Feltrinelli, fra Sudtirolo e rivoluzione
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Premessa
Giangiacomo Feltrinelli, l’editore rivoluzionario trovato dilaniato ai piedi di un traliccio nel marzo 1972, nasce il 19 giugno 1926. Sono passati cent’anni esatti.
C‘è una vulgata che attraversa indenne i decenni, in libri, articoli e trasmissioni televisive: quella di un uomo tra i più ricchi d’Italia che invece di godersi i privilegi di casta ha voluto giocare alla rivoluzione. Un miliardario comunista paranoico, ossessionato dal fantasma di un colpo di Stato, così megalomane da finire la propria parabola in modo grottesco. Un epilogo che diventa insieme punizione e prova della sua irrilevanza: non si muore così se si fa sul serio.
La vulgata ha una sua utilità. Permette a chi sta a destra di liquidarlo come un uomo pericoloso tronfio e sopravvalutato e a chi sta a sinistra di tenere le distanze senza doversi confrontare con ciò che rappresentava davvero. Così Feltrinelli — l’editore che pubblicò il Dottor Živago contro la volontà del Cremlino, i Diari del Che, che finanziò movimenti rivoluzionari in tutta l’America Latina e in Europa, che fu un nodo europeo di una rete che collegava l’OLP all’Algeria di Boumédiène, i Tupamaros alla RAF — viene ridotto a una macchietta. Un eccentrico accecato dai troppi soldi, destinato per lo più a qualche ricordo a denti stretti di dieci anni in dieci anni.
Eppure esistono libri che restituiscono la complessità e il peso specifico della sua figura, a partire dal lavoro del figlio Carlo – davvero un gran bel libro, Senior Service, già ridotto anche in podcast. Ci sono testi che hanno avuto il merito di restituire la dimensione internazionale della sua figura. E tuttavia oggi Giangiacomo Feltrinelli è sostanzialmente sconosciuto al grande pubblico. “Ah, è quello delle librerie? È davvero morto tentando di far saltare un traliccio come i bombaroli sudtirolesi?”
Semplificando al massimo si può dire che, nella sua avventurosa vita, Feltrinelli è stato soprattutto due cose: un geniale editore che rivoluzionò il modo di produrre e vendere libri in Italia, proprio perché attraverso i libri voleva attuare una rivoluzione non solo culturale; e un rivoluzionario che, grazie a risorse economiche illimitate, divenne un punto di riferimento per tutti i fronti di guerriglia del pianeta.
Ma è come se nella percezione complessiva che si ha del personaggio questi due ruoli abbiano finito un po’ per elidersi a vicenda, o per essere considerati in contrasto o in alternativa l’uno all’altro con il risultato di arrivare a rimpicciolirne la figura complessiva. Una figura che, in tutti e due gli ambiti, in vita, aveva rivestito un’importanza cruciale a livello EUROPEO, non solo a livello nazionale.
Il risultato è che in Italia - Paese in cui non si è mai riusciti neppure a fare i conti con il Fascismo, figuriamoci con l’eredità degli Anni Settanta - viene scientemente oscurato e ridimensionato il suo ruolo di donchisciottesco “guerrigliero guevarista” e, allo stesso tempo, a causa della sua morte violenta, non lo si celebra con i dovuti onori neppure come editore. Se invece che a Milano avesse vissuto sulla Rive Gauche della Senna e si fosse chiamato Jean Jacques Feltrinelli, oggi Netflix avrebbe sfornato come minimo una docu-serie che avrebbe scomodato un piccolo esercito di intellettuali e storici e una fiction in 12 puntate con Vincent Cassel protagonista. E non per celebrare una figura complessa e contraddittoria in modo agiografico, ma per raccontarla nel modo più oggettivo possibile. Storia. Nient’altro che storia contemporanea.
