Sport | Gastbeitrag

L'importanza del rispetto delle regole

La telefonata di Trump a Infantino, le tensioni geopolitiche, il razzismo: il Mondiale 2026 mostra cosa accade quando le regole diventano negoziabili per i potenti.
Belgian Red Devils

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C’è una lezione che ho cercato di trasmettere per molti anni ai ragazzi e alle ragazze incontrati nelle scuole, nei laboratori di educazione civica e negli incontri dedicati alla cittadinanza attiva. Una lezione semplice solo in apparenza, ma decisiva per la qualità della nostra democrazia: le regole non sono un ostacolo alla libertà, bensì la condizione che rende possibile la libertà di tutti.

Per spiegare questo concetto utilizzavo spesso il calcio. Non perché fosse lo sport più importante, ma perché rappresentava la metafora più immediata. Una partita è divertente soltanto se tutti accettano le stesse regole, se l’arbitro viene riconosciuto come garante del gioco e se il risultato nasce dal rispetto condiviso delle norme. Se una squadra può cambiare le regole durante la partita, se qualcuno può telefonare all’arbitro o agli organizzatori per ottenere un trattamento diverso, allora il gioco cessa di essere tale. Rimane soltanto il potere.

 

Se una squadra può cambiare le regole durante la partita, se qualcuno può telefonare all’arbitro o agli organizzatori per ottenere un trattamento diverso, allora il gioco cessa di essere tale. Rimane soltanto il potere.

 

È questa riflessione che torna con forza osservando quanto sta accadendo attorno al Mondiale 2026 organizzato da Stati Uniti, Canada e Messico. Una manifestazione che avrebbe dovuto celebrare il calcio come linguaggio universale e che, invece, rischia sempre più di trasformarsi nello specchio delle tensioni geopolitiche, delle divisioni ideologiche e delle interferenze della politica contemporanea.

L’episodio più discusso riguarda il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il caso dell’attaccante statunitense Folarin Balogun. Dopo l’espulsione rimediata contro la Bosnia-Erzegovina, il regolamento FIFA prevedeva automaticamente una giornata di squalifica. Trump non si è limitato a commentare la decisione arbitrale come avrebbe fatto un normale tifoso. Ha raccontato pubblicamente, durante un incontro con i giornalisti nello Studio Ovale, di aver telefonato al presidente della FIFA Gianni Infantino chiedendo una revisione della squalifica, sostenendo che privare il Mondiale di uno dei principali giocatori della nazionale americana sarebbe stato “un errore” e “una macchia” per il torneo. Pochi giorni dopo la Commissione disciplinare della FIFA ha sospeso gli effetti della squalifica consentendo a Balogun di giocare contro il Belgio. Trump ha precisato di non avere imposto alcuna decisione, ma di avere semplicemente espresso la propria opinione; Infantino ha confermato di aver ricevuto la telefonata ribadendo l’autonomia degli organi disciplinari. Resta tuttavia un fatto politico prima ancora che sportivo: è stato lo stesso presidente degli Stati Uniti ad ammettere pubblicamente di essere intervenuto presso il vertice della FIFA.

Alla fine, il Belgio ha eliminato gli Stati Uniti con un netto 4-1. Il campo, fortunatamente, ha restituito centralità al merito sportivo. Ma il risultato non cancella la questione di fondo. Il semplice fatto che il capo dello Stato del Paese ospitante ritenga legittimo intervenire pubblicamente su un procedimento disciplinare ancora aperto mina inevitabilmente la percezione di imparzialità dell’intera competizione. Nello sport la credibilità delle istituzioni vale quanto il regolamento stesso. Se i tifosi iniziano a dubitare che le regole siano uguali per tutti, è la fiducia nel sistema a uscirne sconfitta.

 

Se i tifosi iniziano a dubitare che le regole siano uguali per tutti, è la fiducia nel sistema a uscirne sconfitta.

 

Non sorprende, quindi, che numerosi dirigenti e osservatori del calcio europeo abbiano parlato di un precedente estremamente delicato. Diverse testate internazionali, dal Guardian alla BBC, hanno ricordato come l’autonomia dello sport rappresenti uno dei principi cardine riconosciuti anche dal Comitato Olimpico Internazionale e come qualsiasi pressione esercitata dai governi nei confronti delle federazioni sportive rischi di compromettere la credibilità delle competizioni.

