Cultura | Bolzano

Cinquanta sfumature di polemica

Il muralista Egeon commenta il dibattito sul murale di viale Druso: “Mancano le voci delle autrici. Così è un battibecco ideologico che soffoca l’autenticità dell’arte”.
Immagine: Privat

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“In questo battibecco tra sinistra e destra, dov’è la voce delle artiste?”. A dare una chiave di lettura diversa sulla polemica attorno al nuovo murale di viale Druso a Bolzano è Matteo Picelli, in arte Egeon. Una nuova opera, che raffigura due Arcani Maggiori dei tarocchi, commissionata dal Comune di Bolzano per il progetto ELLA a due artiste di Belva Studio – Margherita Paoletti e Nadia Groff –, era finita al centro delle polemiche perché non piaceva all’assessora alle pari opportunità Patrizia Brillo. L’esponente di Fratelli d’Italia non era d’accordo con la scelta delle artiste di rappresentare le due figure dei tarocchi come figure femminili nere. Secondo Brillo, la scelta dei tarocchi avrebbe imposto una maggiore aderenza all’iconografia tradizionale, per queste le figure femminili sarebbe dovute essere dipinte color “rosa carne” affinché non prevalga “una visione woke della cultura”. SALTO ha cercato di riflettere assieme ad Egeon, figura di spicco del panorama culturale altoatesino, sul dibattito pubblico tra amministrazione, festival ELLA e opposizioni, che dice molto sullo stato del panorama artistico in Provincia. 

Egeon durante l’inaugurazione dell'esposizione presso l’Orto botanico di Roma. The Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) Official Fotostream

“Le artiste non vengono nemmeno nominate”

La prima cosa che colpisce, secondo Egeon, è l’assenza delle autrici dal dibattito pubblico. “Le artiste non sono nemmeno nominate, non sono citate, non sono prese in causa. Non c’è un contesto, non c’è una ragione, non c’è nulla.” Per Egeon, qualsiasi posizione si voglia sostenere andrebbe sempre confrontata con l’intenzione di chi l’opera l’ha creata. 

Non va dimenticato, aggiunge, che si tratta comunque di un’iconografia figurativa e non di ritratti reali: “Non stiamo parlando di un ritratto di una persona esistente. E poi di tarocchi ce ne sono centomila versioni, dire ‘i tarocchi sono fatti così’ non vuol dire niente”. Sulla materia del contendere, ovvero la sfumatura di colore da dare agli arcani dei tarocchi, il dibattito arriva a sfiorare l’assurdo. “La categoria stessa al centro della disputa -  il colore della pelle -  mi sembra sfuggente: chi sono i bianchi e chi sono i neri? I bianchi sono quelli entro quale sfumatura della pelle? Gli ispanici sono presi in causa a parte, ma i siriani, ad esempio, sono incredibilmente bianchi. Di chi stiamo parlando?”. La sua sintesi è netta: “Mi sembra piuttosto un battibecco tra singole persone che, attraverso metafore e simboli, cercano di portare avanti delle ideologie. Mentre la componente artistica viene messa da parte”. 

Il murales di viale Druso a Bolzano dedicato all'attivista trentina di origini etiopi Agitu Ideo Gudeta, inaugurato nel 2022. Comune di Bolzano

Un progetto nato male fin dall’inizio

Secondo l’artista, che ha contribuito a curare i primi interventi sullo stesso muro (incluso quello dedicato ad Agitu Ideo Gudeta), il progetto porta con sé un problema di impostazione fin dall’inizio: “Già con i primi lavori avevano chiesto che fosse un’artista muralista del territorio, possibilmente con un passato migratorio, ad occuparsi dell’opera. Ma di artiste che lavorano sul muro con queste caratteristiche, in Trentino-Alto Adige e anche in Veneto, ce ne sono pochissime: sono da andare a cercare.”

Da qui il suo giudizio complessivo: “Con fini di bene, il lavoro è stato un po‘ contaminato da una certa retorica. C’è una radice di fondo sulla quale non mi trovo d’accordo, e trovo quasi scontato che ne sia nato un dibattito, perché i presupposti già partivano da lì.” Non gli sfugge il paradosso di una vicenda che ha visto l’assessora Brillo capovolgere l’argomentazione iniziale del progetto: “È interessante che abbia fatto questa parabola inversa — partita dal ’deve farlo la minoranza‘ fino ad arrivare al ’la cultura woke sta rovinando il murale, le persone bianche non le disegna più nessuno.' È un tiro alla corda tra una cosa e l’altra, dove in mezzo ne risente l’autenticità dei lavori.”

Alcuni dei murales di via Druso, in fase di realizzazione. Privat

In generale, prosegue Egeon, c’è una tendenza a celebrare figure pubbliche attraverso l’arte urbana in modo semplificato: “Non sono un fan della celebrazione dei nomi. Va bene dedicare un lavoro a qualcuno, ma non in maniera didascalica, portando piuttosto il significato di ciò che quella persona ha rappresentato con la sua vita”. 

Per l’artista, questo tipo di lavori “giocano molto sulla retorica e non esprimono contenuti con la potenza e la libertà che dovrebbe essere lasciata agli artisti.” E la tendenza, aggiunge, non è recente: “È da molti anni, da quando è iniziato a diventare una moda fare i murales. I disegni sui muri sono spesso addomesticati, venduti a brand, o cavalcano le mode del momento”. C’è anche una ragione economica dietro questa scorciatoia comunicativa adottata spesso anche dalla pubblica amministrazione: “Un murale che parla di un’idea o di un volto ti costa qualche migliaio di euro, e in una settimana hai l’articolo con un’immagine chiara. Attivare una rete di competenze e strutture è un costo diverso, con tempi molto più lunghi”. 

 

“Sono tutti lavori diversi, che comunicano poco tra loro”

 

Guardando l’insieme del muro di viale Druso, conclude, manca una visione artistica coerente: “Sono tutti lavori diversi, che comunicano poco tra loro.” Un problema, per l’artista, che nasce a monte, ben prima della disputa sui colori: “Ora si sta discutendo che tende mettere o che colore dare agli infissi, quando le fondamenta della casa sono un po‘ traballanti.” Sul rapporto tra amministrazione pubblica e libertà artistica, la sua posizione è netta: “Se il committente pubblico desse più libertà, probabilmente il risultato sarebbe meno didascalico. Ma quando dici ’voglio questo, scelgo io la forma, il colore, il soggetto,' di fondo c’è anche un non fidarsi di chi il lavoro lo fa davvero”. 

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