Che cosa ci fa, quindi, GGF su SALTO? In questa sorta di feuilleton-fuori-tempo-massimo il filo narrativo principale delle prime sette puntate sarà l’Alto Adige-Südtirol. Quello che Feltrinelli chiamava — langerianamente — Sudtirolo non è stato, come vedremo, puro sfondo scenografico della sua esistenza ma un elemento strutturale di discreta importanza: dalla nonna di Mittewald, da cui la famiglia imparò il tedesco, alle imprese attive nella zona industriale di Bolzano fino agli anni Ottanta; dal sostegno alla causa dei bombaroli sudtirolesi all’ultima moglie, Sibilla Melega, meranese, i legami con il territorio sono davvero molti. Andremo quindi a fondo dei rapporti di Feltrinelli con la sinistra interetnica e con gli anarchici bolzanini, del suo rapporto con Alexander Langer e con l’avvocato Sandro Canestrini.
Nelle ultime quattro puntate il focus sarà sugli ultimi anni dopo la svolta “guevarista” in Bolivia, sui legami con la guerrigliera “che vendicò il Che”, Monika Ertl, sull’oscuro ruolo svolto nella morte di quest’ultima dalla “Nazi connection” di Klaus Barbie, e pure su una lunga scia di morti legate ad un traffico d’armi. Un feuilleton fuori tempo massimo. Ma con una buona base documentale. -
Prima puntata
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Dai boschi sconfinati alla masonite
Il viaggio dentro questa storia, in realtà, inizia per caso nel dicembre 2022, sotto i Portici a Bolzano. Butto un occhio alla mostra permanente BAS – Opfer für die Freiheit. Noto sotto una teca due pagine dattiloscritte in tedesco, fitte fitte, firmate Giangiacomo Feltrinelli. Un invito alla ribellione popolare e a proseguire il lavoro dei “Freiheitskaempfer”. Feltrinelli? Quello delle librerie?
La mia prima reazione è di semplice curiosità. Da una veloce ricerca online spunta un riferimento al documento in un testo di Gerald Steinacher, sullo Skolast del 2003. Poi il vuoto. O quasi. Ne parlo con alcuni amici storici: nessuno sa molto. Possibile? Un personaggio di quel livello, con quel tipo di biografia, e un buco così evidente riguardo ad un aspetto territoriale così preciso?
I dettagli, però, iniziano a emergere uno alla volta. Da lì parte un lavoro di ricerca che si allunga per mesi, poi, con lunghe pause, per anni. Archivi online della CIA consultati compulsivamente, giornali boliviani dei primi anni Settanta, articoli dello Spiegel e del Corriere della Sera dell’epoca. File su file. Una selva di file. Dispacci di intelligence, informative dei Carabinieri, ritagli di giornale. Un viaggio a Praga negli archivi dei servizi segreti, una tappa ad Amburgo. Il lavoro diventa quasi ossessivo: incrociare fonti, verificare nomi, controllare date, ricostruire contesti. L’obiettivo non è dimostrare una tesi. È capire se alcune piste — spesso liquidate come fantasiose — abbiano un fondamento.
Per capire come è accaduto che un miliardario milanese sia arrivato a concepire e realizzare un’azione simbolica di sostegno ai terroristi sudtirolesi con un volantino, bisogna, come sempre, tornare alle origini. Il salto all’indietro è addirittura di un secolo e mezzo, al 1857. Il luogo è Mittewald, una settantina di anni prima che il paesino a pochi chilometri dal Brennero inizi a chiamarsi anche Mezzaselva. Qui nasce la contessa Maria von Pretz, figlia del conte Ignaz. È un ambiente di confine di quello che poco dopo diventerà impero austroungarico: un territorio già attraversato da lingue, commerci, giurisdizioni. Un mondo in cui il concetto stesso di “confine” è più amministrativo che reale, perché uomini, merci e capitali continuano a muoversi con una continuità che la politica fatica a interrompere.
Nel 1880 Maria von Pretz sposa Giovanni Feltrinelli. Da quell’unione prende forma una delle più importanti dinastie industriali italiane. Alla fine di quell’anno, a Milano, nasce Carlo Feltrinelli, il quale cresce poi nel capoluogo lombardo, anche se la famiglia trascorre molto tempo nell’allora Tirolo del sud fino alla morte del padre Giovanni Feltrinelli, nel 1896. Dopo la licenza ginnasiale Carlo viene mandato a studiare in una scuola di Bozen per imparare il tedesco. La famiglia acquista numerosi immobili tra Eppan/Appiano e l’allora comune di Zwölfmalgreien/Dodiciville. La Fratelli Feltrinelli mantiene una filiale a Bolzano fino al 1914. Il tedesco sarà per tutti i membri della famiglia una vera seconda lingua.