Questa vicenda, però, non rappresenta un episodio isolato. È soltanto il simbolo più evidente di un Mondiale nel quale la politica continua a entrare negli spogliatoi.

Tra Iran, Palestina, Francia e Paraguay

La nazionale iraniana ha dovuto affrontare settimane caratterizzate da tensioni diplomatiche, problemi legati ai visti e difficoltà organizzative che hanno coinvolto parte dello staff tecnico. Parallelamente il governo di Teheran ha insistito affinché negli stadi venisse esposta esclusivamente la bandiera ufficiale della Repubblica Islamica, contestando la presenza di simboli dell’opposizione iraniana. La federazione e alcuni componenti della delegazione hanno inoltre lamentato un trattamento organizzativo penalizzante rispetto ad altre nazionali. Al di là del merito delle singole contestazioni, il dato politico appare evidente: ancora una volta il calcio è diventato il terreno sul quale si riflettono conflitti internazionali che nulla hanno a che vedere con il gioco.

Anche il conflitto israelo-palestinese continua a proiettare la propria ombra sul torneo. La vicenda che ha coinvolto Lamine Jamal e la presenza della bandiera palestinese ha dimostrato quanto ogni gesto, ogni fotografia e ogni simbolo vengano immediatamente caricati di significati politici. Persino il presidente del Governo spagnolo Pedro Sánchez, rispondendo alle domande dei giornalisti, ha richiamato la necessità di rispettare il diritto internazionale e ha ribadito le dure critiche già espresse dal suo esecutivo nei confronti delle operazioni militari del governo Netanyahu a Gaza. Ancora una volta il calcio si è trovato al centro di un dibattito che va ben oltre il terreno di gioco.

Come se non bastasse, il razzismo ha trovato spazio persino nelle dichiarazioni istituzionali. Le parole della senatrice paraguaiana Celeste Amarilla nei confronti di Kylian Mbappé hanno suscitato indignazione internazionale per il loro contenuto discriminatorio e offensivo, ricordando quanto sia ancora fragile il confine tra competizione sportiva e linguaggio dell’odio.

Anche sul terreno di gioco la tensione è stata evidente. La sfida tra Francia e Paraguay è stata caratterizzata da un clima estremamente acceso, con continui contatti, provocazioni e proteste reciproche. Al termine dell’incontro, concluso con la vittoria francese, numerosi commentatori transalpini hanno criticato la direzione arbitrale giudicandola eccessivamente permissiva nei confronti del gioco duro dei sudamericani. Si tratta, naturalmente, di valutazioni che appartengono al dibattito sportivo, ma che contribuiscono ad alimentare un clima già fortemente condizionato dalle polemiche extra-calcistiche.

 

È come se la peggiore politica mondiale avesse trovato nella più grande manifestazione sportiva del pianeta la propria vetrina.

 

Tutto questo contribuisce a costruire l’immagine di un Mondiale che rischia di essere ricordato meno per il calcio e più per le controversie istituzionali che lo accompagnano. È come se la peggiore politica mondiale avesse trovato nella più grande manifestazione sportiva del pianeta la propria vetrina.

E forse qualcuno, molti anni fa, aveva intuito la direzione che il calcio stava prendendo. Diego Armando Maradona non risparmiò mai critiche alla FIFA, ai suoi dirigenti e ai rapporti sempre più stretti tra potere politico, interessi economici e governo del calcio. In numerose interviste accusò apertamente la federazione internazionale di essersi progressivamente allontanata dallo spirito originario del gioco per avvicinarsi alle logiche del potere e del denaro. Non predisse gli episodi che oggi osserviamo, ma denunciò con largo anticipo un modello di governance nel quale l’influenza politica rischiava di prevalere sull’autonomia dello sport.

La vera questione, allora, non riguarda soltanto Donald Trump, l’Iran, Mbappé o i singoli episodi di questo Mondiale. Riguarda il significato stesso delle regole. Le regole valgono soltanto quando sono uguali per tutti. Se diventano negoziabili per chi possiede maggiore influenza politica, economica o diplomatica, cessano di essere regole e si trasformano in privilegi. È la stessa lezione che cercavo di spiegare ai ragazzi utilizzando un pallone da calcio. Per giocare non bastano un campo, due porte e ventidue calciatori. Serve soprattutto un patto condiviso. Serve sapere che nessuno potrà cambiare il risultato telefonando all’arbitro o al presidente della federazione. Perché il calcio, come la democrazia, vive soltanto finché tutti accettano di rispettare le stesse regole.