“Riforma politica, più che giuridica”
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SALTO: Professor Palermo, l’iter parlamentare si è chiuso, la riforma dell’Autonomia è approvata. La grande promessa di Giorgia Meloni a inizio legislatura – ripristinare le competenze “perse” dal Sudtirolo – è davvero stata mantenuta?
Francesco Palermo: L’iter parlamentare è stato super liscio, anche più semplice e più spedito di quanto si potesse immaginare, e la riforma è stata effettivamente portata a casa. Se poi sia “quanto promesso”, non lo so. Il “ripristino delle competenze” è una formula che vuol dire poco, e non è esattamente quello che si fa in questa riforma, più di tanto. L’aspetto realmente positivo, secondo me, è un altro.
Quale?
Mostra che noi siamo l’unica autonomia viva in questo Paese. E non è poco, considerando lo stato del regionalismo italiano. Si era partiti – e con convinzione, non era una roba di facciata – con l’idea di riformare tutti gli Statuti speciali.
C’era anche la foto di gruppo coi presidenti delle regioni autonome…
Poi la Sicilia s‘è defilata, e le altre regioni sono andate a ruota. Il fatto che noi “siamo ancora vivi”, sistemicamente, è forse l’aspetto più emblematico di tutta la riforma. C’è l’afflato perlomeno.
La riforma dimostra che siamo l’unica autonomia ancora viva in questo Paese.
Quanto ha pesato davvero il passaggio istituzionale con Vienna, a suo tempo accolto con qualche mal di pancia da Fratelli d’Italia?
Giuridicamente hanno ragione, non c‘è alcun obbligo. Ma sul piano fattuale l’internazionalizzazione dell’Autonomia è una costruzione progressiva interessante. Sono passaggi che non erano affatto obbligati, si comincia a costruire una prassi per cui le riforme vengono discusse con Vienna e ci vuole una forma di accordo – anche se formalmente non è successo nulla. È un altro precedente, insomma, e a forza di precedenti qualcosa si solidifica. Kompatscher parla di ’condominio‘, un concetto che rende l’idea – sebbene in diritto internazionale sia un’altra cosa, Andorra per intenderci. Però la direzione è tracciata, e questa riforma è un ulteriore passetto.
Veniamo al metodo. Sono passati esattamente dieci anni dalla “Convenzione sull’Autonomia”, l’Autonomiekonvent. Cosa resta di quella stagione?
Nel metodo è quasi uno schiaffo al processo partecipativo di dieci anni fa. All’epoca si faceva forse senza convinzione, o perché suonava bene ma non ci si credeva… Ma questa volta s’è fatto l’esatto opposto. La riforma è nata nelle segrete stanze, senza un minimo di coinvolgimento – né delle opposizioni, né degli esperti e delle esperte, e della cittadinanza non parliamo nemmeno. Una riforma fatta da quattro persone a porte chiuse. Più efficace, probabilmente sì.
E nel merito?
Nel merito è una specie di patchwork, si è intervenuti dove era politicamente possibile. Figli della realtà, e forse di un realismo eccessivo – probabilmente più di così non si sarebbe potuto fare. Se la dovessi commentare da politico, direi “la politica è l’arte del possibile” e questa è la condensazione del politicamente possibile in questa fase. Ma siccome faccio un altro mestiere, da costituzionalista posso dire che è povera, per certi versi misera, ovvero senza visione. Raccatta su quel che si può. Non sto dicendo che la logica giuridica sia migliore di quella politica, anzi. È una distinzione importante. Dal punto di vista tecnico, ripeto, è un lavoro veramente povero.
L’Autonomia, nata molto giuridicizzata, si sposta verso un criterio molto più politico.
Entrando nel concreto, qual è il problema di questa riforma, al di là dei singoli aspetti tecnici?
Per ottenere un rafforzamento di alcuni aspetti – appalti, parte del commercio, in generale ambiti d’interesse economico – si finisce per istituzionalizzare una dipendenza politica dall’omogeneità politica con Roma. L’obiettivo fondamentale della riforma è ridurre l’impugnazione delle leggi provinciali. In parte lo si fa specificando meglio alcune competenze, ad esempio in materia di personale s’aggiunge “compresi i contratti e la contrattazione collettiva locale”, o nel commercio “compresi gli orari di apertura dei negozi”, e così via. Ma molto, in realtà, lo si fa con la prevenzione: e la prevenzione si chiama omogeneità politica tra Bolzano e Roma. Se c‘è omogeneità, Roma non impugna, la legge provinciale resta in vigore, e a quel punto diremo che “abbiamo questa competenza”. Questo è il famoso “ripristino”, che sacrifica un po’ d’autonomia.
Vale anche per la competenza in materia ambientale? Solo qualche giorno fa Kompatscher chiedeva di attendere la riforma per regolare l’atterraggio degli elicotteri in montagna.