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Nella saga dei Feltrinelli all’inizio c‘è il legno. Solo il legno. Che nella seconda metà dell’Ottocento è una materia prima strategica: serve per costruire case, infrastrutture, ferrovie, miniere. Chi controlla il legno controlla una parte significativa dello sviluppo industriale. La Fratelli Feltrinelli si inserisce esattamente lì. Acquista boschi sconfinati in Trentino-Alto Adige, nel Cadore, ma soprattutto in Carinzia e in Stiria, dove le risorse sono abbondanti e i costi relativamente contenuti. Non si limita a comprare: organizza, pianifica i tagli, gestisce la manodopera, costruisce relazioni locali, entra dentro territori spesso periferici ma ricchissimi di risorse. È una logica industriale già molto moderna: non semplice commercio, ma controllo della filiera.
Il legno scende a valle lungo l’Adige e il Piave, attraversa confini che cambiano nel tempo ma non interrompono i flussi economici. Viaggia su rotaia, entra nei cantieri, diventa travi, impalcature, strutture portanti. Ma soprattutto è volume: quantità enormi, flussi continui, un sistema che deve funzionare ogni giorno. I Feltrinelli capiscono presto che non basta commerciare: bisogna trasformare. Investono in segherie, in impianti industriali e nello sfruttamento delle risorse idriche alpine. L’energia idroelettrica diventa un altro asse strategico. I corsi d’acqua delle Alpi non sono solo vie di trasporto, ma fonti di potere economico. In questo passaggio c’è già un salto qualitativo: dalla materia prima all’energia, dal commercio alla produzione industriale.
Nel 1905 nasce la Banca Feltrinelli. È un passaggio decisivo. Non si tratta più solo di produzione e commercio, ma di controllo finanziario. Il gruppo può autofinanziarsi, anticipare capitali, entrare in operazioni più complesse, sostenere investimenti su larga scala senza dipendere da altri. È il momento in cui la famiglia diventa perno del nascente sistema capitalistico italiano. A cavallo tra Otto e Novecento, la rete Feltrinelli attraversa senza difficoltà i confini politici: prima dell’Impero austro-ungarico, poi dell’Italia, poi di nuovo territori ridisegnati dopo la Prima guerra mondiale. Ma i flussi economici restano.
Tra le due guerre la famiglia Feltrinelli raggiunge i vertici del capitalismo italiano.
Con la guida di Carlo Feltrinelli, la famiglia raggiunge i vertici del capitalismo italiano, in particolare negli ambienti finanziari nazionali e internazionali. Nella prima metà degli anni Venti, in pieno fascismo, Carlo è uno dei finanzieri più importanti e conosciuti in Italia. È promotore, insieme a Giovanni Agnelli, Riccardo Gualino, Piero Puricelli, Giovanni Lancia, Piero Pirelli e Silvio Crespi, della società Autostrada Torino-Milano, mentre in Austria è tra gli artefici dell’acquisizione della Steirische Wasserkraft und Elektrizitats Aktiengesellschaft (Steweag) di Graz. Nel 1922 diventa vicepresidente della Edison, la principale società elettrica italiana, della quale assumerà la presidenza più in là nel tempo. Nel 1928 diventa presidente della Federazione fascista delle imprese del legno.
Il 27 giugno 1925 Carlo Feltrinelli sposa Giannalisa Gianzana, figlia del direttore centrale della Banca commerciale. Il 19 giugno 1926 nasce Giangiacomo Feltrinelli, il protagonista di questa storia, mentre l’anno dopo, il 13 novembre 1927, nasce Antonella Feltrinelli..
All’inizio degli anni Trenta Carlo Feltrinelli entra in rotta di collisione con alcune scelte di politica fiscale del governo fascista, che accusa i Feltrinelli di detenzione illegale di capitali all’estero, proprio mentre si ridefiniscono gli assetti delle grandi banche e delle imprese elettriche italiane all’indomani della nascita dell’IRI nel 1933.
