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Roman graffiti

Pietro e Sandro si ritrovano, bombolette in mano, davanti a un bivio. Alessandro Pozzolo ci parla di «Briciole», suo romanzo appena uscito

Avvertenza: Questo contributo rispecchia l'opinione personale dell'autore e non necessariamente quella della redazione di SALTO.

Briciole (Edizioni Ensemble, Roma) Alessandro Pozzolo

Età trent’anni, di cui tredici vissuti all’estero. Inghilterra, Usa, Francia e Vietnam. Un giramondo nato, ma in questi giorni è di tappa a Bolzano. Parliamo di Alessandro Pozzolo, saggista romano poliglotta, di origini altoatesine da parte di madre. Presenta il romanzo Briciole alla Biblioteca provinciale italiana “Claudia Augusta” di via Marconi. Lo abbiamo incontrato al Museion Café in un pomeriggio di pioggia e street art, la cornice perfetta al suo libro.

Così come in un famoso film di George Lucas, American graffiti, del 1973, dove quattro ragazzi alle soglie dell’età adulta fanno scelte che li segneranno per sempre, anche a Roma, decenni più tardi, Pietro Marchiori, protagonista principale, e Sandro – graffitaro coetaneo incontrato per caso, col quale subito lega – vivono momenti drammatici in cui si vedono costretti a decidere delle loro vite. 

Pietro ha diciott’anni appena compiuti e davanti a sé un percorso consigliatogli caldamente da un padre solerte. Magari troppo ansioso e insistente. E qui le mura palpitanti della Città Eterna si frappongono: sirene nella tempesta interiore che invitano il ragazzo ad armarsi di spray e seguire un’altra strada. Una strada sua e di nessun altro. Essa si rivelerà tuttavia irta di ostacoli inaspettati. Pietro dovrà in parte ricredersi, maturare in fretta e giungere a un compromesso: le proposte paterne acquisteranno ai suoi occhi un nuovo valore.

“L’idea di fondo è che Pietro vuole scappare da un mondo che lui percepisce come imposto”, esordisce Pozzolo. “E scappa, sia fisicamente facendo i graffiti, sia ricreando un mondo interiore che i genitori non possono controllare”. 

In che modo?

“Lo ricrea partendo dal materiale che già possiede. Le storie del suo passato si mischiano col presente, con le storie di un nonno eroe, e attraverso le immagini che gli fluiscono in testa. Pietro cerca così di costruirsi una nuova identità. Se ci riesce, poi..., boh, non ci è dato saperlo”.

Pietro dice del nonno: “L’unico modo di conoscerti era dentro di me”. Il ragazzo scavalca il padre per aggrapparsi all’avo mai incontrato?

“Per capire le pressioni del padre, Pietro deve scoprire da dove scaturiscono, anche in maniera inconscia e scavalcando il genitore è come se dicesse a se stesso ‘okay papà, tu vuoi che io abbia una carriera come la tua, di successo, ma io i tuoi valori adesso li scardino’ e dice così perché li percepisce come imposti e allora il giovane Marchiori mette insieme tutti i piccoli pezzi di memoria, raccattati da discussioni col padre, fin da piccolo, allo scopo di costruirsi una visione alternativa, personale. Costruisce quindi una nuova figura paterna, trasforma il nonno in padre, forgia un genitore nuovo che gli dà una direzione che lui pensa sia quella giusta”.

Il nonno si è fatto da solo, partendo da zero. È così che vorrebbe fare Pietro?

“Esatto. Il graffito è visto come la prima espressione di un uomo. Il nome d’arte che Pietro si sceglie, il tag, nel gergo dei writer di strada, è Larva e sta a significare un nuovo inizio. Ogni adolescenza è una rinascita. Una ripartenza. Da zero. Il graffito rappresenta questo suo istinto, essere qualcun altro”.

Però poi devi farti i pannelli tuoi, cioè non devi scrivere sopra i lavori degli altri, perché altrimenti...

“Sì, la rinascita implica lo scontro con alcune dinamiche impreviste. Il ragazzo non è così pronto ad affrontare il mondo; parte da una dimensione borghese che lo ha protetto da certe brutture. Vuole rinascere, farsi uomo primitivo, duro, gagliardo, ancestrale, ma lì fuori trova tipi più tosti di lui che non si fanno scrupoli ad arrivare alle mani, se necessario”.

Nell’ultima di copertina si legge che “scegliere chi essere significa anche tradire qualcosa: un padre, una storia, un destino”. E a un certo punto, Pietro pare fare un torto a Sandro, il co-protagonista. Non proprio da eroi. Il lato oscuro di Pietro. Perché lascia il compagno di graffiti nelle peste?

“Si fa inizialmente accalappiare da Sandro. O è lui che accalappia Sandro, non è chiaro. Questi è figlio di sudamericani e a un certo punto si dà allo spaccio perché in famiglia sono poveri. Insomma, si agganciano a vicenda, ma poi quando gli viene comodo Pietro lo abbandona perché altrimenti i poliziotti se la prendono con lui che con la droga in effetti non ha niente a che fare”.

Perché Sandro cerca Pietro?

