“Fino a un certo punto”
Questo articolo è gratuito per te. Il giornalismo indipendente in Alto Adige ha però bisogno del tuo sostegno. Saremmo lieti se sottoscrivessi un abbonamento a SALTO. Grazie mille!
Abbonati ora a S+Si parla molto della presunta morte del diritto internazionale. Del resto, se il Ministro degli esteri dice candidamente che questo “conta fino a un certo punto”, si dimostra che un problema ce l’abbiamo (forse anche col Ministro degli esteri, ma questa è un’altra storia). È evidente che stiamo assistendo a un enorme terremoto che sta ridefinendo la geologia a cui siamo abituati. Ma la piena effettività non appartiene al mondo del diritto. Il diritto penale è forse sempre rispettato? E sorvoliamo sul diritto tributario – che il Ministro dell’economia generalmente si guarda dal definire valido “fino a un certo punto”… Certo, l’efficacia degli strumenti sanzionatori in questi ambiti è indubbiamente maggiore rispetto al diritto internazionale (anche se non priva di lacune…), ma basta a dichiarare morto un sistema in trasformazione?
Non servono raffinate analisi giuridiche per vedere che stiamo assistendo ad una accelerazione pericolosa delle violazioni del diritto internazionale. E il dato più inquietante non è nemmeno il ritorno della guerra come strumento “normale” delle relazioni internazionali. È che, nella gran parte del mondo, compresi larghi settori anche del nostro, questo suscita più entusiasmo che orrore o paura. E di fronte a questo non ci sono argini che tengano, come di fronte a un’alluvione straordinaria gli argini “valgono fino a un certo punto”.
Catchword è una rubrica di parole per guardare dietro (o sotto) alle parole. Ogni due settimane Francesco Palermo parte da una parola chiave (catchword, appunto) per spiegare in modo conciso il concetto (o l’inganno) che le sta dietro. Da leggere o da ascoltare in formato podcast.
Il tema non è (solo) la crisi del diritto internazionale. È la complessità delle decisioni da prendere in un sistema congegnato per collaborare in cui si trovano soggetti che non vogliono più farlo. Se già è difficile un matrimonio, dove di solito si è più o meno in due (anche qui con eccezioni…), o in un’assemblea di condominio, figuriamoci a livello globale.
Qualcuno approfitta di questa crisi per creare organismi nuovi basati sulla sudditanza in luogo della cooperazione, come il cosiddetto Board of Peace (la lettura della sua “carta istitutiva”, peraltro mai ufficialmente pubblicata, è un esercizio tragicomico), o sostituendo con disinvoltura la comunicazione social alla norma giuridica, o con azioni unilaterali, appoggiate da alleati compiacenti e imposte con la forza ai destinatari più deboli.
Tra i molti modi di uccidere il multilateralismo, questo è forse il più subdolo: superare il sistema dei trattati e sostituirlo con gentlemen agreements in cui però mancano i gentlemen.
E così alla forza del diritto si preferisce il diritto della forza: lo dimostrano Iran, Gaza, Ucraina, Venezuela, e molti altri conflitti meno mediatici, dallo Yemen alla Somalia, dal Sudan alla Nigeria.
Ma questo non significa la fine del diritto internazionale. Solo una grande opportunità (anzi, necessità) di ripensare alcune regole, a partire dall'unanimità e da nuove forme di legittimazione delle azioni. Ci sono anche iniziative diverse, dirette a ripristinare il modello multilaterale. Per esempio l’iniziativa del Consiglio d’Europa di un tribunale per l’Ucraina (attualmente sostenuto da una dozzina di Stati).
Il punto è capire che la collaborazione conviene più dello scontro.
È sempre così, ma c’è un problema: la collaborazione conviene a lungo termine, a breve o brevissimo può convenire lo scontro.
E la politica tende a ragionare in termini brevi. A maggior ragione se si può guadagnare dalle oscillazioni di borsa che gli scontri (e gli annunci) comportano.
In definitiva, le regole (tutte le regole, dal diritto penale a quello internazionale) si rispettano non solo per paura individuale della sanzione, ma per interesse collettivo a farlo. Chi le viola incoraggia altri a fare lo stesso, creando insicurezza generale. E il prezzo lo pagano tutti, perché l’insicurezza danneggia la collettività. Solo che quando si è forti si tende a dimenticarlo. Perché i deboli pagano subito, per i forti pagheranno le prossime generazioni.
Disponibile su:
Spotify ● Apple Podcasts ● Youtube ● Castbox ● Amazon Music ● Audible ● Spreaker
La serie completa
Acconsenti per leggere i commenti o per commentare tu stesso. Puoi revocare il tuo consenso in qualsiasi momento.