La famiglia Feltrinelli non aderisce convintamente al fascismo, ma ci convive per convenienza. Carlo Feltrinelli è uomo colto, liberale e anticomunista. Ma nei primi anni Trenta in Italia nasce la SAIL, società che ottiene l’esclusiva per l’importazione di legname russo. All’improvviso l’URSS annulla il contratto con SAIL e lo assegna alla Fratelli Feltrinelli, facendo fallire la società rivale. Mussolini non si oppone. Dai processi civili emerge che il motivo è uno: i Feltrinelli hanno capitali sufficienti per pagare anticipi che altri non possono permettersi. È una fotografia precisa del loro modo di operare. Gli affari vengono prima dell’anticomunismo. Vengono prima di tutto.
Nel 1934 Carlo Feltrinelli e il fratello Antonio Feltrinelli vengono sospettati di aver costituito illegalmente capitali all’estero. Nel 1935 emerge che anche Maria von Pretz possiede titoli esteri e lingotti d’oro per 165 chili custoditi in Svizzera. Il 6 novembre Carlo Feltrinelli tenta una mediazione. Muore due giorni dopo, l'8 novembre 1935.
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A Bolzano, negli anni Trenta, nasce la Feltrinelli Masonite (il cui impianto dismesso è oggi diventato lo Zoona messo a disposizione da Heinz Peter Hager in attesa che il Comune gli faccia costruire il Quartiere Roma, solo questione di tempo). È un salto ulteriore: non più solo materia prima o semilavorato, ma prodotto industriale finito. Durante il boom edilizio del dopoguerra, la Masonite sarà impiegata ovunque e la fabbrica diventerà una delle voci più redditizie del bilancio familiare. (in questo breve video si possono vedere immagini d’epoca del 1939).
Giangiacomo e Antonella Feltrinelli ricevono un’educazione spartana. Le loro camere non vengono riscaldate, Giannalisa Gianzana è severa, i figli hanno pochissimi contatti con l’esterno. Per i Feltrinelli il tedesco continua ad essere lingua da usare “alla pari” con l’italiano. Giannalisa lo ha imparato perfettamente grazie a una istitutrice e agli studi. E i figli “devono” continuare la “tradizione”. Se a pranzo uno dei bimbi Feltrinelli parla in italiano per più di tre volte consecutive, si legge nella biografia di Aldo Grandi, gli vengono decurtati 10 cent dalla paghetta. “Il tedesco rappresentò per i Feltrinelli una sorta di seconda lingua madre, per motivi affettivi, storici, geografici ed economici (i possedimenti più estesi erano in Carinzia)”, scrive Grandi.
Le estati si svolgono tra il lago di Carezza e una tenuta in Stiria. Nel 1938 Giannalisa Gianzana inizia una relazione con Luigi Barzini jr, inviato del Corriere della Sera. Nel 1940 Barzini viene mandato al confino per aver definito Mussolini un pazzo.
Con Barzini, Giangiacomo Feltrinelli impara a navigare e a cavalcare, ma il rapporto è conflittuale. Da adolescente entra nella gioventù fascista e si dichiara ammiratore del Duce, in contrasto con il patrigno. Ma il contatto con gli operai e i giardinieri delle proprietà di famiglia cambia progressivamente il suo sguardo. Nel giugno 1944 si arruola come autista nel Corpo Italiano di Liberazione. Il regime fascista è crollato, la guerra sta per finire, e il futuro editore che nel giro di un paio d’anni raggiungerà la maggiore età (21 anni) ereditando un patrimonio immenso, sta per prendere la prima importante decisione che darà una svolta alla sua vita. E che dopo un paio di decenni lo porterà con la moglie meranese a cercare di salvare il Che in Bolivia.
La prossima puntata sarà pubblicata il Primo Maggio.
Molto interessante. Ho…
Molto interessante.
Ho riconosciuto nomi e storie.
Mia nonna, Maria Benedikter, ha lavorato a Mittenwald, Mezzaselva, per la famiglia von Prez come operaia in una fabbrica di cartone.
Un racconto interessante su…
Un racconto interessante su legami più complessi di quanto si pensi anche con l’editoria italiana, poi meno male che si butta ogni tanto un occhio in alcune esposizioni
Questi e altri, soldi ben…
Questi e altri, soldi ben spesi su salto.bz ! grazie