Quanti sono i lupi uccisi illegalmente?
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Abbonati ora a S+Mentre a Palazzo Widmann risuona ancora l’eco dei tappi di champagne “sparati” per festeggiare il secondo abbattimento autorizzato di un lupo avvenuto a Marebbe qualche giorno fa, c’è una domanda che la politica altoatesina sembra non avere alcuna intenzione di porsi: esiste un fenomeno di bracconaggio sommerso in Alto Adige? È l’interrogativo che emerge dall’ultimo numero de I Nuovi Fogli dell’Orso, la rivista del Parco Naturale Adamello Brenta, che dedica un ampio approfondimento ai Rapporti Grandi Carnivori 2025 delle Province autonome di Trento e Bolzano. E proprio i dati scientifici, più degli slogan, raccontano una realtà che merita di essere approfondita.
La prima sorpresa è che il dossier smonta una convinzione piuttosto diffusa. In Trentino il numero minimo di branchi di lupo è effettivamente sceso da 27 a 22, ma gli stessi autori invitano a non attribuire automaticamente questa flessione a un aumento del bracconaggio. Quattro dei cinque branchi “scomparsi” erano infatti branchi transfrontalieri con l’Alto Adige e potrebbero semplicemente aver spostato il proprio territorio. La conclusione è netta: allo stato attuale dei dati, sostenere che il calo dei branchi trentini sia dovuto al bracconaggio è “ingiustificato e non supportato da elementi oggettivi”.
È invece in Alto Adige che gli stessi dati fanno emergere un elemento decisamente più inquietante. La popolazione non sembra in difficoltà. Anzi. I branchi tornano a salire da sette a nove, ai quali si aggiungono otto coppie territoriali. Gli individui stimati sono 98 e quelli identificati geneticamente salgono a 49, con un incremento del 50% rispetto all’anno precedente. Apparentemente, dunque, tutto sembrerebbe andare nella giusta direzione.
Il problema è che i ricercatori non guardano soltanto quanti lupi ci sono. Guardano anche quanto a lungo gli stessi animali restano presenti nella popolazione monitorata. È il cosiddetto tasso di ricampionamento genetico. E qui il dato cambia completamente prospettiva. In Alto Adige i lupi vengono ritrovati mediamente per appena 1,48 anni. Le femmine restano monitorabili per circa due anni, i maschi appena 1,11 anni. Un turnover che gli autori definiscono “indice inequivocabile di mortalità elevata”.
Eppure le morti ufficialmente registrate raccontano tutt’altra storia. Nel 2025 risultano due soli casi di bracconaggio accertato, sei investimenti stradali e un abbattimento autorizzato. È qui che nasce il dubbio. Se gli animali scompaiono così rapidamente dai monitoraggi genetici, dove finiscono? Gli autori non trasformano il sospetto in una sentenza e mantengono un approccio rigorosamente scientifico. Scrivono però che solo i monitoraggi dei prossimi anni potranno chiarire se dietro questo ricambio anomalo si nasconda davvero un bracconaggio sistematico, quello riassunto dalla nota regola delle “tre S”: “sparare, scavare e seppellire”.
Il dossier, tuttavia, non si limita a fotografare il problema. Dedica ampio spazio anche alle possibili soluzioni. Tra queste ci sono i dissuasori acustico-luminosi (DAL), sperimentati dal Parco Naturale Adamello Brenta nell’estate del 2025. I risultati sono incoraggianti: durante il periodo di prova le osservazioni dei lupi nell’area interessata si sono ridotte del 73%, mentre quelle degli orsi dell'87%. Le fototrappole hanno persino documentato un branco di lupi allontanarsi immediatamente dopo l’attivazione del dispositivo. Ma gli stessi ricercatori invitano alla cautela. Il campione è ancora limitato e non consente di parlare di una soluzione definitiva. Inoltre i dissuasori modificano anche il comportamento di altre specie, come cervi e caprioli, motivo per cui il loro impiego deve essere valutato caso per caso.
Lo stesso approccio emerge dall’intervista al biologo spagnolo Carlos Bautista, uno dei maggiori esperti europei di grandi carnivori. Il suo messaggio è semplice: non esistono ricette universali. Ogni territorio deve costruire una strategia di convivenza sulla base delle proprie caratteristiche ecologiche e sociali. Recinzioni elettrificate, cani da guardiania, dissuasori, indennizzi agli allevatori e monitoraggio scientifico non sono strumenti alternativi, ma tasselli dello stesso mosaico. La gestione dei grandi carnivori, sostiene Bautista, deve essere “adattativa”, cioè capace di modificarsi continuamente in base ai risultati ottenuti.
Alla fine, è forse proprio questo il messaggio più scomodo che arriva dai Nuovi Fogli dell’Orso. Mentre il dibattito politico continua a misurarsi quasi esclusivamente sul numero di lupi da abbattere, la ricerca scientifica suggerisce di porsi una domanda diversa. Non quanti lupi autorizzare a uccidere, ma quanti, eventualmente, stanno già scomparendo senza che nessuno se ne accorga.
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