Libri | Presentazione/Libri

La rivoluzione della narrazione

Sabrin Hasbun ha presentato il suo memoir tra ricerca storica, memoria familiare e identità palestinese. Un incontro dedicato al ruolo della scrittura, degli archivi e dell’immaginazione nella costruzione di futuri alternativi.
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Quale ruolo può avere la letteratura di fronte alle grandi tragedie del presente? Che cosa può fare l’arte quando si confronta con la guerra, la violenza, la fame o la distruzione di interi popoli? Sono interrogativi che da sempre attraversano il dibattito culturale e che diventano ancora più urgenti nei momenti di crisi. All’artista viene attribuito il compito di interpretare il proprio tempo, ma spesso gli si rimprovera di restare confinato in una sorta di torre d’avorio, capace di osservare le contraddizioni del mondo senza però incidere realmente sulla realtà. È una questione valida.

 

La narrazione di memorie condivise possano diventare strumenti attraverso cui pensare e costruire futuri alternativi.

 

Ed è proprio a partire da queste domande che si è sviluppato l’incontro tenutosi alla libreria Cappelli con Sabrin Hasbun, scrittrice e ricercatrice italo-palestinese che da molti anni vive e lavora a Londra, dove insegna scrittura creativa all’università. Presentando il suo libro, “Tutte le canzoni della pioggia ci riconoscono”, edito da Feltrinelli, Hasbun riflette sul rapporto tra scrittura, memoria e impegno politico, interrogandosi sul significato stesso del fare letteratura in un’epoca segnata da conflitti mondiali e profonde ingiustizie. In particolare, il suo intervento si è soffermato sulla tragedia che sta vivendo il popolo palestinese, mostrando come l’immaginazione, la narrazione e la costruzione di memorie condivise possano diventare strumenti attraverso cui pensare e costruire futuri alternativi anche nei momenti più bui della storia.

Sabrin Hasbun durante la presentazione del libro: alcuni episodi vengono raccontati più volte da prospettive differenti e in lingue differenti - inglese, italiano e arabo. Instgram-Accout Sabrin Hasbun

Letteratura decoloniale e post coloniale

All’inizio dell’incontro, Hasbun ricostruisce il percorso che ha portato alla nascita del suo libro, a partire dal suo dottorato nel Regno Unito. L’autrice ha spiegato come la sua formazione non si collochi nel contesto accademico italiano, dove la scrittura creativa non è ancora una disciplina pienamente riconosciuta, ma in quello britannico, dove invece è possibile intraprendere un dottorato interdisciplinare che unisca scrittura creativa e ricerca storica.

Hasbun racconta di essersi trasferita nel Regno Unito proprio per una magistrale in scrittura creativa ed è in quel periodo che inizia a notare un elemento ricorrente nei suoi testi: indipendentemente dagli esercizi o dai temi assegnati, tornano sempre due nuclei fondamentali, la Palestina e il lutto per la morte della madre.

 

Come può la scrittura creativa diventare uno strumento di ricerca storica?

 

Un docente universitario - Ilan Pappè, storico e scrittore ebreo antisionista affermato nel panorama britannico - osservando questa costanza, le fa notare che quei frammenti possono costituire qualcosa di più strutturato di semplici esercizi e che quello che lei sta scrivendo sta diventando un vero e proprio archivio. È lui a incoraggiarla a rendere i suoi testi un libro.

Hasbun intraprende quindi un dottorato interdisciplinare tra scrittura creativa e storia contemporanea e il suo progetto si sviluppa attorno a una domanda centrale: come può la scrittura creativa diventare uno strumento di ricerca storica, capace di mettere in discussione le narrazioni ufficiali e al tempo stesso restituire la dimensione intima e soggettiva della storia?

Nel suo intervento, l’autrice allarga poi subito la riflessione alla questione della memoria nei contesti coloniali e postcoloniali, sottolineando come la Palestina rappresenti uno spazio in cui la costruzione della narrazione storica è costantemente in tensione con forme di cancellazione, controllo e riscrittura. In questo senso, viene osservato come molte delle domande che attraversano la letteratura palestinese riguardino proprio il rapporto tra identità, memoria e appartenenza. Cosa significa essere ciò che si è, e quanto la propria storia intima e personale sia separabile - o assimilabile - da quella dei processi coloniali che la attraversano.

Una parte significativa della letteratura postcoloniale e decoloniale nasce proprio da questa condizione, cercando da un lato di recuperare la memoria e dall’altro di costruire alternative all’archivio ufficiale, spesso incompleto, distrutto o controllato dal potere. L’archivio, spiega Hasbun, non è mai neutrale e in molti casi è selezionato o reso inaccessibile da chi detiene l’autorità politica.

Archivio intimo e archivio storico

Da qui il passaggio metodologico fondamentale che nel corso della sua ricerca la porta ad abbandonare progressivamente gli archivi ufficiali per concentrarsi su archivi familiari e intimi. Questo spostamento di prospettiva modifica profondamente anche il concetto stesso di oggettività. Nella dimensione domestica e familiare, infatti, lo stesso evento può essere vissuto e raccontato in modi differenti da persone diverse, senza che esista una versione unica e definitiva. L’archivio intimo non invita a scegliere la versione “più vera” secondo criteri di verosimiglianza storica, ma a dare spazio alla coesistenza delle narrazioni. È proprio in questa pluralità che, per l’autrice, si costruisce una forma diversa di verità storica.

 

L’obiettivo è evitare il silenziamento metodico di alcune voci e mantenere aperta la complessità e la pluralità dell’evento.

