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Un pallone in balia delle onde

Lo sport italiano va forte, ma il calcio è alla deriva. Un parallelo tra hockey e pallone a Bolzano per capire cosa invece funziona
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale dell’autore e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
Mattarella e gli atleti olimpici e paralimpici di Milano-Cortina
Foto: Mattarella alla cerimonia di restituzione della bandiera da parte degli Azzurri di ritorno dalle Olimpiadi di Milano-Cortina
  • Capita di vedere una partita di pallacanestro. Dopo anni. Distratto dal calcio? Può darsi. Pesaro-Verona di A2. Su Rai Sport. Testa a testa fino all’ultimo, marchigiani vincitori con un tiro da tre allo scadere. Come nei film.

    Incuriosito, cerchi sul sito della Gazzetta riferimenti alla sfida. Un approfondimento. Un commento. Qualsiasi cosa. E non trovi nulla. Neanche uno straccio di classifica. Ma per il calcio, come al solito, spazi a iosa sulla Rosea. Ovvio, se tutti ne parlano, anche i media si vedono costretti a farlo, e se lo fanno, allora la gente ne parla ancora di più. E così all’infinito.

    Ma questi benedetti media, viene da chiedersi, tra cui la Gazzetta del Calcio – pardon, la Gazzetta dello Sport, il quotidiano più letto d’Italia –, dovrebbero limitarsi a seguire la domanda del pubblico o spingersi più in là e svolgere una funzione culturale, di ampliamento degli orizzonti?

    In molte democrazie moderne, il ruolo dei media non è solo informare o intrattenere, ma anche di educare alla diversità, aiutare a conoscere realtà meno note, bilanciando ciò che “vende” con ciò che “serve” alla società. 

    Lo sport italiano avrebbe moltissimo da dare, in termini di storie da raccontare, di nuove mitologie a cui ispirarsi. Di valori da riscoprire. Lo sta già facendo. E lo sa bene Sergio Mattarella. “Lo sport è testimone di civiltà”, ha detto ieri il Presidente al Quirinale, in un incontro che rendeva omaggio ai numerosi atleti vincitori di medaglie olimpiche e paralimpiche ai Giochi di Milano-Cortina. “La competizione non è per soggiogare l’altro ma per migliorarsi insieme”.

    E tuttavia, può questa esagerata attenzione aver portato il movimento calcistico a darsi troppa importanza? A adagiarsi sugli allori? A sottovalutare gli avversari? L’eliminazione dell’Italia ad opera di Norvegia – nel girone di qualificazione – e Bosnia – nella finale play-off –, squadre di tutto rispetto ma certo non blasonate, potrebbe anche leggersi in questa chiave.

    Assenza di fame, in altre parole. Riguarda pure i club. In Champions League, usciti tutti presto; unica a tener duro, l’Atalanta, che ha raggiunto almeno gli ottavi per essere poi seppellita da 10 reti del Bayern. Solo Bologna e Fiorentina, nelle coppe minori, resistono ma con scarsissime speranze di vittoria.

    La sensazione di chi scrive è che l’eccessiva attenzione mediatica verso il pallone produca storture irreparabili, che la mancata qualificazione della Nazionale ai mondiali non sia un caso – è la terza di fila – e che la crisi sia quindi sistemica.

    Chiaramente il calcio è lo sport più praticato e seguito. In Italia, in Europa e altre parti del mondo. Le squadre locali, inoltre, creano identità e appartenenza. Sono un richiamo per i giovani, li avvicinano alla pratica sportiva. Lo notiamo con l’FC Südtirol, club relativamente nuovo. 

    Sebbene osteggiato al principio da non pochi bolzanini, per ragioni extra-calcistiche specifiche dell’Alto Adige – che tutti conosciamo e non staremo qui a ripetere, anche per motivi di spazio –, dopo quattro stagioni in serie B, la società biancorossa vanta oggi una media spettatori al Druso (impianto tra i più piccoli del calcio professionistico) pari a quella del seguitissimo Hockey Club Bolzano. Fra i 3 e 4mila a partita.

    Diversi sostenitori dell’FCS arrivano da fuori città, vero; e le tifoserie ospiti sono in genere più corpose di quelle dell’hockey, i cui spettatori, al Palaonda, sono invece più di matrice bolzanina, per così dire. Ma il paragone in termini di popolarità tra le due squadre – e i due sport – regge ugualmente. 

    E cioè: cavalcando l’onda mediatica nazionale, il calcio di Bolzano ha raggiunto l’hockey senza entrarvi in competizione, ma creando assieme ad esso una emotività sportiva tutta speciale che permea la città intera. Non è solo la serie B, riconquistata dopo oltre 70 anni, ma sono anche la ICE Hockey League e la Champions Hockey League che l’hanno lanciata. Traguardi e palcoscenici nuovi e meritati. Raggiunti da entrambi i sodalizi con gestioni oculate, senza sprechi.

    Il calcio locale contribuisce così a mantenere alto sia lo spirito di tanti appassionati che il vessillo della nostra terra – una bandiera tutta biancorossa, ben in vista sulla mappa nazionale. Il lato buono del calcio. Di un calcio ancora sano, privo di eccessi, e che schiera in campo talenti del posto. Esiste. Non solo a Bolzano, certo. Ed esiste perché distante – ma chissà ancora per quanto – dai grandi riflettori e dalle follie del calciomercato.

    È davvero auspicabile che si ceda spazio mediatico o se ne crei di nuovo a favore di altre discipline e altri atleti. Non solo per capire al volo chi è in testa all’A2 di pallacanestro – risulta poi essere Pesaro, però sulla Gazzetta ancora niente –, ma perché il calcio, fortunatamente, non è ancora lo sport per antonomasia, non è su un piedistallo, sebbene faccia di tutto per ergervisi. E mai dovrà esserlo, per il bene suo e degli altri sport, in nome di una diversità che unisce e rafforza tutti reciprocamente.