Quel bisogno di Ornamento...
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L’editoriale di Alberto Winterle del Turris Babel No.140 Ornament
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Forse non è un caso se l’idea di dedicare un numero di Turris Babel al tema “ornamento” è venuta durante una visita della redazione alla città di Vienna, patria di Adolf Loos, autore appunto del celeberrimo “Ornamento e delitto”. In realtà l’obiettivo era indagare le vicende legate all’Housing viennese, visitando alcuni nuovi quartieri seguendo i suggerimenti di Michael Obrist
che abbiamo incontrato in città. Visitando però anche il Museums Quartier abbiamo trovato al Leopold Museum la mostra “Poesie des Ornaments” che esponeva i materiali dell’Archivio Backhausen, costituiti perlopiù da tessuti e tappeti dell’omonima azienda realizzati in collaborazione con artisti e architetti come Josef Hoffmann, Kolman Moser, Otto Wagner, Joseph Maria Olbrich, Jutta Sika, Dragobert Peche, My Ullmann, Otto Prutscher.La trama dei tessuti ha costituito, seguendo le varie influenze dei diversi periodi storici, un libero spazio di sperimentazione di motivi grafici e decorativi che sono applicabili anche in altri contesti, come quello architettonico. Gottfried Semper evidenziava infatti che se la struttura degli edifici appartiene alla tettonica, il rivestimento, ovvero la facciata, ha origine appunto dalla trama del tessuto, in un’alternanza tra trama e ordito che di fatto genera architettura. Riflettendo sui materiali esposti nella mostra, abbiamo compreso il potenziale delle questioni che il tema pone e capito che quello poteva essere il nostro nuovo obiettivo. Si tratta infatti di un tema allo stesso tempo intrigante e sufficientemente ambiguo da poter diventare una stimolante sfida per guardare sotto questo punto di vista la produzione architettonica sudtirolese.
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Oggi l’ornamento rischia di poter essere ancora considerato un “delitto” come sosteneva Adolf Loos, o vi è un’estetica contemporanea capace di assimilare anche gli elementi di decoro intesi come “sostanza” del progetto stesso? Quando la superficie non si limita a mostrare solamente la materia di cui è composta, aggiungere segni, tracce, motivi formali, elementi cromatici o definire uno specifico disegno del rivestimento per caratterizzare l’oggetto, vuol dire trasformare quella superficie in qualche cosa di altro rispetto al progetto?
Preso atto del provocatorio contributo di Loos, che giocoforza condiziona ancora oggi ogni nostro ragionamento sul tema “ornamento”, va evidenziato innanzi tutto che l’architetto viennese voleva stimolare, anche con una certa vis polemica, il dibattito in reazione a movimenti come Jugendstil e Secessione che ambendo alla creazione di una Gesamtkunstwerke, ovvero un’opera d’arte totale, come sintesi tra pittura, architettura e arti applicate, proponevano frequentemente un apparato decorativo particolarmente significativo. Occorre quindi contestualizzare il dibattito e considerare inoltre che Loos, nelle parole introduttive al testo “nonostante tutto” dichiarava di aver condotto una guerra trentennale contro “l’ornamento superfluo”, quindi non contro l’ornamento in quanto tale, ma contro ciò che non è ritenuto strettamente necessario o legato ad uno specifico proposito. Hermann Czech nel testo che ospitiamo ricorda infatti che per Loos “la lotta contro l’ornamento non va considerata una battaglia a favore delle superfici lisce, ma ‘contro ogni forma che non rifletta un pensiero’, anche se si tratta di una superficie liscia”. Il titolo del famoso testo infatti è ornamento “e” delitto e non ornamento “é” delitto, lasciando quindi aperta la possibilità di usare tale attività, ovviamente nelle modalità ritenute opportune da Loos.
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Il confronto intorno a questo tema, per valutare se l’ornamento può essere un elemento inevitabile ma coerente con il progetto o se invece si tratta di una decorazione fine a se stessa, alimenta il dibattito teorico relativo sia all’arte che all’architettura sin dalle sue origini. Di fatto va considerato che nel corso dei secoli diverse condizioni di contesto hanno modificato il senso stesso dato alla parola, dandone appunto diverse interpretazioni.
