¡Vamos!
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Abbonati ora a S+Ormai non c’è sportivo, di qualunque latitudine, che non dica “¡vamos!” per caricarsi. Catchword di moda, pazienza. Ma la Spagna ¿dónde va?
Cinquant’anni fa, nell’estate del 1976, il passaggio alla democrazia entrava nella sua fase decisiva. Dopo la morte di Francisco Franco, la transizione avvenne in modo pacifico e soprattutto attraverso il diritto: furono le leggi a smontare il sistema franchista, a organizzare elezioni libere e ad aprire il processo costituente. Ne nacque una Costituzione modernissima, capace di combinare tutela dei diritti, stabilità istituzionale e uno dei modelli territoriali più decentrati (e avanzati) d’Europa.
Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.
In pochi anni un paese arretrato e poverissimo è fiorito socialmente ed economicamente, ha costruito infrastrutture moderne, si è integrato pienamente nell’Unione europea. Molto di questo dinamismo è passato attraverso le Comunità autonome, protagoniste di una stagione di autogoverno senza precedenti.
Ma proprio il successo del modello territoriale ha generato nuove tensioni.
Nel 2006 l’approvazione di un nuovo Statuto catalano sembrò aprire una fase di ulteriore autonomia. Quando, quattro anni dopo, il Tribunale costituzionale ne ridimensionò alcune parti, prese avvio una spirale che avrebbe portato alla sfida indipendentista, a un referendum illegale del 2017, agli arresti, agli esili e all’intervento diretto di Madrid sulle istituzioni catalane.
Contestualmente è cambiata anche la politica nazionale. Il bipartitismo che aveva garantito stabilità per decenni si è incrinato. In otto anni si sono tenute cinque elezioni generali. Eppure, da questa fragilità è emersa una delle figure politiche più resistenti della Spagna contemporanea: Pedro Sánchez. Dal giugno 2018 governa con maggioranze variabili e ora guida un governo di minoranza. Eppure il suo esecutivo è riuscito ad approvare riforme importanti, anche se divisive: dal mercato del lavoro all’eutanasia, dai diritti di genere alla memoria democratica, fino all’amnistia per gli indipendentisti catalani e alla recente regolarizzazione di centinaia di migliaia di immigrati. L’economia vola, l’occupazione ha raggiunto livelli record, il debito pubblico scende e la Spagna è un laboratorio in tanti settori, dalle infrastrutture all’energia.
Ma Sánchez e il suo PSOE perdono consenso, per molte ragioni: crescenti scandali di corruzione, l’usura di otto anni al governo (Covid compreso), l’alternanza di grandi afflati ideali (come nel posizionamento internazionale, o nella tutela dei diritti) e di bieco pragmatismo pur di mantenere il potere. Come altrove, la polarizzazione politica è cresciuta, e lo stile di governo è diventato più autoritario: in nome dei risultati si aggira il parlamento e si occupano le istituzioni di garanzia. E pesa un paradosso: pur essendo la Spagna uno dei Paesi più decentrati d’Europa, le aperture di Sánchez verso le istanze autonomistiche, col sostegno decisivo ai governi autonomi in Catalogna e nel Paese Basco, non hanno rafforzato il consenso. Al contrario, il sentimento centralista appare oggi più forte e radicato che mai. Intanto il partito popolare governa gran parte delle Comunità autonome, spesso insieme agli estremisti di Vox, con programmi sempre più radicali.
I risultati insomma contano, ma non bastano. E le contraddizioni si accumulano. Ma la politica non è un’equazione.
È fatta di percezioni, identità, paure, appartenenze, simboli, narrazioni. E stili. Sánchez è uno dei massimi riformatori della Spagna democratica, e forse d’Europa. E tuttavia rischia di perdere proprio mentre i dati sembrano dargli ragione.
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