L’ambiente è il caso più interessante e ambiguo. Sono stati bravi a negoziarlo, la Provincia ci punta da tantissimo tempo, però esiste l’articolo 9 della Costituzione, che dice qualcosa di diverso. È vero che vale il principio della lex specialis derogat generali, e quindi si può sostenere che la nostra è una norma speciale che deroga a quella generale, però la Corte costituzionale ha detto in decine di sentenze che l’ambiente non è una competenza, ma una materia trasversale, in cui bisogna vedere qual è il livello di interesse prevalente. Di fatto, una competenza piena degli enti autonomi non c‘è, salvo rarissimi casi.
E quindi abbiamo ottenuto la competenza oppure no?
In pratica: se domani noi decidiamo che non è più l’ENAC a decidere sugli elicotteri, può darsi che abbiamo fatto un passo avanti – solo se lo Stato non impugna. Ma lo Stato non impugna non perché la competenza è ora chiarita, ma per ragioni politiche. La decisione di impugnare o no una legge provinciale è del Governo, è una scelta politica che poi viene giudicata da un arbitro teoricamente tecnico come la Consulta. La Consulta da sola non si attiva, dev’essere innescata. E quindi torniamo al punto di partenza: se siamo politicamente omogenei con chi sta a Roma, funziona.
Nel metodo è quasi uno schiaffo al processo partecipativo di dieci anni fa.
Un altro punto destinato a essere “venduto” (soprattutto dalla destra italiana) come successo storico è il superamento della proporzionale rigida nelle Giunte comunali e provinciali.
La composizione delle Giunte diventa una scelta totalmente politica. Di fatto, non c’è più la regola rigida basata sulla composizione linguistica, in particolare in quella provinciale. Adesso deciderà la maggioranza assoluta, cioè la maggioranza politica che sostiene il sindaco o la giunta provinciale: possiamo avere la proporzionale del Consiglio, quella della popolazione, o anche niente, come ci pare. Tra l’altro, continuo a sostenere che l’attuale Giunta provinciale sia illegittima dal punto di vista giuridico, sebbene politicamente avesse senso. Ripeto: può anche essere positivo, non sempre il vincolo rigido o l’iper-regolamentare è una buona cosa. Però il movimento è chiaro, ovvero il passaggio da regole tecniche e specifiche a regole politiche. Finché funziona politicamente, cioè c‘è la stessa maggioranza a Roma, va bene. Altrimenti scattano i ricorsi e scattano i problemi. In altre parole s’istituzionalizza il rapporto bilaterale della SVP con chi sta al governo di volta in volta.
Anche sulle norme di attuazione?
L’Autonomia che era nata molto “giuridicizzata”, ora si sposta verso un criterio molto più politico. Volevano cambiare in profondità le disposizioni sulle norme di attuazione, poi hanno modificato il testo e adesso si parla di “adeguamento”, non più di “definizione” dei rapporti di competenza.
Si è anche detto che questa riforma “blinda” lo Statuto. Vede uno spazio realistico per una riforma successiva che completi quel che manca, oppure rappresenta la pietra tombale?
La futurologia non è il mio mestiere, ma mi sembra difficile si rimetta mano nei prossimi anni. Ma sarebbe un peccato, perché ci sono ancora molte cose da fare – lo dice anche Kompatscher. Probabilmente è il massimo che si poteva fare adesso, ma servirebbero altri passaggi, e se questo venisse presentato onestamente come un primo passo, sarebbe meno problematico. Il problema è che lo si vende molto più di quello che è, quando dal punto di vista tecnico non lo è affatto. Non hanno tolto nemmeno il riferimento alla “patria potestà”, che è un istituto che non esiste più nell’ordinamento. Bastava ripulire il testo. Cosa costava cambiare? Già che cambi un po’ l’arredamento, dai anche una tinteggiata… Invece sposti l’armadio e lasci dietro l’alone. È indicativo che non c’era una strategia. E la controparte italiana ha aggiunto elementi simbolici.
L’asse SVP–centrodestra non diventa rinunciabile. È esattamente l’opposto. La riforma non funziona senza l’omogeneità politica con Roma.
L’asse SVP-centrodestra è destinato a indebolirsi, ora che il “premio” è stato incassato?
Al contrario, si rafforza. Non perché a Bolzano serva ancora – in Comune o in Provincia – ma perché a Roma serve eccome. Anche perché la riforma, o “riformina”, quel poco che contiene non funzionerebbe nemmeno senza l’omogeneità politica con Roma di cui parlavamo prima. Quindi no, non è che adesso, ottenuta la riforma, l’asse diventa rinunciabile. È esattamente l’opposto.
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...„Die Achse SVP– rechts…
...„Die Achse SVP– rechts wird nicht verzichtbar. Genau das Gegenteil ist der Fall. Die Reform funktioniert nicht ohne politische Homogenität mit Rom. Im Gegenteil, sie wird stärker“...
- Danke Herr Palermo, für die Klärung!
Herr Palermo klärt neutral…
Herr Palermo klärt neutral auf,im Gegensatz zur SVP ,die uns schwarz für weiss vormacht! 4 SVP Hanseln haben dieses Reförmchen arroganterweise ,ohne wichtige externe neutrale Berater in die Wege geleitet,und jetzt haben wir das erbärmlichen Ergebnis!