Michael Baxandall, nel testo “Pittura ed esperienze sociali nell’Italia del Quattrocento” ricostruisce ad esempio il senso dato nel Rinascimento al termine “ornato”: “Per i critici letterari le prime due qualità del linguaggio erano la chiarezza e la correttezza, che tuttavia non bastavano di per sé a ottenere un brillante risultato e tutto ciò che si aggiungeva alla chiarezza e alla correttezza era ornato; Quintiliano affermava che ”Ornatum est, quod perspicuo ac probabili plus est“. L’ornato è ciò che va oltre la semplice chiarezza e verosimiglianza, ma diventa necessario per rendere la produzione artistica più vivida, coinvolgente e comprensibile. Risulta evidente quindi, già nel Quattrocento, questa necessità di distinguere gli elementi decorativi facenti parte integrante dell’opera da quelli ritenuti invece non coerenti o superflui. Le considerazioni fatte nella storia permangono anche oggi. L’uso stesso delle parole ”ornamento“, ”ornato“, ”decoro" sposta sensibilmente il punto di vista e al tempo stesso modifica in modo considerevole la nostra predisposizione e reazione non rispetto a ciò che vediamo ma rispetto al termine che usiamo per definirlo, quasi fosse solamente una questione semantica.
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Si tratta di una sensazione che ho potuto sperimentare personalmente nel rapporto con i colleghi a cui ho chiesto i materiali per questa edizione: evidenziare che l’obiettivo del numero era quello di trattare il tema dell’ornamento in architettura creava una sorta di disagio, rispetto invece a specificare che il tema poteva essere quello della caratterizzazione delle facciate e delle superfici, cosa che non creava particolari reazioni.
Abbiamo quindi voluto organizzare la presente edizione in due parti, una prima, densa di contenuti teorici, scritti da alcuni importanti autori che ci aiutano a trattare il tema “ornamento” nelle sue molteplici interpretazioni e applicazioni. All’apparato teorico contrapponiamo una selezione di immagini, proposte in un flusso continuo di “ornati sudtirolesi” accostati uno all’altro con una certa libertà, senza un giudizio critico ma proprio per stimolare il dibattito e lasciando quindi ai lettori la valutazione sull’appropriatezza delle soluzioni proposte. Tra le immagini dei progetti abbiamo inserito anche alcuni esempi di interventi artistici applicati all’architettura, anch’essi non intesi come mera aggiunta di un decoro ma come parte integrante dell’opera.
Guardando la nostra produzione architettonica credo emerga con chiarezza una sorta di superamento del tabù dell’ornamento. Non dovendo oggi aderire ad uno specifico movimento teorico e stilistico, come è stato per chi condivideva i postulati del movimento moderno, molti colleghi utilizzano con disinvoltura elementi grafici o decorativi nella propria produzione architettonica. Ciò risulta molto più evidente in questo particolare momento storico, cosa che invece non era così diffusa dieci o venti anni fa, forse svelando la voglia di dialogare con le suggestioni e le immagini che quotidianamente scorrono sotto i nostri occhi. In molte opere compaiono quindi motivi e figurazioni che spesso appartengono alla tradizione costruttiva locale, come ad esempio gli intarsi delle tavole dei parapetti che caratterizzano le abitazioni in legno, oppure ispirati alle forme della natura, oppure ancora sintesi di elementi grafici della contemporaneità.
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Queste forme sinuose vengono applicate sulle facciate, creando una ripetizione dei motivi formali come in una tessitura, coinvolgendo in alcuni casi tutta la superficie. Spesso lo stesso motivo genera dei rimandi negli interni degli edifici con parapetti, corrimani, soffitti o pareti dove il tema viene rideclinato con altre proporzioni o con altri materiali.
A volte l’ornamento contribuisce a caricare di senso l’involucro dell’edificio, altre volte diventa strumento per prendere le misure o sollecitare le proporzioni, in altre ancora vi sembra essere un soddisfacente abbandono al piacere dell’ornamento. Il cemento liscio che fino a pochi anni fa era sinonimo di minimalismo e radicalismo, oggi non ci basta più, sembra quasi “sciatteria” per cui abbiamo necessità di decorarlo e apparecchiarlo come la tavola.
Elementi cromatici, trattamento di superfici, evocazione di elementi legati alla memoria, reinterpretazione ironica di stilemi locali, figurazioni artistiche e architettoniche, particolari tecniche realizzative, una sequenza di sensazioni visive e tattili costituiscono il nostro attuale bisogno di ornamento senza il quale abbiamo la sensazione che le nostre architetture siano come “parole nel vuoto”.
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