 

Questo metodo si riflette direttamente nella struttura del libro, dove alcuni episodi vengono raccontati più volte da prospettive differenti e in lingue differenti - inglese, italiano e arabo -, senza sintetizzare le versioni, ma lasciandole convivere. L’obiettivo è evitare il silenziamento metodico di alcune voci e mantenere aperta la complessità e la pluralità dell’evento.

Uno dei momenti centrali del lavoro è il ritrovamento di lettere scritte dalla madre di Hasbun mentre si trovava in Italia e il padre in Palestina. In queste lettere convivono archivio personale e storico, dimensioni quotidiane e politiche in un flusso continuo: da un lato c’è la vita famigliare, i figli, la scuola, dall’altro riferimenti agli eventi storici, in particolare alla prima Intifada. Questa sovrapposizione tra intimità e storia collettiva diventa uno dei cardini della costruzione narrativa del libro e per Hasbun racchiude l’essenza della letteratura coloniale e postcoloniale.

Hasbun racconta poi di aver lavorato anche su un archivio italiano, in particolare sulla città di Firenze tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. La ricerca ha incluso lo studio delle trasformazioni urbanistiche e dei nomi delle strade, interpretati come tracce dei cambiamenti politici e sociali della città. Ha approfondito anche le proteste femministe e i movimenti per il diritto all’aborto, a cui partecipava la madre.

Questa dimensione italiana si intreccia con quella palestinese in un unico archivio ibrido, dove le storie familiari diventano parte di una storia politica più ampia. L’autrice ha sottolineato come il lavoro sull’archivio familiare abbia seguito un approccio simile nei due contesti, palestinese e italiano e in entrambi i casi, la ricerca si è basata su testimonianze, ricordi e narrazioni orali.

Nel corso dell’incontro, Hasbun affronta poi il tema della temporalità nella narrazione. Rifacendosi alle parole della scrittrice palestinese Adania Shibli, osserva come, nella scrittura dei popoli colonizzati o marginalizzati, il tempo non segua una linearità stabile, ma si presenti come una struttura frammentata. Gli eventi non appartengono mai solo al passato, ma si ridefiniscono continuamente alla luce del presente e, in modo paradossale, anche del futuro.

Scrivere della Palestina, ha affermato, significa anche confrontarsi con questa temporalità instabile: un evento non è mai soltanto “successo ieri”, ma è il risultato di ciò che è avvenuto decenni prima e, allo stesso tempo, di ciò che continua a prodursi nel presente attraverso nuove trasformazioni e violenze. Alcuni termini - viene fatto l’esempio del verbo to starve, cioè affamare - cambiano significato a seconda degli eventi. Parlare di starvation del popolo palestinese prima del 7 ottobre 2023 ha un significato, parlarne dopo questi due anni e mezzo ne assume un altro, molto più estremo.

Il ruolo della letteratura e delle arti

La seconda parte dell’intervento invece si concentra sul ruolo della letteratura e sulla dimensione collettiva della scrittura - e delle arti in generale. Hasbun evidenzia una tensione costante tra due visioni che alberga dentro di lei: da un lato la letteratura come strumento potenzialmente trasformativo, dall’altro come spazio estetico e simbolico che non produce necessariamente effetti immediati. E da lì la domanda, qual è il ruolo di chi scrive e che responsabilità politica ha?

Secondo l’autrice, questa consapevolezza non riguarda soltanto il popolo palestinese ma accomuna molte comunità marginalizzate. Molti degli strumenti teorici e dei metodi di scrittura oggi utilizzati dagli studi decoloniali e dai movimenti che si occupano di memoria e rappresentazione derivano infatti dalle riflessioni sviluppate all’interno delle comunità LGBTQ+ e della ricerca queer. 

 

“La responsabilità dell’artista è rendere la rivoluzione irresistibile”.

 

Per Hasbun, tutti i gruppi che sperimentano forme di marginalizzazione si trovano prima o poi a confrontarsi con narrazioni imposte dall’esterno e con la necessità di aprirle, problematizzarle e renderle più complesse, sottraendole a definizioni rigide e univoche.In questo contesto cita Toni Cade Bambara e la sua affermazione secondo cui “La responsabilità dell’artista è rendere la rivoluzione irresistibile”.

Per Hasbun, questa idea si realizza non attraverso la scrittura isolata, ma attraverso pratiche collettive di scambio, di memorie, strategie e immaginazione. La scrittura e la lettura concedono a chi le pratica il lusso di immaginare.

Un richiamo alla riflessione di Fredric Jameson secondo cui è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, per sottolineare ancora una volta il ruolo delle arti nella costruzione di immaginari alternativi e futuri possibili.

All’interno del suo lavoro accademico, Hasbun insegna in un corso intitolato Writing Revolution, che combina teoria e pratica della scrittura come strumento di intervento nella realtà sociale. Nella prima parte del corso gli studenti studiano come si costruisce un progetto collettivo o un movimento; nella seconda sono chiamati a realizzarlo concretamente.

Tra i progetti citati, uno molto curioso ha coinvolto i pendolari su alcuni treni attraverso la diffusione di prompt di scrittura creativa lasciati nello spazio pubblico e collegati a un hashtag, generando risposte inaspettate e una partecipazione diffusa. Secondo Hasbun, esperienze di questo tipo mostrano come la scrittura possa attivare forme di partecipazione e trasformare la passività ormai introiettata del cosiddetto doomscrolling sui social, in quotidiana in azione collettiva.

Infine, l’autrice affronta il tema della lingua e della traduzione. La scelta di scrivere in inglese non è stata solo pratica ma anche legata a una dimensione emotiva e identitaria. L’inglese rappresenta per lei uno “spazio terzo”, capace di tenere insieme italiano e arabo senza cancellarli, ma distribuendo loro uno spazio comune.