di cui parleremo più avanti si tratterebbe di una cifra enorme, 5 milioni di dollari, che “Giangi” avrebbe voluto usare per far uscire il Che dalla Bolivia e salvargli la vita. Più che verosimile, ma non esistono prove e la circostanza viene smentita.

    Secondo il racconto che Sibilla farà anni dopo, in quei giorni Feltrinelli fa di tutto per cercare di mettersi in contatto con il Che. Arriva perfino ad affittare un aereo per raggiungere la zona della selva dove sembra si trovi la guerriglia. In quei giorni l’esercito boliviano, con l’appoggio americano, sta stringendo il cerchio attorno ai ribelli. La presenza di un editore europeo che fa domande, muove denaro e cerca contatti diventa immediatamente sospetta.

    Il 17 agosto 1967, su impulso diretto della CIA — come avrebbe ammesso trent’anni dopo l’ex ministro degli Interni boliviano Antonio Arguedas — Feltrinelli viene arrestato da agenti in borghese e portato in un carcere di La Paz. Dell’operazione si occupa il capo dei servizi boliviani, il colonnello Roberto Quintanilla, lo stesso uomo che due mesi dopo, il 9 ottobre 1967, ordinerà di mutilare il cadavere di Che Guevara, tagliandogli le mani, per spedirle a Fidel Castro. Lo stesso uomo che tornerà in due snodi decisivi di questa storia. E non finirà bene, né per lui, né per le altre persone coinvolte.

  • Che Guevara: Il guerrigliero poche ore prima della sua esecuzione. Foto: Wikipedia
  • Appena capisce che stanno per arrestarlo, Giangiacomo riesce a guadagnare qualche minuto andando incontro agli agenti nella hall dell’albergo, Sibilla, nella ricostruzione di Untold di Pinotti, prende tutti i documenti e gli appunti che lui aveva con sé. “Usava scrivere molte cose su dei fogli di carta fine”, racconta. La giovane donna prende tutto quello che può e corre nell’altro albergo, dove si trovano i giornalisti internazionali. Sale dal giornalista danese Jan Stage. “Io vado all’ambasciata italiana a dare la notizia dell’arresto, tu cerca di sapere cosa è successo”, gli dice. All’ambasciata trova quasi tutti a dormire. È il primo pomeriggio. Si presenta, chiede di parlare con qualcuno, riesce a dire soltanto: “Feltrinelli è stato arrestato”. Nessuno la ferma. Torna da sola verso l’albergo. Da lontano vede cinque agenti. Sale di corsa, entra nella stanza: è completamente devastata, perquisita fino a dentro il tubetto di dentifricio, con le foto sparse ovunque e il passaporto sparito. Pochi minuti dopo bussano. La portano via su una jeep. “Nel posto in cui mi portarono sentivo urla provenire da tutte le parti, gente torturata e picchiata”. A un certo punto entra un uomo che lei identifica come americano: cerca di farla parlare in spagnolo e le fa una perquisizione intima.

    A un certo punto le dicono che Feltrinelli ha confessato. Poi arrivano le domande di Quintanilla, sempre lui, sui soldi. “Volevano sapere dov’erano i soldi.” La pressione aumenta, e con essa le umiliazioni. “Mi trattarono più o meno da puttana…”, racconta Sibilla nel libro di Ferruccio Pinotti. “Faceva freddo, c’erano i topi, il pettine era pieno di pidocchi. Di notte, dal patio venivano urla spaventose… Io non sapevo dov’era lui …”.

    Intanto anche Feltrinelli viene interrogato. Le domande non riguardano soltanto Debray ma i suoi rapporti con Cuba, con Fidel Castro, con la rete dei movimenti rivoluzionari latinoamericani. L’editore capisce di essere entrato in un gioco molto più grande di lui. In Bolivia, in quei mesi, la presenza americana è fortissima e la caccia alla guerriglia è diventata una priorità militare. Racconterà di essere stato rinchiuso in una cella che misura due metri per uno e venti, con un tavolaccio di legno, tre coperte, un vaso da notte e una candela per illuminare l’ambiente. Le pareti sono piene di scritte lasciate dai detenuti politici. Una lo colpisce più delle altre: nessuno che entra qui sa se ne uscirà vivo.

    Dopo circa due giorni di detenzione interviene la diplomazia. L’ambasciata italiana si muove, la questione arriva fino a Roma e il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat interviene direttamente. La pressione diplomatica convince il regime boliviano a espellere Feltrinelli e Sibilla dal paese. Si parla di una “commissione” per i funzionari boliviani di 50.000 euro. Molto probabile, ma anche in questo caso non ci sono conferme ufficiali.

    Sibilla ricorderà, sempre nel libro di Pinotti, il momento finale all’aeroporto con una scena quasi irreale. “Rividi Giangiacomo all’aeroporto. Ero accompagnata da una scorta armata e da Quintanilla”. È lui, ancora lui, a parlarle un’ultima volta. Le dice: “Non guardi né a destra né a sinistra, dirà a tutti che è stata trattata bene. Lui è un avventuriero, indegno di lei. Prenda questa'”. E le mette in mano un piccolo oggetto. “Mi diede un santino con la Madonna”, racconta, ancora incredula, Sibilla. Il 22 agosto 1967 l’aereo Alitalia atterra a Milano Linate. Ad aspettarli ci sono frotte di giornalisti, le macchine da scrivere già pronte. 

    Per Sibilla quell’esperienza resta una ferita. “Dovetti affrontare la luce dei riflettori”, dirà anni più tardi sempre parlando con Ferruccio Pinotti, “immatura e impreparata. E lui non era uno che ti aiutasse”. Ma anche per Feltrinelli la Bolivia segna una svolta: il primo contatto diretto con un mondo in cui rivoluzione, servizi segreti e operazioni clandestine si sovrappongono continuamente. Chissà se mentre Giangiacomo e Sibilla venivano interrogati nelle stanze accanto stava pure l’ex nazista Klaus Barbie, allora conosciuto come Klaus Altmann, uno degli uomini di fiducia del regime boliviano, che avrà un ruolo molto importante nelle ultime puntate della nostra storia.  Ma prima di tornare in Sudamerica è necessario fare una tappa in Sardegna e una, parecchio più lunga, in Alto Adige.

    Domani 2 maggio metteremo online la terza puntata, e poi dalla quarta saranno pubblicate ogni sabato.