Società | Intervista doppia

E chi si prende cura di loro?

Burnout, fragilità, solitudine: Ilaria Cagol (FILCAMS-LHFD) e Alfred Ebner (SPI-LGR) raccontano il malessere di badanti e anziani a pochi giorni dal convegno del 16 giugno a Bolzano.

Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.

pexels/anastasia shuraeva

Una famiglia lontana raggiungibile solo via schermo, una persona da assistere 24 ore su 24. E dall’altra parte un anziano che dipende da qualcun altro per lavarsi o mangiare, che si ritrova a fare i conti con una vita che non riconosce più. Due fragilità che si incontrano ogni giorno dentro le case dell’Alto Adige, invisibili ai più. Il convegno La cura oltre la cura, in programma il 16 giugno al Centro Pastorale di Piazza Duomo a Bolzano, prova a portarle alla luce. Ne abbiamo parlato con Ilaria Cagol, funzionaria FILCAMS-LHFD e moderatrice dell’evento, e con Alfred Ebner, segretario generale dello SPI-LGR.

 

SALTO: La badante vive spesso nell’abitazione dell’assistito, senza confini netti tra lavoro e vita privata. Come si misura lo stress di chi non stacca mai davvero?

Ilaria Cagol: Il regime di convivenza è quello che presenta le difficoltà maggiori. Queste lavoratrici fanno già 54 ore settimanali, di per sé moltissime, ma nella pratica vengono spesso trattenute la sera, chiamate di notte, tenute in perenne stato di disponibilità. Diventa un full time totalizzante che non lascia spazio al riposo, alla socialità, al semplice cambio di ambiente. E a questo si aggiunge il peso emotivo di stare a contatto continuo con una persona malata, a volte affetta da Alzheimer: si finisce per assorbire anche la sua frustrazione, la sua depressione. Molte badanti si ammalano proprio sul luogo di lavoro.

Ilaria Cagol

Il burnout delle lavoratrici di cura è ancora poco riconosciuto rispetto ad altre professioni. Perché?

Perché è un lavoro nascosto. E dietro le quinte finiscono anche la sofferenza e il malessere. Senza contare il fatto che molte badanti non presentano nemmeno le pratiche per malattia professionale, magari perché sono arrivate da poco, hanno difficoltà linguistiche, non conoscono i propri diritti. E in alcuni casi vengono assunte proprio così, vulnerabili e poco informate, per poter essere sfruttate al massimo.

Sul piano fisico le patologie più diffuse sono quelle muscolo-scheletriche: schiena e spalle, soprattutto. Sollevare e spostare per esempio una persona di 90 chili è un lavoro fisicamente brutale, e spesso viene fatto senza ausili – i sollevatori ci sarebbero, ma non sempre famiglie possono o vogliono metterli a disposizione. Il risultato sono interventi chirurgici e cicli di fisioterapia che però queste lavoratrici faticano a permettersi. Lo vediamo nei rimborsi che gestiamo tramite Cassa Colf: i dati sugli interventi a schiena e spalle sono abbastanza frequenti. Eppure la dimensione più invisibile resta quella emotiva: l’esaurimento, il burnout psicologico. È la meno indagata, ed è proprio per questo che abbiamo voluto organizzare questo convegno: per portare alla luce qualcosa che le badanti vivono ogni giorno, e che coinvolge, dall’altra parte, anche chi viene assistito. 

È un lavoro nascosto. E dietro le quinte finiscono anche la sofferenza e il malessere

Molte badanti hanno lasciato i figli nel paese d’origine, affidandoli ad altri, mentre dedicano le loro giornate a una famiglia che non è la loro. Come si vive questo strappo?

È forse l’aspetto più pesante di tutti. Da una parte c’è la famiglia, lontanissima, raggiungibile solo tramite una telefonata o una videochiamata, ma che continua a dipendere da loro anche economicamente. Dall’altra si crea spesso un legame molto forte con l’assistito, un rapporto che talvolta figli o nipoti dell’anziano osservano con fastidio o sospetto. Ci sono badanti che hanno vissuto la morte dell’assistito come quella di un genitore. E poi c’è l’altro versante, anziani che non accettano la badante, una situazione che porta un altro tipo di stress, altrettanto logorante.

Il contratto collettivo nazionale delle lavoratrici domestiche è sufficiente a tutelare la salute di chi lavora h24?

No, non lo è. La controparte datoriale sono perlopiù le famiglie, il che rende difficile ottenere tutele che in altri settori sarebbero scontate: il congedo parentale, per esempio, non esiste per le badanti. Poi c’è il nodo delle notti: tecnicamente non rientrano nell’orario di lavoro, ma chi assiste un anziano con problemi notturni può essere svegliata decine di volte. Quella parte semplicemente non è normata. E la paga base, a fronte di 54 ore settimanali, non è adeguata al carico reale di lavoro. Ci sono margini importanti di miglioramento, ma per ottenerli serve prima di tutto che queste lavoratrici siano riconoscibili, informate e in grado di far valere i propri diritti.