“Cerca italianità, qualcuno che sia più radicato di lui, e per quanto Pietro non si senta propriamente romano, ha comunque genitori italiani”.

Tra i due è Sandro che usa di più il romanesco, mentre Pietro nei suoi dialoghi interiori usa un italiano quasi forbito, la varietà linguistica parlata in casa. Quindi il romanesco è una via di fuga dalla vita domestica, da una vita imposta?

“Sì, è una via di fuga, e la trova ironicamente in un ragazzo che è però molto meno romano di quanto Pietro pensasse inizialmente. Le origini argentine di Sandro, Pietro le scopre solo dopo, quando un giorno lo sente parlare spagnolo al telefono con la madre. Paradossale ma è così. Pietro è di Roma centro, Sandro invece del Quadraro, a Roma sud. [‘Ma che sei der Quadraro, fratè?’, aggiunge Pozzolo ridacchiando, calcando l’accento romano all’estremo]. Roma è per fortuna una metropoli dove l’interazione tra classi sociali è ancora possibile, e questo facilita l’incontro tra i due ragazzi”.

Nel libro maneggi il gergo dei writer senza esitazioni. Descrivi perfino il modo in cui ci si toglie la vernice dalle unghie. Dì la verità, pure tu sei stato un graffitaro?

“Ah, ah, sì, hai voglia. In ogni caso, il mio obiettivo era rendere il dentro della subcultura facendola vedere da fuori. Si tratta di una cultura ancora poco capita, quindi volevo mostrare che la conosco, sì, ma tradurla, in un certo senso. Le ragioni per fare i graffiti sono molteplici, possono essere le ragioni di Pietro, o le ragioni di Sandro, o mille altre ragioni ancora. Ma conducono tutte verso la stessa cosa. Chi li vede può interpretarli come arte, o vandalismo, o carini ma niente di che. Ci sono un’infinità di interpretazioni. I graffiti sono sfuggenti, in tutti sensi, magari ti sfrecciano anche davanti e poi sono andati, non li vedi più”.

Da dove nasce il libro?

“L’ho scritto inizialmente in inglese, per il mio dottorato all’Università di Chichester. Ma poi mi sono reso conto che la storia era molto italiana e da subito volevo inserire termini dialettali tipici di Roma. Alla fine, l’ho tradotto in italiano e questo mi ha permesso d’inserire uno strato, nel senso che la lingua diventa una questione d’identità per Pietro, che non sa scegliere tra il romanesco e l’italiano come lingua davvero sua. Si sente strattonato da una parte e dall’altra. L’inglese, comunque, mi ha aiutato all’inizio, poiché trattandosi di un romanzo in parte autobiografico, dovendo scrivere di esperienze traumatiche, per me forti, l’uso dell’inglese mi ha permesso di porre una distanza, diventava un po' low stakes, cioè non dovevo mettermi troppo in gioco”.

Spesso ricorre il tema delle scale. Sembrano un simbolo. Di cosa?

“Volevo ricreare in maniera spaziale quello che succede nella testa di Pietro. Non volevo un racconto lineare. Volevo invece un romanzo con delle zone, dei nuclei da cui si dipana la storia. E il nucleo ogni volta sono le scale, metafora di una situazione di stallo. Stallo sotto vari punti di vista: lui è a metà tra i genitori e la strada, e quindi sta sulle scale, che sono a metà tra dentro e fuori. Ogni parola è un modo di scappare, per lui. E quindi è sempre lì che corre. Ma è anche sempre fermo. E allora come replicare questo senso, sia di moto che di blocco? Una soluzione a cui ho pensato è il tornare sempre alle scale. Cioè Pietro va per Roma, discute col padre, discute con Sandro, fa i graffiti, scappa dalla polizia, ma poi ritorna alle scale, sempre lì”.

Descrivi scale senza pianerottoli, nel vuoto, ancoràte al niente.

“Vero, a un certo punto mancano proprio i riferimenti. Posso essere graffitaro, posso essere la persona che dicono i miei oppure non sono nessuno dei due, ma se non sono nessuno dei due, non sono niente, sono il vuoto e precipito. Quindi ho bisogno di appigliarmi a qualcosa. Un modo di appigliarsi può essere scrivere su un muro”.

A proposito, a quali autori ti sei appigliato, chi sono i tuoi scrittori preferiti e che forse ti hanno in qualche modo influenzato?

“Pier Paolo Pasolini, sicuramente. Ragazzi di vita l’ho letto varie volte. Già lì rendeva una Roma viva, in movimento, lontana dai riflettori, e questo molto prima di diventare regista. Mi sono ispirato anche a quello stile. E poi a Kevin Barry, autore irlandese, poco conosciuto in Italia, che fa uso di voci cariche di dialetto. Cormac McCarthy. William Faulkner”.

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Alessandro Pozzolo è nato a Roma nel 1995. Laureato in letteratura inglese all’Università di Chichester, ha conseguito presso lo stesso ateneo un dottorato in scrittura creativa. Ha pubblicato recensioni e articoli per le testate letterarie Doppiozero, Limina e Le parole e le cose. È docente d’inglese all’Università di Siena.

Briciole (Edizioni Ensemble, Roma) è il suo primo romanzo.