Cgil Agb

SALTO: Quali sono le patologie più frequenti tra gli anziani seguiti da badanti in Alto Adige?

Alfred Ebner: Per inquadrare il fenomeno partiamo da un dato: in Alto Adige almeno 16.000 persone hanno ricevuto l’Assegno di cura per almeno un mese. Un numero destinato a crescere, perché stanno arrivando all’età della non autosufficienza le generazioni più numerose, quelle nate tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. Per quel che riguarda le patologie parliamo, fra le altre, di rischio di caduta, fratture al collo del femore, perdita progressiva di mobilità. Ma le più gravi restano quelle neurodegenerative. Secondo l’Associazione Alzheimer Südtirol Alto Adige, presieduta da Ulrich Seitz, i malati gravi di demenza in provincia sono 4.000, e questo significa assistenza 24 ore su 24. Per queste persone, alla lunga, la RSA diventa spesso l’unica prospettiva reale. Una famiglia, con o senza badante, difficilmente riesce a gestire nel tempo un Alzheimer conclamato.

Dipendere da qualcun altro per lavarsi o mangiare può erodere il senso di dignità. Come si tutela l’autonomia emotiva di chi non è più in grado di badare a se stesso?

Ci vuole formazione e ci vuole empatia. Ma soffermiamoci su un fatto spesso sottovalutato: per molti anziani accettare una badante in casa è già di per sé un passaggio difficile. La casa è il luogo dell’intimità, e quella presenza, per quanto necessaria, può essere vissuta come un’invasione. La convivenza, per chi è ancora lucido, è spesso la prima fonte di conflitto. Diverso è il caso dell’Alzheimer: chi ne è affetto può diventare offensivo. Bisogna capire però che non si tratta di arroganza, ma di malattia. Saperla gestire richiede una preparazione specifica che oggi, nella maggior parte dei casi, manca.

Mantenere un contatto costante con chi presta assistenza e con il proprio familiare resta fondamentale

Perdere l’autosufficienza ha anche un costo psicologico. Quanto viene considerato?

Chi è sempre stato attivo e autonomo e a un certo punto non riesce più a gestirsi, cade in un buco da cui è molto difficile uscire. La non autosufficienza, nella maggior parte dei casi, è irreversibile e adattarsi a questa consapevolezza non è facile per nessuno, tantomeno per chi ha costruito la propria identità sull’autonomia.

Una badante qualificata e un buon supporto domiciliare hanno un prezzo che non tutti possono permettersi. Chi rimane indietro che percorso ha in Alto Adige? La diseguaglianza economica decide la qualità della vecchiaia?

L’Assegno di cura gestito dalla Provincia offre una prima risposta, ma il sistema ha ancora dei limiti. Noi, come sindacato, abbiamo sempre chiesto che una parte del sostegno venga erogata in buoni servizio, non solo in contanti: sarebbe più utile per acquistare prestazioni concrete. La politica stessa riconosce che l’assegno attuale non copre tutte le esigenze, e si parla di fondi integrativi volontari. Qualcosa si muove, ma lentamente. Un consiglio che do sempre ai più giovani è di tenere sotto controllo i propri contributi e costruirsi per tempo una pensione complementare. Affidarsi solo alla pensione pubblica è sempre più rischioso. C’è poi un dato che dice molto sullo stato reale delle cose: secondo i dati INPS del 2024 le badanti regolari in Alto Adige sono 4.500. Dietro quel numero, considerata la dimensione del fenomeno, si intuisce una quota di lavoro in nero, e con essa, inevitabilmente, una quota di sfruttamento.

Aggiungo che lo stress psicofisico a cui sono sottoposte le badanti non è un tema astratto, ma una realtà documentata. Nel 2019 il giornalista del Corriere della Sera Francesco Battistini visitò una clinica psichiatrica in Romania: ogni anno vi venivano ricoverate oltre 200 donne rientrate dall’Italia dopo anni di lavoro come badanti. Donne che, tornate a casa, avevano bisogno a loro volta di essere assistite. Quella inchiesta fece un certo rumore, e qualche riflessione la generò.

Per questo dico alle famiglie: non pensate di aver risolto il problema perché c’è la badante. Mantenere un contatto costante con chi presta assistenza e con il proprio familiare resta fondamentale. Delegare completamente la cura può infatti esporre sia l’anziano sia la lavoratrice a situazioni di forte vulnerabilità. Da un lato, la persona non autosufficiente può essere vittima di forme di violenza psicologica o, nei casi più gravi, fisica; dall’altro, anche la badante è una persona sottoposta a un carico emotivo e relazionale enorme, che richiede attenzione, sostegno e riconoscimento.

La locandina dell’iniziativa in programma il 16 giugno 2026 Cgil